Per tutta la Comunità Pastorale Maria Madre Immacolata, con fraternità …
Sono ormai passati quasi due mesi dal mio rientro in Kenya dopo l’ordinazione ed il periodo di vacanza in Italia. Da un mese abbondante sono a Ol Moran, un villaggio a cinque ore di macchina a nord di Nairobi. Sono qua per poter fare un’esperienza in un luogo di missione un po’ differente da Nairobi, in modo da poter conoscere la realtà dei villaggi, da cui provengono molte persone che incontriamo. Inoltre, ne approfitto per continuare a studiare lo swahili e a fare pratica (rispetto a Nairobi, qua la gente conosce molto meno l’inglese, quindi si è costretti a usare quest’altra lingua). Qui ad Ol Moran c’è una missione affidata alla diocesi di Venezia ed è guidata da don Giacomo, un sacerdote nostro amico. Il villaggio di Ol Moran è il centro abitato più popoloso (avrà qualche migliaio di abitanti) all’interno della parrocchia che ha l’estensione di 1.000 km2 (più o meno le dimensioni della provincia di Varese). Il territorio è composto praticamente da savana con delle zone con coltivazioni di mais e vi sono sparsi villaggetti o agglomerati di case. In questa zona vi abitano diverse tribù, alcune delle quali sono ancora nomadi e vivono di pastorizia.

Quindi, parte della missione è gironzolare con una vecchia ma buona jeep per andare a celebrare la messa per le comunità sparse nel territorio. Di solito la domenica ogni sacerdote celebra tre messe, spostandosi in diversi luoghi, di solito accompagnato da una suora o qualche persona del posto. Ad esempio, domenica scorsa ci abbiamo messo un’ora ed un quarto per raggiungere il villaggio di Naibor, perché la strada sterrata era piena di fango, quindi abbiamo dovuto reinventarci la strada in mezzo a dei cespugli. Arrivati là, abbiamo celebrato la messa sotto un albero di acacia, assieme ad una quindicina di Samburu e Turkana (due nomi di tribù).
Ci sarebbero molte cose da raccontare e una di quelle che mi piace di più è la visita ai malati o anziani che avviene settimanalmente assieme a delle suore. È bello perché le persone sono molto contente e grate che ci sia qualcuno che le venga a visitare. Per me è anche un’occasione per conoscerli e vedere anche le condizioni in cui vivono.
Un mattino, le suore mi hanno detto che saremmo andati a visitare una mamma, che qualche settimana prima aveva partorito in casa due gemelle. Ci era stata segnalata da dei parrocchiani perché è molto povera; infatti, quando siamo arrivati da lei, abbiamo trovato una casetta in fango, tipica dei Pokot, una tribù nomade di pastori. Era sola con le gemelle, perché il marito era andato alla ricerca di un lavoro a giornata e un altro figlio di 4 anni era stato mandato ad elemosinare dell’acqua pulita, dato che non ne avevano. Anche il cibo gliene era rimasto pochissimo. Oltre a portare un po’ di verdure, siamo andati a riempire delle taniche con acqua fresca e le abbiamo detto che saremmo tornati. Infatti, il giorno successivo siamo passati a recuperare tutta la famiglia e portarli in una casa d’accoglienza per lavare i bambini e poi portarli all’ospedale per le vaccinazioni. Per farvi un’idea della loro condizione, il bambino di 4 anni non era mai salito su una macchina e non si era mai fatto un bagno. Immaginatevi la gioia di questa famiglia, nel vedere le bambine lavate e vestite, accompagnate anche da delle parrocchiane che abitano vicino a loro e che assicuravano loro di continuare ad aiutarli. È stata anche l’occasione per spiegare a loro che lì vicino c’era una scuola dove, quando è possibile, viene celebrata la messa e sono stati invitati ad iniziare a conoscere la comunità del luogo, dato che loro non sanno quasi niente del cristianesimo (infatti, tendenzialmente, queste tribù nomadi credono ancora nelle loro religioni).
Tra gli anziani che andiamo a visitare c’è Ruth, una signora di 83 anni. La prima volta che siamo andati a visitarla nella sua casa di lamiera, era molto dolorante per dei problemi alla schiena che la fanno stare con la schiena ingobbita. Parlando con lei capimmo che era stata battezzata in una chiesa protestante, nella quale, però, questo sacramento non è valido. Si era sposata con un uomo cattolico e anche dei suoi figli sono cattolici, ma non si era mai mossa per chiedere il battesimo. Però, alla domanda se fosse interessata a ricevere il battesimo la sua risposta fu affermativa e anche la volta successiva ci disse lo stesso.
Così abbiamo inviato una signora della parrocchia per spiegarle cos’è il battesimo in kikuyu, la loro lingua tribale, dato che Ruth non parla molto lo swahili. Preferendo non aspettare la veglia di Pasqua, a causa della sua età e della sua condizione, nel giro di qualche settimana abbiamo organizzato il battesimo che ho celebrato lunedì scorso.
Lo abbiamo celebrato davanti a casa sua, assieme ad un po’ di parrocchiani di quella zona, che l’hanno accolta calorosamente. Scherzando una signora diceva che ora Ruth è più giovane di tutti noi, dato che è appena rinata alla fede.
Sono molto grato di poter essere spettatore e strumento al servizio di queste semplici ma grandi cose. A volte mi vengono in mente i racconti dei primi cristiani che incontrano persone che non hanno mai sentito parlare di Gesù. Certamente le circostanze sono diverse ma il mandato missionario di Gesù di andare e battezzare tutte le genti è ancora valido. Ancora valido qua ad Ol Moran, ma penso in ogni angolo del mondo, quindi anche a Varese.
Rimarrò ad Ol Moran fino a poco prima di Natale, per poi rientrare nella mia comunità a Nairobi. Molto probabilmente sarà allora che mi verranno dati gli incarichi che avrò nella nostra missione.
Vi saluto e vi sono vicino nella preghiera.
Un abbraccio
Don Tommaso Benzoni