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Tocca a NOI, tutti insieme

 

Il discorso dell’Arcivescovo alla città di Milano e alla diocesi per S. Ambrogio  Il  «Tocca a noi, tutti insieme», affrontare l’«emergenza spirituale» innescata dalla pandemia ma che ha la sua «radice antica» nella cancellazione del «riferimento a Dio da gran parte della cultura occidentale» Una «censura» che ha «impoverito il pensiero» e rimosso «il fondamento della speranza». Tocca a noi, tutti insieme, «dare volto a percorsi condivisi», assumere la «responsabilità di una visione» i cui «tratti fondamentali» sono «la famiglia, cellula che genera la società e il suo futuro», «la vocazione alla fraternità tra le persone e all’amicizia tra i popoli», la consapevolezza che «possiamo avere fiducia». Tocca a noi, tutti insieme, «scrivere una storia migliore» affrontando «il compito irrinunciabile dell’educazione» e «la costruzione della comunità plurale». […] Tocca a noi, tutti insieme è il titolo che Delpini ha scelto per la riflessione offerta, come tradizione, al cospetto di amministratori pubblici e politici. Un discorso che si apre con una provocatoria citazione biblica: il profeta Geremia che, mentre si profila la caduta di Gerusalemme e la deportazione del popolo, «firma un contratto per acquistare un campo, fa un investimento sul futuro». Ecco il punto. «Milano ha visto momenti assai più drammatici»: ma è una «emergenza spirituale», uno «smarrimento del senso dell’insieme che riduce in frantumi la società e l’identità personale», uno spegnersi della speranza, quel che la pandemia ha portato alla luce. In realtà: se la città «funziona anche sotto la pressione della pandemia» è per i tanti, nelle istituzioni, negli ospedali, nei servizi, nelle famiglie, nelle parrocchie, che sono rimasti al loro posto moltiplicando l’impegno. «Anch’io – riprende Delpini – per quello che posso e secondo le mie responsabilità, rimango al mio posto e, imitando Geremia, ho deciso di comprare un campo, cioè di seminare speranza». Come? Offrendo una lettura – sapiente e sapienziale – di questa drammatica stagione storica. Additando una «visione», chiamando alla «condivisione», invocando una «decisione», un «tocca a noi» che interpella la comunità cristiana e – nell’alveo di una «tessitura di alleanze» – convoca tutte le componenti della società milanese.  Il «tocca a noi» è la risposta del cristiano che «intende la vita come vocazione a dare gloria a Dio nel servizio dei fratelli», sottolinea l’arcivescovo. «Tocca a noi, devoti al nostro patrono sant’Ambrogio, farci avanti, come è toccato a lui entrare in una Chiesa segnata da conflitti e confusioni, per dare volto all’umanesimo ambrosiano». Ma nessuno è escluso dall’appello. Perché «siamo tutti sulla stessa barca e ci si può salvare solo insieme», ricorda papa Francesco.  E serve una visione – come quella dell’enciclica Fratelli tutti –, serve «sognare insieme» – come insegnava il cardinale Carlo Maria Martini – per dare fondamento alla società, motivazione all’economia, «mantenere l’identità di un popolo anche nella molteplicità delle sue componenti». I tratti irrinunciabili di questa visione? La famiglia (la cui «centralità» è «la condizione per il benessere di tutti», e che le istituzioni sono chiamate a sostenere), la vocazione alla fraternità, la fiducia che «aggiustare il mondo» è possibile. Perché la visione divenga «sogno condiviso» e cammino condiviso, ci sono «due compiti irrinunciabili, complicati, drammatici» che «tutti insieme» dobbiamo affrontare: l’educazione – libertà e responsabilità dei genitori, in alleanza con le istituzioni, la società, la Chiesa – e la costruzione della comunità plurale – dove scegliere «se essere vittime di una globalizzazione delle paure e degli scarti o protagonisti nell’edificazione di una comunità plurale che pratichi la cultura dell’incontro». In questo cammino, insiste Delpini, «non esistono però scorciatoie. L’autoritarismo decisionista, la seduzione di personaggi carismatici, le scelte “facili” del populismo non rispettano la dignità delle persone e spesso conducono a disastri. Gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati ai percorsi lunghi della formazione, della riflessione, del dialogo costruttivo, della tessitura di alleanze convincenti».  A queste alleanze la Chiesa ambrosiana vuole partecipare, portando in dote l’esperienza rappresentata da cammini di riforma e rigenerazione come l’attuazione degli orientamenti del Sinodo minore «Chiesa dalle genti» e la promozione delle «comunità educanti» L. Rosoli, Avvenire, 4 dicembre 2020

Tocca a NOI, tutti insieme

La Scelta dei silenzi... (nella liturgia)

 

In occasione della festa di S. Cecilia Andrea Motta, organista e direttore del coro “Good Company” ci dona una riflessione sul valore del silenzio nella liturgia. Affrontare il servizio musicale nelle celebrazioni può sembrare quasi un’attività semplice, destinata a creare un susseguirsi di canti o musiche.  In realtà una delle necessità del buon liturgista è quella di riuscire a incastonare ogni intervento, scegliendo i tempi giusti, in modo da creare una fluidità che permetta alla celebrazione sacra di essere un “rito ben costruito”.  Eppure anche se scegliessimo i tempi “perfetti” non riusciremmo nella nostra impresa se non ci ricordassimo dell’unico elemento veramente necessario:  la pausa . I musicisti lo sanno bene: la pausa non è una assenza di suono. La pausa è un suono, anzi l’insieme dei suoni più riusciti e più belli che un musicista possa aver mai scritto. La pausa è l’istante, più o meno lungo, in cui il musicista “parla” finalmente con chi ascolta la sua  creazione. É l’attimo che, dopo un susseguirsi di suoni organizzati nell’incontro tra melodie e armonie, permette all’ascoltatore di interiorizzare, quasi di “fare proprio”, il materiale sonoro, in un dialogo con l’autore stesso in cui “anche l’ascoltatore può dire finalmente la sua”. Allora anche i silenzi nella liturgia forse hanno non solo una utilità organizzativa dell’evento, ma sono attimi in cui permettiamo a Dio, che ci ha ascoltato sino a quel momento, di “comporre la Sua musica”, sentendola poi risuonare nella nostra Anima. E il compito di chi anima musicalmente la liturgia non è solo quello di scegliere il brano adatto, quello che più si avvicina alle letture del giorno o alla festività in corso. Il compito del bravo animatore liturgico diventa il saper scegliere i silenzi, per permettere a ciascuno di “entrare in dialogo intimo con Dio”.  Perché è in quell’attimo di silenzio che si apre uno spiraglio di Eternità. (“Nel Tuo silenzio accolgo il Mistero, venuto a vivere dentro di me”)                                                                                           Andrea Motta

La Scelta dei silenzi... (nella liturgia)

Qualche riflessione su Sant'Ambrogio Vescovo

 

Il messaggio del nostro patrono Sant’Ambrogio può essere educativo anche per noi cristiani attuali. Qui mi limito a presentare tre “segni”, che l’iconografia su Ambrogio ha sviluppato nei secoli: “la frusta” per scacciare il male, “il pastorale” per sostenere la fede, “la Scrittura” per illuminare la vita.          LA FRUSTA. Ambrogio, vissuto nel IV secolo, ha dovuto lottare molto nella sua vita di vescovo di Milano: ha lottato contro gli eretici per difendere la fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, mentre gli Ariani negavano la divinità del Figlio di Dio e lo consideravano una semplice creatura. Anche oggi Ambrogio, difensore della fede, ci ricorda che essa non è un’opinione personale. La fede ci è stata consegnata dalla tradizione della Chiesa, e ognuno di noi la deve proteggere, soprattutto, dall’attacco interno dei nostri modi di vedere e giudicare le cose, che ci fanno vivere non secondo Dio ma secondo il mondo.            Ambrogio ha lottato contro la corte imperiale, che a quel tempo aveva la sua sede in Milano, per difendere la libertà della Chiesa, mentre gli imperatori volevano piegarla ai loro interessi. Il nostro patrono ha avuto il coraggio di rompere la comunione con l’imperatore Teodosio, perché si era reso colpevole per pura ripicca di un gravissimo peccato pubblico, la strage di numerosi cittadini innocenti a Tessalonica in Grecia. Ambrogio ci insegna a rispettare il primato di Dio su ogni autorità terrena: per questo ha lottato contro il potere imperiale quando voleva intromettersi nei problemi ecclesiali e ha obbligato Teodosio a fare pubblica penitenza per i suoi peccati, perché anche un imperatore deve rispondere a Dio delle sue azioni. Il cristiano da buon cittadino deve obbedire alle leggi dello Stato, ma se le leggi degli uomini entrano in contrasto con la legge di Dio, il cristiano deve scegliere di rispettare la legge di Dio, come ha fatto Ambrogio.          IL PASTORALE. Ambrogio si presenta come un uomo battagliero in tempi difficili, ma dalla lettura della sua vita sappiamo che è stato anche un grande pastore del gregge affidato alle sue cure. Innanzitutto ha voluto essere in molti modi, attraverso il suo episcopato, educatore alla fede adulta del suo popolo. Lo dimostrano i numerosi scritti, raccolti in ventidue volumi. Ma la cosa da notare è che le opere di Ambrogio derivano quasi tutte dal rifacimento delle sue omelie. Quindi Ambrogio non è stato semplicemente uno scrittore e studioso, ma prima di tutto un predicatore appassionato della Parola di Dio, che incoraggia anche noi oggi a “comunicare” la Parola.             LA SCRITTURA. Agostino racconta nelle Confessioni, che Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi. Infatti nei primi secoli cristiani la lettura della Parola di Dio era concepita ai fini della sola proclamazione ad alta voce. Pertanto Agostino è ammirato dalla capacità singolare di lettura e familiarità con le Scritture di Ambrogio. E il Concilio cita Sant’Agostino nella “Dei Verbum”: «E’ necessario che tutti i chierici, e quanti attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro” ». Agostino aveva imparato dal vescovo Ambrogio questo  “ascoltare dentro”,  che è l’ascolto orante della Parola nella lectio divina, che Ambrogio aveva appreso dalle opere di Origene. Fu così che introdusse la lectio in Occidente consegnandola ad Agostino e alla tradizione monastica successiva, poi rilanciata a Milano da Martini. Sant’Ambrogio ci aiuti a camminare con fede, carità e speranza verso l’unità in Dio, nell’Ottavo Giorno.                                                                       Don Francesco

Qualche riflessione su Sant'Ambrogio Vescovo