In questa settimana la città di Varese in cui viviamo festeggia il suo Santo patrono, S. Vittore.
Ci stiamo abituando a tutto e così rischiamo di non cogliere mai il significato profondo degli eventi.
Per questo motivo, come redazione del nostro foglio “In Cammino” abbiamo scelto di pubblicare uno stralcio dell’omelia tenuta in basilica domenica scorsa dal prevosto di Varese don Gabriele Gioia.
Presenta degli spunti che a noi sembrano molto attuali per il modo di vivere da laici oggi nella chiesa dei nostri tempi.
«Perché questa vasta popolarità del nostro Patrono in diocesi di Milano, definito “gloria fulgida della santa Chiesa milanese” dalla lettura agiografica della nostra liturgia, al punto “che numerose e importanti chiese furono edificate in suo onore”?
“Forestiero … vi dimorò come ospite”, abbiamo ancora sentito, e fu “accolto come fratello dai cristiani”. Già queste parole sarebbero sufficienti per molte considerazioni di estrema attualità…
Vittore non era un vescovo; non era un presbitero; non un monaco.
Era un laico. Anzi: un soldato. Un uomo, per certi aspetti, di potere. Abituato ad obbedire, ma anche a comandare.
Si convertì alla fede cristiana. Qui troviamo il primo elemento significativo: ad un certo punto, la sua vita, l’esercizio stesso della sua professione militare, sono stati toccati e plasmati dalla sua fede. Non in modo superficiale, non per convenzione sociale, ma in modo profondo e personale, al punto che, quando infierì la persecuzione contro i cristiani, “abbandonò il servizio militare per non esporsi temerariamente al martirio. Arrestato e condotto in tribunale non tradì la sua fede. Sottoposto ai tormenti non rinnegò il suo Signore”.
Ecco un primo passo della santità: la fede che diventa vita, che determina il modo in cui vivere e stare con gli altri.
Ma perché santo e “martire”? Certamente, perché pagò con la vita la fedeltà al suo credo. Ma tante persone hanno vissuto e vivono anche oggi con esemplarità e fedeltà fino al sangue la professione dei valori abbracciati.
In realtà, quando la fede tocca davvero la vita, questa si rende disponibile al dono. Solo su questa base si radica il martirio. Il martire non è soltanto una persona coerente, caparbia, indisponibile a cedere rispetto ai suoi valori, ma è una persona che si dona fino in fondo.
Come altri martiri della prima ora, anche arruolati nell’esercito dell’Impero Romano (pensiamo a Nabore e Felice, a Maurizio e compagni), l’esercizio del potere, cioè la disponibilità verso sé stessi e verso gli altri, si è fatto “servizio”.»
Considerando il fatto che stiamo per iniziare il lungo periodo di tempo che vedrà il susseguirsi di numerose feste patronali nella nostra Comunità Pastorale, raccogliamo queste considerazioni del Prevosto e proviamo a raccoglierne lo stile con il quale prepararle e viverle mettendosi al servizio del bene degli altri e non come “cattedra” su cui mettersi in mostra o rivendicare riconoscimenti personali.
