Gruppi d’ascolto nelle case 2024-25 - Terzo incontro

Gruppi d’ascolto nelle case 2024-25 - Terzo incontro

LA COMUNITÀ DI GERUSALEMME (Atti 2, 42-47)

 

Il testo che mediteremo indica alle donne e agli uomini di ogni tempo le aspirazioni più belle a cui l’umanità abbia mai pensato. In queste righe troviamo una profonda attenzione a Dio e una grande sensibilità per gli ultimi.

Ha ispirato il monachesimo antico e ispira quello dei nostri giorni. Tutto ciò che desidereremmo nel nostro cuore è qui condensato in una descrizione molto chiara; sembra utopica, ma la prima comunità cristiana ha cercato di storicizzarla, vivendola nella quotidianità, con scelte contraddistinte dalla libertà.

È un testo che si presenta come esperienza concreta di vita “salvata” da Gesù. 

Non è descritta una convivenza umana a partire dalle ricchezze che si possono possedere; i beni materiali vengono invece visti in funzione dell’uomo; era già il grande sogno di Levitico 25, quando parla dell’anno sabbatico, dell’anno giubilare: “la terra serve per vivere positivamente la propria esistenza per condividere questa risorsa con gli altri”.

 

Ascoltiamo la Parola di Dio

Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. (Atti 2, 42-47)

 

È il più noto dei sommari che raccontano, in sintesi, il cammino della prima comunità cristiana. Da subito si dà attenzione ad alcune scelte molto importanti, forse decisive, mentre si avvia un percorso di sequela. Alcune di queste scelte sono state generalizzate; non erano, quasi certamente,  vissute da tutti. Luca, però, parlando alla sua comunità, a cui è finalizzato il testo degli Atti, indica l’alveo entro cui occorre che cresca l’adesione alla proposta del Signore. Del resto la vita di comunione è frutto, dopo la Pentecoste, della presenza dello Spirito Santo nelle comunità stesse. 

Le parole sono chiare; sullo sfondo si evidenzia la determinazione di favorire la comunione fraterna; si arriva a indicare come decisiva l’istituzione della comunione dei beni, perché ogni membro della comunità possa avere un’esistenza dignitosa.

Ci interpella il fatto che le prime due grandi difficoltà della comunità cristiana, nel testo degli Atti degli Apostoli, si innestino su due questioni di tipo economico: l’ipocrisia di Anania e Saffira (5, 1-11); e il testo di Atti 6,1-7 evidenzia una distribuzione forse non oculata e non sapiente dei beni comuni: “aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica, perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove” (6, 1).

 

I Padri della Chiesa, i primi commentatori del Nuovo Testamento, evidenziano da subito, come quattro siano gli elementi costitutivi del cammino della Chiesa:

Erano perseveranti: nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane, nelle preghiere”.

L’accento è subito posto sull’assiduità nell’ascoltare la Parola del Signore Gesù, raccontata dagli apostoli; era la luce posta da Gesù stesso, la luce che indicava chiaramente i passi da compiere. 

Nello stesso tempo erano perseveranti nella scelta di promuovere la comunione fraterna e, in particolare, la comunione dei beni, così che nessuno potesse essere bisognoso. Erano perseveranti nello “spezzare il pane”, nella celebrazione eucaristica. Gli apostoli avevano percepito con grande chiarezza l’intensità e la bellezza dell’esperienza della cena di Pasqua; l’indicazione di Gesù: “Fate questo in memoria di me” era rimasta ben impressa nel loro cuore. 

Infine “erano perseveranti nelle preghiere”; la loro sequela traeva forza nel dialogo con il Signore Gesù. Ricordo la “confidenza” di papa Francesco nell’incontro del 3 luglio 2019, con i “suoi compagni di Messa” della Diocesi di Milano:  “se non rimanessi  tanto tempo davanti al Signore ogni mattina e ogni sera, non sarei in grado di reggere questa responsabilità”.

Si afferma, infine, che la comunità gode della simpatia della gente. In loro, comunque, c’era una sorta di “timore”, perché percepiscono di essere all’interno di un mistero di grande profondità. “Prodigi e segni” portano al “timore”, perché si è direttamente alla presenza di Dio.

 

Luca è uno storico; racconta i fatti; nello stesso tempo è un annunciatore; quando scrive, pertanto, ha bene in mente le comunità cristiane che, nel frattempo si erano costituite. Non c’è una legge precisa che chiede di uniformarsi a un’indicazione, ciò che conta è percepire le motivazioni che spingono alcune persone a compiere scelte importanti: Barnaba torna a Cipro, vende il podere di cui è proprietario e pone il ricavato davanti agli apostoli (4, 36-37); Zaccheo, pubblicano e peccatore,  (Luca 19,8) aveva accolto Gesù in casa sua, arrivando ad affermare: “Ecco, Signore,  io do la metà di ciò che possiedo ai poveri; se ho rubato restituisco quattro volte tanto”. 

Il battezzato, perché inserito nel Signore Gesù, condivide, con sapienza e libertà, ciò che il Signore indica per il bene comune; proprio come suggerisce anche il Deuteronomio: “Non ci sia tra voi nessun bisognoso”. Ciò che conta è la capacità di donare fiducia e speranza a chi non ha il necessario. Negli ultimi Esercizi del “Tempo in disparte”, vissuti da me, il vescovo di Savona, Mons. Calogero Marino ricordava le parole che, spesso, indica ai suoi presbiteri: “Nella comunità cristiana contano molto più le relazioni che le prestazioni”.

I credenti, si dice, erano “assidui”; l’esperienza cristiana non è soprattutto frutto di emozioni. Si nutre di perseveranza; chiede di spendersi per un tempo prolungato; … per sempre. Sperimentiamo di essere in un periodo di grande frammentazione; a volte viviamo come se fossimo persone sbriciolate; ogni legame sembra spaventare donne e uomini della nostra società. È invece il quotidiano, vissuto con intensità e con fedeltà, che dona orizzonti importanti alla nostra vita. La perseveranza è meta previa a tutte le scelte fondamentali della nostra esistenza; solo se si persevera, si può guardare con fiducia al futuro. 

Per vivere un’esperienza di vita spirituale che dona senso alla nostra vita, è necessaria la capacità di scorgere mete verso cui dirigersi e scegliere di ripetere, nel quotidiano, atteggiamenti e scelte che aiutino a perseverare e a non dissolversi nell’esteriorità. Occorre pertanto vigilare, ad esempio, perché la consuetudine a dire preghiere, che non arrivano dal profondo del nostro cuore, potrebbe frenare un percorso che, presumibilmente, non sta dando più linfa alla sequela personale. 

Diventa decisiva la fedeltà all’insegnamento degli Apostoli; l’annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto, è irrinunciabile e deve quotidianamente dare senso ai passi che compiamo.  Siamo di fronte ad un insegnamento basilare; e poi occorre continuare a educarci ed educare a dare profondità alla conoscenza di Gesù e della sua proposta.

 

La comunità dei credenti si determina per promuovere una profonda comunione nella fede e una reale “Koinonia” con le persone con cui si condividono i passi quotidiani; da qui l’indicazione della colletta per la comunità di Gerusalemme, la condivisione quotidiana dei beni….

Anche la guarigione dello storpio (Atti 3,1-11) evidenzia il desiderio di voler bene, autenticamente, ai fratelli: “Pietro gli disse: non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina”. Pietro gli offre, quello che ha: la sua fede nel Signore; e lo guarisce.

La frazione del pane”.  La comunità cristiana non è soprattutto un gruppo di fedeli; è un “corpo unito nel Signore Gesù”

Il numero delle persone che si aggregano alla comunità diventa sempre più grande; è notevolmente cresciuta l’attività predicatoria; Pietro infatti annuncia, con parecchi discorsi pubblici, la sua fede nel Signore Gesù.

A motivo di visibilità sempre maggiore dei credenti in Cristo, cresce l’opposizione al movimento cristiano. Il conflitto, infatti, non è soprattutto con i fedeli Giudei, con gli appartenenti alla Sinagoga; è, in particolare, con i detentori del potere religioso ed economico, con i sadducei, con l’aristocrazia del Tempio. Lo Spirito, sceso sugli apostoli a Pentecoste, sempre più plasma la comunità cristiana, la rende più solida, e questo crea problemi, … fino alla decisione di lapidare Stefano. 

 

Per continuare a riflettere e a interrogarci:

  • "Il primato di Dio non significa soprattutto porre Dio al primo posto, bensì accettare che Lui è il primo ad amarci. Il primato di Dio è anzitutto una realtà in cui Dio è attivo. Non va inteso come una nostra ricerca di Lui, ma consiste nel lasciarci cercare da Lui. E il primato di Gesù Cristo significa essere in Gesù, lasciarci amare da Lui e incorporare in Lui; è il suo primato rispetto ad ogni iniziativa umana. E il primato dello Spirito Santo significa che quello che conta è primariamente l'azione di Dio nel cuore: noi veniamo dopo, collaboriamo, ci mettiamo in sintonia con lo Spirito che agisce. In altre parole, è il primato della persona, della libertà, del cuore ...”

(C. M. Martini)

  • La comunità è il luogo dei passaggi verso l’amore. E questi passaggi non sono facili: il passaggio dall’egoismo e dal litigio all’amore e all’unità; il passaggio dalla paura alla fiducia, il passaggio dalla vanagloria alla gloria di Dio.

(J. Vanier)

  • Fu fatto entrare Emerito: “Nella tua casa, disse il proconsole, sono state tenute riunioni contro il decreto degli imperatori?”. Emerito, ripieno di Spirito santo, disse: “In casa mia abbiamo celebrato la cena del Signore”. E quello: “Perché, disse, permettevi loro di entrare?”. Replicò: “Perché sono miei fratelli e non avrei potuto loro impedirlo”. “Eppure, riprese il proconsole, tu avevi il dovere di impedirlo”. E lui: “Non avrei potuto, poiché noi non possiamo stare senza la cena del Signore”.

(Atti dei martiri africani; 304)

 

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