
Camminiamo con Cristo; proprio come i due discepoli di Emmaus. La vicenda che è narrata in Luca 24 è una testimonianza di riferimento, luce per il percorso di sequela della prima comunità cristiana. Sin dalle origini, la Chiesa vive il dono dell’Eucaristia come un’esperienza che dona luce per l’identificazione chiara dei passi da promuovere; da qui nasce e si irrobustisce la gioia dell’annuncio e lo slancio della missione.
Liturgia eucaristica e missione sono da subito due realtà non separate o contrapposte, ma appartenenti alla medesima dinamica sacramentale, che scaturisce dall’incontro con Gesù. La fede, che esprime l’affidamento al Signore Gesù, e l’Eucaristia attivano una circolarità: ciò che si riceve, viene subito donato.
Così ci ricorda la Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” n. 10: “La liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti pasquali, a vivere in perfetta comunione; prega affinché esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'Eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa”.
Nella celebrazione eucaristica la Chiesa, pertanto, accoglie e apprende la sua missione. L’esortazione “Sacramentum caritatis” ci ricorda ancora: “L’Eucaristia non è solo fonte e culmine della Chiesa; lo è anche della sua missione. Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria”. Anche noi dobbiamo poter dire ai nostri fratelli, con convinzione: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,3).
A partire da questo noi ci chiediamo come mai la nostra partecipazione liturgica è, così spesso, ripiegata su sé stessa, generatrice - così sembra - più di noia che di gioia? Perché quell’esperienza di incontro che fa “bruciare” il cuore dei due discepoli di Emmaus, in molti casi non trova modo di esprimersi nelle nostre celebrazioni? È trattenuta nel nostro intimo, come una propria personale consolazione.
Proprio a partire dalla percezione di questa fragilità, la prassi della comunità cristiana ha maturato negli anni una scelta pastoralmente importante: imparare a stare davanti all’Eucaristia, lodando la Sua presenza davanti a noi, scegliendo di ascoltare la Sua Parola, maturando la consapevolezza che Gesù si è fatto pane per noi, per insegnarci che anche noi dobbiamo spezzare la nostra vita e renderla dono per chi ci incontra.
All’inizio dell’anno giubilare, papa Francesco ci ha ricordato che occorre che il mondo abbia a sperimentare la comunione e la fraternità per poter donare speranza a una società spesso frammentata e sfiduciata.
La determinazione a promuovere comunione si irrobustisce se riusciamo a sostare in silenzio davanti all’Eucaristia per imparare da Lui ad avere uno sguardo benevolo sulle persone con cui viviamo e a saper accogliere in noi l’amore che ci viene regalato.
Don Peppino