A seguito dell’argomento discusso in Consiglio Pastorale, di cui vi abbiamo aggiornato la settimana scorsa sul foglio “In Cammino”, avrei piacere di continuare la riflessione circa il significato del “perdono”, sia per continuare ad approfondire il valore del Giubileo, sia anche perché intendiamo rivalutare il sacramento della riconciliazione nella nostra Comunità Pastorale. A questo proposito troverete su questo medesima pubblicazione i momenti settimanali in cui noi sacerdoti ci mettiamo a disposizione.
Nel modo di pensare comune ci si raffigura spesso il perdono come l’inclinazione a non dare troppo peso al male ricevuto: «in fondo quel che è successo non è così grave»; «chiudiamo un occhio»; «passiamoci sopra» ... In realtà, perdonare non significa minimizzare il male, quanto piuttosto non identificare l’altro/a con il male che egli/ella ha compiuto. Significa riconoscere che l’altro/a resta comunque più grande del male che ha fatto e può quindi lasciarselo dietro le spalle. Significa concedere a chi ha compiuto il male la possibilità di fare scelte diverse, di prendere una strada nuova, di non restare irrimediabilmente legato a un passato oscuro. Di questo genere è il perdono di Dio. Lo si vede nel racconto evangelico in cui Gesù congeda la donna adultera con questa consegna: «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Gesù le concede il perdono affinché «d’ora in poi» non pecchi più. «D’ora in poi»: a Gesù sta a cuore il futuro di quella donna e il nostro futuro. Nessun peccato deve diventare una catena che imbriglia la vita e le impedisce di rifiorire.
Il perdono che Gesù offre in nome di Dio diventa così l’apertura di uno spazio di libertà e di novità. Ed è un perdono che viene prima di qualsiasi passo il peccatore possa fare per meritarselo. D’altra parte, però, se il perdono di Dio sta prima, il suo frutto si vede nella capacità di perdonare, o almeno nella disponibilità a perdonare da parte di chi ha ricevuto il perdono divino (Mt 18,21-35).
Su questa nostra capacità di perdonare (che ha comunque la sua radice nel perdono che Dio offre a noi) possiamo aggiungere qualche osservazione.
- Anzitutto, bisogna perdonare per vivere: non perdonare significa permettere a chi ci ha fatto del male di continuare a rovinarci la vita.
- In secondo luogo, «perdonare non cambia il passato, non può modificare ciò che è già avvenuto; e, tuttavia il perdono può permettere di cambiare il futuro e di vivere in modo diverso, senza rancore, livore e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime» (Francesco, Spes non confundit, 23). In questa linea, il perdono non implica che si dimentichi il male ricevuto: questo non è possibile e non sarebbe neppure giusto. Bisogna invece ricordare senza il veleno dell’amarezza e del risentimento. È un po’ come quando una ferita si cicatrizza: la cicatrice rimane e ci fa ricordare la ferita che abbiamo ricevuto. Però la ferita è ormai chiusa, non brucia più, non fa più male. Così è il ricordo di chi ha perdonato: non brucia più, non fa più male.
- Infine, bisogna essere consapevoli che perdonare in profondità non è possibile in un colpo solo: la decisione di perdonare deve passare dalla volontà a tutte le dimensioni della persona, compresi gli affetti. «Sì, voglio perdonare, ma quando vedo quella persona da cui ho ricevuto del male, qualcosa dentro di me continua a ribollire.» Vogliamo perdonare, ma i rancori e i risentimenti sono duri da sradicare. E allora ci vogliono passi graduali: non progettare il male contro chi ci ha fatto torto, non augurargli/le del male, pensare a qualche modo per riavvicinarci a lui/lei... E ci vuole tempo: è inutile forzare le cose, bisogna perdonare nel cuore, desiderare la capacità di perdonare e invocarla dall’Alto; e poi attendere la capacità di perdono proprio come dono che dall’Alto ci viene.
Forse con queste iniziali e semplici considerazioni, anche per ciascuno di noi risulterà non solamente meno difficile, ma anche più desiderabile, avvalersi di questa forza del perdono di Dio.
don Giampietro