“Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio”
L’evangelista Matteo concentra la sua attenzione non tanto sul Battesimo di Giovanni (è richiamato solo al versetto 6) ma sulla sua predicazione. Riassume le parole del Battista con gli stessi pensieri con i quali riassumerà, più avanti, l’evangelizzazione di Gesù: “Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio”. C’è continuità tra i due personaggi. La predicazione del Battista insiste sul tema del giudizio: “nella sua mano tiene il ventilabro”; infatti il giudizio è presentato come imminente e il fatto di appartenere al popolo di Dio non può essere una garanzia sufficiente.
Nelle parole del Battista c’è come un duplice invito rivolto non ai pagani, ma ai pii israeliti che accorrevano ad ascoltarlo. C’è una prima riflessione, quella di non cullarsi in una facile e certa sicurezza, fondata su concetti sbagliati. La salvezza non è un fatto scontato per nessuno. Non soltanto il pagano o il peccatore devono convertirsi, anche il giusto si deve interrogare, è necessario che abbia a mutare gli atteggiamenti e le scelte meno corretti. Il pio israelita, poi, è invitato a uscire dalla propria visione particolaristica: il giudizio non riguarda solo il mondo ma anche Israele e segue criteri che non sono scontati. Dio infatti può suscitare dovunque figli di Abramo.
“Convertitevi”: è il centro della predicazione profetica: Dio vuole salvare; chiede agli ascoltatori di cambiare il cuore. L’umanità che, fin dall’inizio, fugge da Dio, è chiamata a invertire la rotta, il suo modo di pensare e di agire. La conversione più difficile è quella “religiosa”; chiede di cambiare il modo di pensare Dio e di rapportarsi a Lui; occorre modificare le nostre idee su di Lui; e, nello stesso tempo, guardare in faccia ai “nostri idoli”. È necessario comprendere come Lui si rivela: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Salmo 34,6). La conversione si concretizza nel mettere al centro Dio e non il proprio io o le proprie immagini di Dio; è ristabilire l’ordine della creazione.
Giovanni è il profeta che sta sulla soglia tra il passato e il futuro. Per lui la promessa non è la tomba, ma il grembo della novità; è l’”Elia che deve venire” (Mal. 3,23), che anticipa la presenza di Colui che donerà salvezza al popolo. Punto di arrivo della paziente fatica di Dio è di portarlo a custodire l’attesa e gioire della presenza di chi da sempre è stato promesso. Il Battista non è solo il profeta che incontra il Signore nella solitudine del deserto. È l’apostolo che vuole introdurre tutti ad accogliere il Messia e ad uniformarsi al suo annuncio della Buona Notizia. Lui è la “voce”, Gesù è la “Parola” di Dio, che annuncia la fine dell’esilio (Isaia 40,3).
Il deserto posto tra l’Egitto e la “terra promessa” è lo spazio dove il popolo è uscito dalla schiavitù ma non è ancora arrivato alla libertà. È il luogo del cammino e del dubbio, dell’ascolto e della ribellione, dell’affidamento e del peccato, della rottura. Nel deserto la solitudine mette ognuno davanti a sé, agli altri, all’Altro, senza via di scampo. Lì è stata data la Parola e la manna, l’acqua e il cibo che hanno sostenuto il popolo ebreo, che lo hanno formato. Dopo i quarant’anni trascorsi nel deserto; gli ebrei hanno sempre fatto memoria di quel periodo come del tempo del fidanzamento, in cui il popolo e Dio si parlavano, si ascoltavano; proprio come due innamorati. Etty Hillesum, nel campo di concentramento dove era stata rinchiusa, nel suo “Diario” scrive: “Soprattutto quando vivi in una condizione di disagio, è importante fermarsi ad ascoltare; si riprende contatto con un frammento di eternità ...; non dovremmo mai stare un minuto, senza la preghiera ...”. L’Avvento è tempo in cui vegliare e abbandonarsi al Signore, l’obiettivo è cogliere e assimilare ciò che è essenziale nella nostra vita.
Don Peppino