Siamo nel Tempio; gli interlocutori di Gesù sono quei giudei che avevano creduto in Lui. Tuttavia, a mano a mano che si procede in questo confronto, la fiducia in Gesù sembra venir meno. Anzi, passando dalla discussione animata all’azione, quegli stessi giudei prendono delle pietre per scagliarle contro Gesù, costringendolo ad abbandonare il Tempio. Questa conclusione documenta eloquentemente il fallimento di quel dialogo che era iniziato con un’indicazione ben precisa: “Se rimanete nella mia Parola siete veramente miei discepoli”. Per essere discepoli occorre ascoltare e assimilare la Parola, riflettere su di essa per vivere con Gesù, come i primi due discepoli che si fermarono e dimorarono con lui non solo per quel primo giorno. Dimorare nel Signore, dialogare cordialmente con Lui, dovrebbe essere per noi uno stato permanente, un sentirci a casa, amati, custoditi.
Per tutta la sua vita terrena Gesù ha desiderato che ciascuno di noi dimorasse in Lui, tanto che nei discorsi d’addio, durante l’Ultima Cena, conforta i suoi discepoli, chiedendo insistentemente che abbiano a “rimanere” in Lui e li accompagnerà per sempre; Lui stesso preparerà una dimora per loro; e li attenderà.
“Se rimanete … comprenderete la verità e la verità vi farà liberi”. Verità e libertà: due parole importanti per la nostra vita. Non si può distinguere Lui dalla sua Parola; Lui è Parola che si fa carne, narrazione dell’amore del Padre, che vive realizzando pienamente; a motivo di questo è la verità. Per cui se non si accoglie la persona di Gesù, il cristianesimo rimane una semplice ideologia. Gesù è la verità; lo riconosciamo dimorando nella sua Parola; è Figlio e si rivela a tutte le donne e gli uomini. Con Lui si matura una reale fraternità.
Qualunque sia la nostra esperienza di paternità terrena, sempre comunque limitata, la qualità della nostra esistenza nasce dal riconoscere di essere figli amati di Dio. Questo è ciò che Gesù è venuto a rivelarci con il suo amore vissuto pienamente sino alla Croce. Scoprire questa verità è trovare la libertà, perché uno non è libero finché non si sente accettato e amato. Mai dovremmo rimanere schiavi dell’immagine che produciamo nei confronti degli altri. La libertà interiore e la pace del cuore nascono dal sapersi amati; si diventa capaci di amare gli altri stabilendo un rapporto corretto con il Padre, con i fratelli, con le cose; dove tutto è posto a servizio di una vita bella.
Eppure a questa proposta di Gesù noi potremmo rispondere come quei giudei: “Noi siamo figli della promessa, perché tu dici che siamo schiavi?”. Sì, si può essere credenti, uomini e donne religiose e stare nella casa del Padre, ma non essere figli bensì schiavi, come il fratello maggiore nella parabola del Padre misericordioso. Succede quando si ha un’immagine distorta di Dio che non è più quello rivelato da Gesù Cristo. Succede quando la libertà non è più chiamata ad annunciare la bellezza e la forza di un messaggio, di una Parola che conduce avanti e fa alzare il capo. Dio ci vuole rendere capaci di avere la libertà dei figli, donandoci il suo Spirito che ci fa amare il Padre, noi stessi e gli altri. Ci accomuna una vocazione, quella di essere donne e uomini liberi. “Voi fratelli siete chiamati alla libertà” (Gal 5,13): questa è la buona notizia per tutti.
Don Peppino