Ricordo di padre Adelio a 20 anni dalla sua scomparsa

Ricordo di padre Adelio a 20 anni dalla sua scomparsa
Vent’anni fa moriva padre Adelio Lambertoni, missionario in Cina per una vita, figlio amato della nostra comunità parrocchiale essendo nato e cresciuto a Velate.
Domenica 5 luglio con una messa nella chiesa di Masnago, ore 11, lo ricorderanno tre sacerdoti del PIME Gianni Criveller, Franco Bellati e Alberto Zamberletti.   


Religioso senza rinunciare a prendere di petto la vita in tutte le sue manifestazioni, servo di una Chiesa di frontiera che avuto in sorte di misurarsi prima con gli eccessi del colonialismo, poi con i rigori del comunismo: questo è stato padre Adelio. Lui c'era quando Hong Kong, nonostante fosse colonia britannica, aveva due facce: pescatori senza niente accanto a lusso sfrenato, grattacieli e banche. C'era nel 1989 quando da Hong Kong colonne di giovani andarono al tragico appuntamento con i carri armati nella piazza di Tienanmen a Pechino. E c'era nei giorni terribili della Sars: una fotografia rimbalzata in Occidente la primavera del 2003 lo ritraeva sull'altare della sua parrocchia, il giorno di Pasqua, le mani coperte dai guanti a reggere il calice, la bocca protetta da una mascherina davanti all'ostia consacrata. Tante vittime, un’anteprima del Covid che da noi arrivò nel 2020. “In quasi 40 anni di missione ho visto sacerdoti rapiti e fedeli perseguitati, ma mai abbiamo dovuto affrontare un'emergenza così grave”, ci raccontò Adelio descrivendo mesi da incubo. Tutto chiuso a Hong Kong: negozi, uffici, scuole, i barellieri come monatti nelle case colpite dall'epidemia, suicidi tra i sopravvissuti che non si rassegnavano alla miseria. Era già malato in quel periodo Lam Sen-fu, nome cinese del missionario con gli occhi azzurri, profondi, e la voce tonante da caporale di giornata. “Torna a casa, tu che puoi”, gli dicevano. Restò per vedere il flagello diminuire e infine spegnersi. Restò per combattere il nemico personale che dalla prima metà degli anni '90, a ondate, lo attaccava dentro, promettendosi di sopraffarlo. Bella testimonianza di fedeltà alla vocazione missionaria e di amore per la sua gente.
Pizzetto da alpino, maglioni occidentali attorno a un fisico possente, capelli folti fino a quando i chemioterapici assunti per curarsi non cominciarono a diradarli, padre Adelio è stato per la sua gente l'uomo, l'amico, il difensore, il suscitatore di speranza e di ottimismo. Girava per i villaggi con una moto Cagiva, costruita nella sua città, Varese. Di sacerdotale aveva poco nell'aspetto quando spuntava all'orizzonte evocando scene da film americano. Poi, sull'altare, durante le liturgie, usciva la sua anima che aveva imparato a pensare in cinese, lievitava il profondo sentimento di giustizia di cui s'era fatto ambasciatore sin dal primo giorno e si capiva quel che gli disse una volta una vecchina, offrendogli una tazza di hong cià, bevanda di colore rossastro: “Confucio sarebbe stato contento di te”.
Giuseppe Garibaldi eroe dei due mondi, padre Adelio Lambertoni ambasciatore di due culture: l'occidentale e la cinese. Amava dire, facendo il bilancio di quarant'anni vissuti in Oriente nella trincea dei diritti umani vilipesi e di quelli religiosi maltrattati: “Ho mangiato più riso che spaghetti”. E quella frase, di cui molti si sono ricordati il giorno dei suoi funerali nella chiesina di Velate, un caldo pomeriggio di luglio del 2006, ha acquistato il peso di epigrafe testamentaria, quando dalle prime panche quattro persone con gli occhi a mandorla sono salite sull'altare e hanno recitato il Padre Nostro nella lingua di Canton. Erano i suoi figli adottivi salvati da morte sicura in una barcaccia alla deriva nelle acque putride di una palude. 

Gianni Spartà
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