Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Molti sono i momenti storici che hanno dato vita a questa iniziativa di preghiera ecumenica, a partire dal 1740 circa, quando in Scozia nasce un movimento pentecostale con legami in Nord America, il cui nuovo messaggio per il rinnovamento della fede chiamava a pregare per e con tutte le chiese. Il predicatore evangelico Jonathan Edwards invita ad un giorno di preghiera e di digiuno per l’unità, affinché le chiese ritrovino il comune slancio missionario. Fino al 1935 quando l’abate Paul Couturier, in Francia, promuove la “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” basata sulla preghiera per “l’unità voluta da Cristo, con i mezzi voluti da lui”. Da allora nel gennaio di ogni anno viene indetta questa settimana di preghiera che vuole coinvolgere tutti i cristiani nello sforzo di ricucire la tunica di Cristo. In precedenza questa settimana di preghiera era caratterizzata dall'idea che fosse una specie di crociata spirituale per il ritorno dei non cattolici. Ciò che si era affermato nella mentalità corrente era che la Chiesa di Oriente fosse la Chiesa della tradizione; che la Chiesa protestante fosse la comunità della Bibbia e la Chiesa cattolica quella dei Sacramenti e della gerarchia. Da questa mentalità ci siamo liberati solo con il Concilio Ecumenico Vaticano II, nonostante che ci siano stati spiriti profetici che hanno anticipato un pensiero nuovo. Tra questi, appunto, l'abate Couturier che scriveva: "L'ottavario ha per scopo una riunione di insieme di cui non sappiamo nient'altro che Dio la vuole, perché il Cristo ha pregato per l'unità. Si tratta di fare l'atto di completo abbandono e di assoluta fiducia nell'infinita bontà e nell'infinita potenza del Cristo risorto". Perciò lo spirito con cui dobbiamo affrontare questi giorni non è quello di pregare perché questi "eretici" o "separati" rientrino nella comunità della Chiesa cattolica ma che ogni credente, a partire dalla propria spiritualità, si renda docile allo Spirito, si lasci condurre da una fede viva verso la persona di Cristo, ma ciascuno nella propria confessione, dove, cioè, ha imparato ad amare Cristo. Questo non significa rinunciare alla pienezza della verità che appartiene alla Chiesa cattolica ma soltanto mettersi in sintonia con Cristo che nella sua preghiera sacerdotale ha pregato per l'unità. Di conseguenza la preghiera ecumenica non può domandare di ridurre gli altri alla nostra unità, bensì che "Dio realizzi l'unità che egli vorrà con i mezzi che egli vorrà".

Questo modo di pensare ci ha permesso di superare quell'ecclesiocentrismo che ci soffocava; le Chiese hanno smesso di mettere se stesse al centro dell'universo religioso, misurando le altre con la propria misura: hanno messo Cristo al centro e si misurano con la sua grazia e le sue esigenze e si sono trovate tutte mancanti. Infine, dobbiamo all'ecumenismo l'approfondimento dell'idea stessa dell'unità della Chiesa: ci parla infatti dell'unità della Chiesa come "mistero" e non come "problema"; l'unità della Chiesa come partecipazione alla vita trinitaria. Non è questione di vivere NELL'UNITÀ ma di vivere DELL'UNITÀ.

Bisogna, però, stare attenti a non ridurre la settimana di preghiera per l'unità ad un semplice fatto di devozione. Bisogna pregare "bene". Scrive il documento del Vaticano II: “Ora il Signore dei secoli, il quale con pazienza e sapienza persegue il disegno della sua grazia verso di noi peccatori, in questi ultimi tempi ha incominciato ad effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l'interiore ravvedimento e il desiderio dell'unione” (Unitatis Redintegratio 1). Il primo passo verso una spiritualità ecumenica consiste nell'accettare la pluralità delle spiritualità, conoscerle, apprezzarle e assimilarle nella misura del possibile, perché, come diceva il Card. Mercier, per unirsi bisogna amarsi e l'amore del Cristo dà la limpidità dello sguardo necessaria per conoscere l'altro nel suo mistero. Non si tratta solo di conoscere la dottrina delle altre Chiese, ma come diceva il Vaticano II, "bisogna conoscere l'animo dei fratelli separati".

La speranza è che presto possiamo adempiere al desiderio di Cristo: "Che siano un sola cosa".

Don Felice