In questa settimana sul nostro foglio “In Cammino” noi sacerdoti volevamo regalarvi una riflessione che ci ha visto riflettere con gli altri confratelli del decanato e che sta interpellando tutti i sacerdoti della nostra diocesi. L’Arcivescovo ci ha chiesto di soffermarci a compiere qualche riflessione sul tema vocazionale, che tanto ci sta preoccupando anche in rapporto al futuro delle nostre comunità cristiane parrocchiali.
Siamo partiti da questa testimonianza di un nostro confratello, che ci pare illuminante perché fa interagire la questione vocazionale di speciale consacrazione con quella familiare che deve esserne il trampolino di lancio. Proviamo a leggerla insieme.
“Potrei ripensare la mia vita di prete a servizio delle vocazioni ripercorrendo la vicenda di Tobia (Tob-Ja, Dio è buono). Un po’ per caso, un po’ per chiamata, un po’ per desiderio ti trovi sulla strada. Non era difficile qualche anno fa che una famiglia indicasse a un giovane: “cercati un amico che ti faccia da guida”. E quell’amico poteva anche essere un prete. Oggi c’è molto più sospetto, più supponenza, più superficialità, più distrazioni.
Camminare accanto a un giovane, fare un pezzo di strada significa esplorare insieme un territorio (di cui già si conoscono alcuni aspetti), ma farlo nuovamente, proprio con questo amico, unico, che ti sta accanto.
Con lui arrivi a dei guadi, prendi cibo e riposo, ti dai “alla pesca”, fai delle attività anche gratuite, qualche volta sei anche direttivo, devi proprio dirgli quello che c’è da fare… ma alla fine è lui il giovane amico, colui che cresce, che deve conservare l’unguento buono che lo porterà all’amore e alla guarigione di sé e del padre. È lui, che a suo tempo, farà le domande sulla medicina di Dio.
Arrivati a Ectabana la guida deve districarsi tra contratti e relazioni. C’è un tempo di carte e di firme, di promesse e di consensi. C’è un racconto del passato e uno sguardo al futuro. Il prete accompagna e vede coppie innamorate, coppie ferite, coppie impaurite per il futuro e la salute (o la salvezza?) dei propri figli. Si può essere notai di passi e commerci oppure sinceri e appassionati spettatori di un amore che si apre, si compie, si gioca. Ci si può offrire come discreti e appassionati “personal trainer” di passi evangelici nella vita e nella comunità.
Le famiglie sono sempre una pro-vocazione al prete celibe: per la concretezza e l’eroicità di un amore fedele, per la passione amorosa ed educativa che esprimono, per la resilienza nelle fatiche e nel dolore. Entrare nelle dinamiche sposo-sposa, madre - figlia, padre - figlio, genero -suocera … chiede tenerezza e libertà perché ciascuno si collochi nel piano di Dio e nelle relazioni secondo verità e carità. Pensiamo a cosa possa diventare il cammino di discernimento sull’ IC dei bambini, sull’educazione alla coscienza secondo le indicazioni di Amoris laetitia, …
Il racconto testimonia anche l’insicura presenza “dei suoceri” con le loro paure, il loro perbenismo di facciata, la loro mancanza di fiducia… Raffaele verso Sara e Tobia compirà una missione discreta, di rottura, esortandoli alla fiducia, ad esporsi al dono, alla promessa e alla benedizione di Dio.
Come Raffaele, pur navigato e reso esperto da tanti percorsi matrimoniali e familiari fallimentari. …imparo a sostenere e affidare a Dio le vocazioni di coppia e dei genitori. Ogni relazione, e ogni vita può diventare una sorpresa.
Credo sia esperienza di tutti avere accompagnato coppie su cui avresti scommesso…, giovani estremamente promettenti …, famiglie dalle quali ti saresti aspettato molto … le cui vicende si sono concluse in breve tempo, anche in maniera sofferta.
Il prete è avvertito che accompagnare alla Vita significa far conto di lottare con Asmodeo, (l’arrabbiato) l’avversario, il satana.
È una dimensione non immediatamente piacevole, ma estremamente reale. Se solo alcuni hanno avuto esperienza del demoniaco, tutti abbiamo a che fare, ripetutamente, col divisore, con colui che separa, insinua, divide, odia. Accompagnare la gente (giovane e adulta) nel cammino per vivere la vocazione significa anche fare il conto con questo aspetto. Senza ingenuità. Con coraggio e fermezza accompagnare la vocazione significa anche smascherare il male e incatenare l’avversario. Per noi e per gli altri.
L’accompagnamento personale (nella confessione e nella direzione spirituale) diventa per il prete occasione per verificare nella propria vita e suggerire pratiche di ascesi e di lotta, occasioni di generoso ascolto dello Spirito e della Parola. Anche ad affidare a Dio “i poveri peccatori”.
Ci sono miriadi di incontri sulla strada verso la Vita e l’amore che chiedono vigilanza e affidamento. Sono occasioni di saluto, di prossimità, di collaborazione, di sorriso, di sguardi. Ripenso all’esperienza breve, ma intensa dell’ospedale con la cura degli ammalati, la vicinanza al personale, le emergenze del pronto soccorso, gli accompagnamenti di malati e familiari alla morte, soprattutto nell’ hospice. Non è chiesto di dire, di dimostrare, di rispondere. È chiesto semplicemente di esserci. Di essere li. L’ accompagnamento alla vita, nella sofferenza e alla morte è un dono grande per ogni prete e va coltivato, difeso, incentivato.
Il contesto del ritorno a Ninive presenta una situazione sconfortante: due anziani brontoloni, lunatici, litigiosi, privi di speranza. Anche per loro Raffaele ha una premura attenta. Invita Tobia a precedere la sposa Sara e a preparare gli anziani genitori a una gioia più grande. Non è facile stare accanto agli anziani, eppure anche per loro c’è la vocazione della sofferenza, della preghiera, della speranza cristiana. Un prete, come Raffaele, investe tempo e strategie per stare con gli anziani o visitarli prontamente.
Raffaele guarisce Tobi con le mani del figlio Tobia, con l’unguento spremuto dalle viscere di un pesce e con un soffio che … sa proprio di Dio. A quel punto Raffaele si manifesta “e salì in alto”.
L’accompagnamento vocazionale non ha l’esclusiva e la definitività di un contratto irrevocabile, ma la leggerezza e il balsamo di un’amicizia che rimane.
Così, da preti viviamo la nostra vocazione accompagnando ciascuno a scoprire la propria vocazione e a rimanervi fedeli”.
Mi sembrava bello condividere con voi questa esperienza in preparazione al Natale mentre stiamo visitando le vostre famiglie per la benedizione… se non altro per ribadire a tutti voi che senza l’appoggio, la testimonianza e il calore del vostro amore di famiglia, anche la nostra missione ne risulterebbe molto impoverita perché… da quel lontano Natale di Gesù Bambino a Betlemme, l’Amore ha sempre avuto bisogno di un luogo in cui incarnarsi… e anche noi, preti del 2025 ne abbiamo un’immensa necessità!
Con affetto
don Giampietro