Comunità pastorale: condanna o partita vincente?

Comunità pastorale: condanna o partita vincente?

8 dicembre, per noi non è soltanto la solennità di Maria Immacolata, ma è la festa della nostra Comunità Pastorale.

Nata con don Mauro, ora di anno in anno si sta cercando di portarla a compimento in maniera sempre più consona alle esigenze della Chiesa attuale. È inutile nascondercelo: dire “Comunità Pastorale” significa accettare che non tutti siano ancora riusciti a capire l’identità vera di questo nuovo modo di essere insieme come Chiesa… forse è necessario intenderci sui termini!

Innanzitutto, quello della Comunità pastorale non è un tema da trattare all’interno della Chiesa diocesana: è uno stile da assimilare e da indossare come quegli abiti che magari non fanno tendenza ma sono molto comodi, ci interpretano e dicono la nostra personalità.

In secondo luogo, non è una trovata nuova da parte dell’arcivescovo: è lo stile che la Chiesa fin dalle origini degli Atti degli Apostoli ha fatto proprio e che dovrebbe caratterizzare il nostro normale agire quotidiano di Comunità Cristiana.

Terzo, non è un esperimento a termine, che si conclude tra qualche anno: uno stile si acquisisce e lo si fa diventare il modo di essere presente in mezzo agli altri.

Quarto, sulla Comunità pastorale non ci si impegna: la si vive con desiderio come si fa normalmente con le situazioni ed esperienze che immaginiamo possano cambiare in meglio la nostra vita personale, di coppia e di Chiesa.

E da ultimo, non è questione relegabile al solo Consiglio Pastorale o alla Diaconia: o diventa espressione della comunità intera o finirà per essere uno dei tanti “esperimenti abortiti” che abbiamo provato a mettere in atto.

 

E da qui riparto per la nostra festa quest’anno: da difficoltà, la realtà della Comunità Pastorale provo a trasformarla in occasione vincente, per aiutare le comunità cristiane a me affidate a scoprire che…

  1. lo stile del camminare insieme toglie ogni tentazione di protagonismo nel cuore di ciascuno perché non c’è un premio a chi arriva primo ma, semmai, una beatitudine per chi serve gli altri come ultimo.
  2. non sempre paga l’affanno di dover inventare per forza strategie nuove per attirare chi è lontano o fuori dalla comunità ma che, da sempre, il bello non ha bisogno di spiegazioni: attrae da sé stesso, convinti che è molto più efficace mostrare la bellezza di un cammino piuttosto che mettere in guardia dai pericoli contrari.
  3. normalmente “l’ansia da prestazione” non fa vincere le gare: se resta l’obiettivo da raggiungere in questi anni, accumula tensione, se lo si trasforma invece in stile di Chiesa ti apre l’orizzonte di una gioia da trasmettere.
  4. i “compiti a casa” non sono mai piaciuti a nessuno. Attivare desideri invece può dar fiato ad una comunità che diversamente si sente schiacciata “dai soliti impegni a cui dover far fronte” e che conseguentemente ha smesso di sognare in grande, perché c’è una gioia da trasmettere: quella di un Vangelo che cambia la nostra vita.
  5. il Consiglio Pastorale o gli altri organismi di lavoro non sono l’insieme dei martiri scelti dal parroco e sacrificati sull’altare delle incombenze a cui rispondere, ma l’espressione concreta che dice come qualcuno è ancora capace di scegliere ciò per cui vale la pena di impegnarsi e offrire la vita.

 

Ho provato a mostrarvi come la questione della Comunità Pastorale per me responsabile primo va anzitutto “disinnescata” perché da questione di strategie che porta in dote tutti i problemi sopra elencati, diventi invece il nostro modo di essere Chiesa nel presente.

Considerando allora che non ho la vocazione ad andarmi a cercare problemi nuovi, emerge qui l’anima sportiva che da sempre è innata in me: un buon allenatore sa che per vincere un campionato deve saper abbinare ad una buona tattica di gioco una eccellente tecnica di base. È la strategia comune che ci porta insieme ad “allenare” il cuore e la mente di tutti noi, sacerdoti, suore e laici perché da “condanna” la comunità pastorale possa diventare partita vincente per la Chiesa di oggi, di domani, di sempre.

Cosa ne dite: i giorni 6-7-8 dicembre proviamo a “scendere in campo” per rendere più bello, attraente e promettente per ciascuno di noi la nostra vita normale di Chiesa?

Vi aspetto tutti.

 

don Giampietro