Le profezie dei giovani
L’avvento in cui ci siamo immersi in questi giorni è da sempre un tempo che si lega strettamente con le profezie antiche
L’avvento in cui ci siamo immersi in questi giorni è da sempre un tempo che si lega strettamente con le profezie antiche. Ogni parola di questi uomini scelti da Dio riesce a connettersi con il mistero di Cristo in modo più o meno chiaro, ma soprattutto conserva in sé la forza di risvegliare le coscienze stanche e addormentate mettendo ogni uomo davanti a una verità che sa essere allo stesso tempo faticosa e liberante, in una parola: purificante. Ognuno di noi - forse non lo sapete - è un profeta, ce l’ha scritto nel cuore Dio con il battesimo. E per questo non c’è da sorprendersi se a volte incontriamo qualcuno che ci interroga o addirittura sconvolge la nostra vita e il nostro modo di vedere le cose, se è così abbiamo incontrato un profeta. Vorrei portarvi agli inizi di questo avvento una profezia “fatta in casa”, non da me, ma da alcuni giovani della nostra comunità e di tutte le comunità del decanato che si sono trovati per conoscersi e per pregare insieme sul vissuto presente e futuro della nostra Chiesa in Varese. Prima profezia: Cristo è la porta Nel riflettere sul ruolo educativo nei confronti dei più piccoli si è arrivati ad armonizzarsi su un concetto fondamentale: la nostra relazione con Gesù Cristo. Senza approfondire la nostra fede, le nostre comunità non vanno da nessuna parte, perdono la loro incisività e capacità di dare frutto, anche a livello educativo. Per questo è prioritario pensare sia personalmente che come comunità di rimettere al centro Cristo, senza paura e senza esitazione. Non facciamoci spaventare dal mondo, Cristo ha vinto il mondo. Seconda profezia: la generazione stanca Una questione emersa più volte è il rapporto tra le tre generazioni: giovani, adulti e anziani. Si è sottolineato il faticoso rapporto tra giovani e adulti, un rapporto che a volte sembra spezzato a causa di una poca stima da parte. Terza profezia: il pastore e i recinti Un’ultima profezia che vi condivido riguarda la stabilità delle nostre comunità. La nostra storia di Chiesa ha sempre legato la stabilità delle comunità alla presenza fissa di un prete, questo ha comportato che con il diminuire del numero dei preti le comunità perdessero molto della loro vitalità. Si è preso coscienza che questo non è più possibile, né giusto. Non è il prete a fare la comunità, ma sono tutti coloro che si radunano attorno all’eucaristia, è necessario pertanto che si risvegli in noi tutti una maggiore coscienza di Chiesa. Desideriamo diventare tutti responsabili delle nostre comunità, dal servizio più umile al più impegnativo. I preti ci saranno ancora, tranquilli, ma dovranno tornare a fare ciò che gli compete: pregare, amministrare i sacramenti e stare vicino al loro popolo, forse non in un solo recinto, ma in più recinti. Don Michele