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Un progetto per vivere!

 

A conclusione della settimana dell'educazione... per ripartire! Poche settimane fa nell'editoriale di "In cammino" sulla settimana dell'educazione scrivevo del desiderio che la settimana dell'educazione diventasse l'occasione per le diverse equipe educative della pastorale giovanile dei nostri oratori per sognare. Ora dopo alcune settimane vorrei consegnare alla comunità un primo frutto, che completato anche con qualche vostro suggerimento, possa essere consegnato all'Arcivescovo Mario il prossimo 27 febbraio nell'assemblea diocesana degli oratori.  1. La nostra comunità educante (e non solo) deve imparare a sognare in grande. È un dovere perchè è in questo sognare propositivo che possono sprigionarsi idee e confronti costruttivi e innovativi. La nostra comunità deve imparare ad apprezzare i frutti del passato, ma anche saper andare avanti, a cercare sempre nuove mete in ascolto del tempo presente, affrontando e vivendo anche le limitazioni di questo tempo, che non sono però limitazioni ad essere una comunità viva! E per costruire un sogno il metodo da seguire non è quello dei "programmi scolastici", ma quello del progettare secondo quelle parole che Papa Francesco rimarca come strada delle scelte (discernimento): pregare, pensare, agire. 2. La nostra comunità educante deve credere nella sua testimonianza. Se da una parte abbiamo compreso come il nostro cammino educativo non può prescindere da un accompagnamento dei soggetti coinvolti nella azione pastorale (i ragazzi, ma anche le stesse famiglie), un accompagnamento capace di vicinanza con gesti concreti, dall'altra però non può esistere ciò senza credere nella bellezza della testimonianza evangelica che siamo e che abbiamo, ognuno con il proprio vissuto. Prima di cercare i grandi testimoni, dobbiamo imparare a verificare la nostra testimonianza e a credere che anzitutto da noi passa il Vangelo, dalle nostre vite passa il Signore. E lasciare agire lo Spirito nella nostra vita con la sua carica di creatività non può che aiutarci ad essere veramente una comunità della gioia e della festa, anche nella difficoltà. I momenti formativi e spirituali si pongono questo obiettivo: non "sfiduciare" la testimonianza, ma incoraggiare sempre un processo di crescita educativa e spirituale che continua nella vita e nel cammino di fede. 3. La nostra comunità educante deve coraggiosamente ripensarsi.  Nel suo agire , che deve essere comunitario e unitario, in quanto pur con diverse finalità educative, tutte le realtà educative dell'oratorio puntano alla crescita spirituale e in maturità dei ragazzi e a un crescere insieme tra adulti. E questo camminare insieme deve trovare anche un coinvolgimento non solo nell'accompagnare, ma anche nell'accogliere le diversità di linguaggi e vedute, ricchezza di carismi presenti nella comunità. Il luogo sorgivo di questa sinfonica comunione è l'eucarestia: qui è il punto di partenza del nostro essere comunità qui tutti si devono sentire attratti non solo ovviamente dal Mistero, ma da una comunità che mi accompagna a saperlo incontrare nell'oggi e non con un pensiero che è distante da me. Nelle sue figure . Non può esistere un camminare in avanti senza un ripensarsi anche delle figure educative coinvolte. Da una parte progetti sempre più grandi richiedono nuove figure capaci di sostenere l'azione educativa. Penso ai volontari dei doposcuola, alle pulizie degli ambienti, ai servizi del bar, al catechismo. Dall'altra si rende necessario unrinforzo delle nuove generazioni in alcuni ambiti, penso alla società sportiva, ai comitati delle feste, alla gestione anche amministrativa degli oratori. Anche la figura del prete di pastorale giovanile deve evolversi: non può più essere il coadiutore, colui che coordina la macchina, ma colui che accompagna i processi spirituali dei singoli e quelli pastorali di una comunità educante, affiancandosi all'agire primario della comunità, non sostituendosi.  Nel territorio . L'agire di una comunità educante non si richiude nelle mura dell'oratorio del proprio campanile, ma si affaccia a creare relazioni educative costruttive con le realtà caritative, a partire dall'agire della nostra caritas, con le scuole e con gli ambiti educativi del territorio della comunità pastorale e non solo, interagendo anche con la realtà cittadina e con le parrocchie della città. Nella sostenibilità economica . La raccolta fondi "Insieme Ingioco"avviata attraverso il contributo della fondazione Peppino Vismara oggi si pone come obiettivo quello di sostenere le attività di doposcuola attivi sui due oratori "centrali" della comunità, la pastorale dei ragazzi delle medie, delle superiori e dei giovani, gli oratori estivi, il coordinamento dei cortili e delle attività di animazione e alla costruzione di percorsi di inclusione per ragazzi con disabilità. Il sostegno economico è destinato in particolare alle spese attive degli oratori di acqua, luce e gas, al materiale e al pagamento delle quattro figure professionali volte al coordinamento delle attività sopra indicate. Questa è un onere che la comunità deve saper affrontare insieme, nel credere nella prospettiva delle potenzialità educative dei nostri oratori, sapendo investire su di esse. I frutti emersi in queste settimane possono ora trovare un ulteriore contributo nella comunità. Per questo chi desidera donare un suo contributo a quello che finora è emerso potrà farlo in questa settimana fino a venerdì 12 febbraio scrivendo a  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  o contattando don Matteo (3893143032). Don Matteo

Un progetto per vivere!

Festa della famiglia... chiusi in casa... spalancati all'Amore

 

Festa della famiglia… in casa! Certo che nessuno può dire che quest’anno non la si vivrà nel suo proprio ambiente naturale! Cosa significa vivere la festa della famiglia … chiusi in casa? Non ho la pretesa di “insegnare al gatto ad arrampicarsi”… però qualche suggerimento che mi arriva dall’ascolto di esperienze e dal tempo trascorso in compagnia di tante famiglie sento di poterlo condividere ad alta voce. 1. prendetevi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce. L’inerzia del momento presente con le sue frenesie e le sue paure, il logorio della convivenza “forzata”, il fatto che ciascuno sia prima o poi una delusione per l’altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita. L’amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all’emozione di una stagione un po’ euforica, non è solo un’attrazione che il tempo consuma. L’amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.  2. Custodite la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili. Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l’umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.  3. Pregate insieme. Il tema della festa della famiglia che quest’anno la nostra diocesi ha voluto proporre è quello del «trovare il tempo per Dio». Già questa sera, poi domani e poi sempre: una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche “Ave Maria”  per quelle attese e quelle pene che forse non riuscite neppure a dire tra di voi.  4. Trovate il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare, senza fretta.  5. Abbiate fiducia nell’incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.  La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio. Quasi quasi, vivere la festa della famiglia “chiusi in casa”, alla fine non è proprio un’esperienza tutta da buttare… Don Giampietro

Festa della famiglia... chiusi in casa... spalancati all'Amore

La quaresima che mi manca

 

23 febbraio 2020: inizia ufficialmente il lockdown in Italia, chiuso tutto. Alle ore 16:00 arriva l’ordinanza dall’ufficio avvocatura della Curia: si sospendono tutte le celebrazioni, Messe comprese! Sul foglio “in Cammino” di sabato 22 era già stato pubblicato in grande evidenza il cammino quaresimale della nostra Comunità Pastorale… la mia prima quaresima tra voi!  Panico… come è possibile… sarà solo un blocco temporaneo; appena scopriranno che questo “coronavirus” è poco più di un’influenza ci faranno riaprire tutto…  Tant’è vero che sul foglio “in Cammino” della settimana successiva, 29 febbraio, abbiamo riportato il seguente avviso: “ I seguenti eventi si ritengono confermati solo qualora cessasse l'ordinanza pubblica di sospensione delle diverse attività (pubbliche o private) che comportano l'assembramento di persone”…  mai attesa è stata più … disattesa e snervante! Quest’anno finalmente inizio … la quaresima che mi manca. È vero che non la riprendiamo “a pieno regime”, ma rispetto all’incubo dello scorso anno in cui noi sacerdoti abbiamo celebrato davanti ad una telecamera, quest’anno è veramente tanta ricchezza! Sulle pagine di questo foglio trovate il programma dettagliato dei cammini che con il Consiglio Pastorale si è scelto di intraprendere. Ora mi limito ad indicarvi lo stile, i punti di forza dei nostri 40 giorni quaresimali. Non derive spirituali ma deserto per interiorizzare. Ci sono già tante emergenze che dobbiamo affrontare in questo periodo, non lasciamoci prendere anche dall’emergenza spirituale. La nostra quaresima vuole essere una risposta concreta a questa emergenza. Meditazioni, celebrazioni liturgiche, confessioni, colloqui spirituali… tutti “vaccini” che proponiamo per far fronte a questa emergenza che rischia di intaccare nel profondo la nostra umanità di persone che sente la necessità di non essere lasciata sola. Non croci di cui ribellarsi, ma una Croce da cui lasciarsi portare. Stiamo attenti a non applicare troppo facilmente l’etichetta di “croce” a tutto ciò che ci cade addosso nella vita in questi tempi. Il Signore non cerca in questa quaresima “nuovi crocifissi”, gliene è bastato uno solo, il Figlio! Cerca piuttosto nuovi figli che si lasciano soccorrere da Lui per una nuova risurrezione, per dirci che anche Lui ha voglia di ricominciare con un’umanità resa nuova dalla fede e dalla carità reciproca. Vorremmo vivere il nostro itinerario quaresimale all’insegna del lasciarci correggere da Dio, senza paure di intraprendere cammini penitenziali che ci possano portare ad essere più contenti perché rinnovati. Non celebrazione “di nuovo” della Pasqua ma direzione verso una Pasqua nuova. Questo è la provocazione che ci affida il nostro Arcivescovo. Non vorrei vedere fedeli accorrere in chiesa per assistere ai “soliti riti”, quasi per convincerci che la vita è ripresa normalmente come prima, ma fratelli nella fede che, proprio come me e gli altri sacerdoti e suore della comunità, desiderano risorgere dalla negatività che si portano appresso come scoria del periodo che stiamo attraversando. Io, voi, tutti… desideriamo risorgere dal pessimismo che ci portiamo addosso, desideriamo guardare con gli occhi del Risorto il tratto di vita nuova a cui la quaresima ci indirizza. No, carissimi, nella prossima quaresima non andremo in cerca di uno scoop che ci offra la carica che non abbiamo più, cercheremo invece nella croce il germe d’amore che Gesù vi ha messo perché … si può sigillare un sepolcro con una guardia davanti, si può provare a rendere difficile la partecipazione alle celebrazioni con un coprifuoco serale, si può provare a continuare a mettere paura nella gente… ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa…  Ecco la quaresima che ci manca. Buon cammino Don Giampietro

La quaresima che mi manca

"Il ramo di mandorlo", nelle Zone incontri per i laici, consacrati e clero

 

Dal 22 Gennaio al 19 Febbraio Alla presenza dell’Arcivescovo, sette serate promosse dalla Formazione permanente del clero: diretta web dalle 20.30, possibilità di inviare domande, video poi disponibili on line. Al centro la dimensione fraterna e missionaria delle nostre comunità, anche alla luce dell’esperienza della pandemia.  «Il ramo di mandorlo» è il titolo di una serie di sette incontri che la Formazione permanente del clero della diocesi di Milano, dal 22 gennaio al 19 febbraio  (in allegato il programma ) offre a tutti – laici, consacrati e clero – e in particolare ai membri dei Consigli delle Comunità pastorali e delle parrocchie, alle persone consacrate impegnate nei servizi delle comunità, agli operatori pastorali, alle Associazioni, Movimenti e Gruppi ecclesiali presenti in Diocesi. Il titolo è tratto dal primo capitolo del libro del profeta Geremia. «Cosa vedi, Geremia?», chiede il Signore. «Un ramo di mandorlo», risponde il giovane profeta. «Hai visto bene, perché io vigilo sulla mia parola per realizzarla», replica il Signore. Il ramo di mandorlo è, quindi, il segno che il Signore vigila sulla sua parola, Lui stesso la realizzerà nel suo popolo. L’immagine infonde fiducia (il profeta non sarà solo) e speranza (il Signore compirà la sua parola). Con questa stessa fiducia e speranza, l’itinerario degli incontri intende aiutarci a riflettere sul volto della Chiesa di Milano in modo da cogliere come il Signore ancora oggi “veglia” sulla sua parola, realizzandola in mezzo a noi. Il primo incontro sarà dedicato a una rilettura del percorso pastorale della nostra Diocesi caratterizzato dall’esperienza delle Comunità pastorali, da un lato, e dal Sinodo dalle genti, dall’altro. Gli incontri che seguono si soffermeranno, invece, su alcuni degli aspetti principali della vita cristiana: l’Eucarestia, la preghiera, l’annuncio, le relazioni, la carità e la testimonianza. Sullo sfondo di questa proposta ci sono tre grandi istanze e un singolare kairos. 1.La prima istanza è quella neotestamentaria: l’esperienza degli apostoli – che si dispiega a partire dal «perché stessero con lui» (Mc 3,14) fino a quel «mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At 1,8) – ci dice che la Chiesa, fin dalle origini, presenta una forma fraterna e missionaria. 2.La seconda è quella magisteriale: il recente magistero della Chiesa – dal Concilio Vaticano II al magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – chiede una riforma della Chiesa in senso fraterno e missionario. 3.Infine, la terza istanza è quella pastorale: la scelta della nostra Diocesi di strutturare le parrocchie all’interno di comunità pastorali, pur con tutti i limiti e le difficoltà che sperimentiamo, valorizza la dimensione fraterna e missionaria della Chiesa. Queste tre istanze convergono nell’invito a trasformare sempre più le nostre parrocchie in comunità fraterne e missionarie. Il kairos è, invece, l’attuale contesto di pandemia nel quale l’isolamento e le distanze, da un lato, e la sofferenza e il bisogno della gente, dall’altro, ci hanno fatto sentire l’importanza di condividere la fede nella comunità e quella di annunciare la speranza che viene dal Vangelo. Sulla scia di queste istanze e di questo singolare kairos nasce dunque l’itinerario proposto, che si presenta come una rivisitazione della vita concreta delle nostre comunità alla luce dell’esperienza che abbiamo vissuto durante i mesi della pandemia. In concreto, gli incontri – che si svolgeranno nelle sette Zone pastorali e vedranno la presenza del nostro Arcivescovo Mario Delpini – inizieranno alle 20.30, avranno la durata di un’ora, saranno trasmessi in diretta sul portale della Diocesi (www.chiesadimilano.it) e sarà possibile partecipare anche attraverso domande da inviare su WhatsApp (347.5869065) perché alcune di esse siano rivolte al relatore. L’occasione di un tempo di formazione insieme come popolo di Dio diventa un invito a scegliere personalmente la partecipazione a queste serate, sia nella forma della diretta, sia in quella di una ripresa di queste serate. Sul portale della Diocesi rimarranno disponibili i video e prossimamente sarà pubblicato un libretto che raccoglierà i contenuti delle relazioni e pensati appositamente per la pubblicazione. Anche a livello di Consigli pastorali o di gruppi ecclesiali saranno preziosi alcuni appuntamenti di ripresa insieme e di discernimento spirituale e pastorale su questi temi con il materiale offerto da queste serate formative. Invitiamo tutta la comunità pastorale, in particolare i consiglieri del consiglio pastorale e degli affari economici a partecipare on line a questi momenti formativi. Il primo appuntamento, destinato proprio alla nostra zona pastorale sarà venerdì 22 gennaio alle ore 20.30. La diaconia   di monsignor Ivano VALAGUSSA ed Equipe della Formazione permanente del clero Scarica il PROGRAMMA degli INCONTRI SCARICA la LOCANDINA

"Il ramo di mandorlo", nelle Zone incontri per i laici, consacrati e clero

Quando la sofferenza è "sorella"

 

Celebrare la vita non è solo fare festa e gioire riconoscenti del regalo ricevuto. Celebrare la vita è anche entrare nel mistero di sofferenza, passione e morte che Gesù ha condiviso con noi perché tutto abbia un senso. Celebrare la vita è accorgersi che l’amore del Padre vince ogni dolore e lo rende fecondo d’eternità là dove anche la morte può essere chiamata “sorella” e quello che tutti considerano uno scarto può venire accolto come dono prezioso. Impossibile? No! La lettera di questo nonno della nostra Comunità ce ne dà testimonianza IL MIO NIPOTINO MORTO DOPO MEZZORA e quel prodigio in sala parto con i quattro fratellini Nel momento in cui ho varcato la soglia della chiesa e ho visto la piccola bara bianca, poco più grande di una scatola di scarpe, tutto si è svelato senza finzioni. Non c’è nulla al mondo come la morte di un neonato che tolga ogni illusione a noi esseri umani. Ci chiamiamo mortali perché questa è la definizione più appropriata. Nonostante l’apparente potenza tecnologica del nostro tempo, siamo mortali. Esattamente come l’uomo della caverna o della foresta. Il neonato si chiama Luigi, è mio nipote, figlio di mio figlio Giacomo e di sua moglie Maddalena. Una malformazione congenita svelata al momento di un’ecografia al terzo mese di gravidanza ha messo i genitori del bimbo, noi parenti e gli amici più vicini davanti a questa porta terribilmente stretta. Solo il pensiero di doverci passare attraverso, senza sapere quanto lungo e quanto duro sarebbe stato il cunicolo che essa svelava, mi metteva a disagio, mi creava un sordo fastidio che si ingrandiva col passare del tempo e col progredire della gravidanza. Soprattutto il pensiero per i genitori e i fratellini di Luigi, per quello che li aspettava inevitabilmente, senza sconti, scuoteva ogni mia certezza, eliminava ogni tranquillità… Mi sono sorpreso più volte a pensare che avrei voluto togliere loro questo peso in qualunque modo, magari anche chiedendo, con la mia poca fede, il miracolo della guarigione a Dio. In mezzo a questo mare di nebbia grigia e triste, rassegnato al peggio, qualcosa di inaspettato è accaduto davvero. Capovolgendo la mia vita rispetto al mio miope sguardo: non è stata la guarigione, cercata forse solo come sistemazione delle cose, per evitare il peggio. Ho aperto gli occhi su quello che la malattia di Luigi stava creando: una trasformazione radicale delle persone, in primo luogo di mamma Maddy, di papà Giacomo e dei loro figli, la possibilità di guardare Luigi con apertura di cuore, lo stupore di incontrare continuamente Qualcuno che ci cammina accanto e che noi riconosciamo nel nostro cuore che cambia, che lo avverte. Il signore della vita ci guarda e cammina con noi, ci visita e ci costringe a essere essenziali, a vedere nell’altro il mistero della vita. In queste settimane ho riconosciuto in mio figlio e sua moglie una fede viva e vissuta a cui guardare: la certezza che la vita del loro Luigi, durata mezz’ora, ha un senso e un destino compiuto, è utile per tutti. Imparare dai propri figli è una nobile affermazione, farlo davvero è un’esperienza di pienezza particolare e forse anche di umiltà. Durante le diverse visite ospedaliere durante la gravidanza, quando si è fatta strada purtroppo la certezza di questa malformazione incompatibile con la vita dopo la nascita, Maddy e Giacomo hanno stupito gli operatori sanitari che li incontravano: il loro affetto senza misure, senza condizioni, dettato da un amore ma anche da una ragione che non è offuscata dalle ideologie sui figli non voluti o dai soliti “si deve sempre far così” e che ha vissuto qualcosa che non si fa mai: trattare il proprio figlio come se fosse una persona. Il “come se fosse” è d’obbligo: eliminare tuo figlio perché difettoso, come fan tutti, naturalmente e scontatamente, significa non considerarlo una persona, non valutarlo un figlio. Forse solo un incidente di percorso o un pezzo anatomico malriuscito. Ma è veramente una persona e allora le conseguenze fioriscono spontaneamente. Attenderlo nel raccoglimento di quei dolorosi mesi, sentirlo muovere silenzioso, controllarlo regolarmente, condividere con gli amici e i famigliari la preghiera continua per un bene che ognuno nel suo cuore identificava con un’aspettativa diversa (ma va bene così, ogni domanda ha la sua infinita dignità, nessuna domanda sincera a Dio può essere quella sbagliata), preparare i fratellini all’esistenza di questo nuovo bimbo che ha tanta fretta di tornare da dove era venuto, quasi un visitatore che ci tiene moltissimo a salutarci e a portarci i saluti di chi l’ha inviato come vero angelo, anche solo per mezz’ora ma ci tiene proprio, per poi ripartire per affari molto importanti, tutto questo è stato dolorosamente normale per la sua famiglia. Il loro amore, umile e disponibile, ha semplicemente voluto trattare Luigi come una persona. Niente di più di quello che è. Rispetto assoluto e dovuto. Non esagerazioni o ideologie religiose, non certo fanatismo pro-life. No, semplicemente Luigi, il loro quinto figlio. Il loro amatissimo e desiderato figlio. L’imbarazzo di tanti cui si raccontava di questa dolorosa e amata gravidanza si concludeva quasi sempre così: “ma come, lo porta a termine?”. Come se una persona dovesse giustificare la propria esistenza dimostrando qualcosa o promettendo di compiere un’aspettativa, un futuro di valore. Altrimenti niente. Quando Luigi è nato, poco prima di mezzanotte, Caterina, Stefano, Lucia, Francesco dormivano nel lettone a casa di noi nonni. La videotelefonata di Giacomo con la notizia della nascita di Luigi ha interrotto il loro sonno pieno di attesa. Li abbiamo svegliati per mostrare loro i genitori che abbracciavano Luigi che respirava a fatica nella sua unica mezz’ora di vita terrena e per farlo loro conoscere. Un momento drammatico per tutti, ma anche pieno di una strana letizia. “Che bello mamma, ti assomiglia, che piccolo, come sta? Mettigli il cappellino che ti ho dato io”. Tra le lacrime di tutti. Poi quello che né io né tutto il personale della sala parto in quel momento stranamente affollata e raccolta dimenticherà mai è stata la proposta di mamma Maddy ai suoi figli: “Bambini, cantiamo insieme l’angelo di Dio”. Pochi minuti di estasi (forse bisogna sentirlo per credere, ma anche chi non l’ha sentito può ragionevolmente credere) in cui oltre a piangere ho capito che nessuno è esentato da questo amore che chiede sempre di più per sua natura. Che chiede molto, che apparentemente ti porta via un figlio, ma che ti regala bellezza e intensità che non saresti mai capace di creare da solo, di inventare. Non mi scorderò mai questo canto condiviso tra una sala parto e quattro bimbi. Un prodigio, un paradiso. Ma chi dà il coraggio e la spontaneità di fare questo al culmine di un dramma certamente darà tutto quello di cui abbiamo bisogno: la sua intensa vicinanza. Alberto Reggiori Celebrare la vita è prendersene cura nei fratelli ammalati Come ci suggerisce Papa Francesco in occasione della XXIX giornata mondiale del Malato (11 febbraio): “Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato”. Nella situazione attuale di pandemia, in cui tutti ci sentiamo così vulnerabili, occorre che ciascuno si senta chiamato a passare dalle parole ai fatti e a farsi vicino a chi è solo o malato. La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. È vero che le restrizioni ci impongono un allontanamento sociale e impediscono gesti d’affetto ma niente ci vieta di essere creativi e trovare modi alternativi di vivere questa vicinanza e come sarebbe bello che la vivessimo, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili. È vero anche che quest’anno non potremo neanche celebrare la consueta Messa del Malato  e la relativa Unzione degli Infermi (speriamo di poterlo fare nel mese di maggio) ma questo non significa che la comunità non possa esprimere la sua attenzione in altri modi.  Celebrare la vita è prendersene cura nei fratelli ammalati

Quando la sofferenza è "sorella"