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Volentieri: don Peppino si presenta

 

Un saluto cordiale, fraterno, a tutte le persone della Comunità Pastorale “Maria, Madre Immacolata”. Ringrazio il Signore per questa opportunità che mi viene donata, quella di vivere il mio ministero in mezzo alla gente. Il sentimento più grande che vivo in questi giorni è la serenità, la pace del cuore.  Intanto mi presento: sono don Peppino Maffi; a novembre compio 75 anni. Sono di origine bergamasca; considero comunque come mio paese d’origine Robecco sul Naviglio (Mi); mi sono trasferito lì quando avevo tre anni. Sono il primo di tre fratelli. Considero positiva e intensa l’esperienza vissuta in famiglia. Mio papà è mancato nel 2014; porto con me a Bobbiate mia mamma (97 a.). Ho vissuto l’esperienza del Seminario tra il 1956 e il 1969; dalla prima media all’Ordinazione sacerdotale.  Le tappe del mio servizio presbiterale: vicario di Pastorale giovanile a Solbiate Arno (1969-1982) parroco a Valle Olona (1982-1992) responsabile Ufficio missionario diocesano (1992-1998) prevosto a Varese (1998-2006) rettore del Seminario di Venegono Inferiore (2006-2014) e Vicario Episcopale del Clero (2006-2012) accompagnatore dei presbiteri giovani (2014-2020) … e adesso in mezzo a voi Un breve pensiero; utilizzo il testo di Mc 3,13-15: “Gesù salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.” Gesù chiama mentre è sul monte, il luogo che Lui prediligeva per la preghiera. Non chiama i più meritevoli; ha tanta misericordia per le scelte e le parole meno corrette dei suoi discepoli. E li chiama “perché stessero con Lui”. Vorrei, accompagnandomi a voi, testimoniare l’importanza e la bellezza della preghiera, della relazione con il Signore; in particolare nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucarestia, nella sistematicità ad accostarsi al Sacramento della Riconciliazione.  Li chiama perché annuncino il Vangelo; occorre continuare a conoscere meglio il Signore, lasciandoci affascinare dalla sua presenza, dalla sua vita. Li chiama perché abbiano cura delle persone fragili, deboli; è il nostro compito quotidiano. La parabola del samaritano indicherà ai discepoli e a noi i passi da compiere. E tutto con umiltà e con una profonda scelta di comunione all’interno delle nostre otto comunità.  Grazie per l’accoglienza di cui, in questi giorni, ho già goduto.                                                                        Don Peppino

Volentieri: don Peppino si presenta

Feste Patronali diverse dal solito

Le feste patronali di ogni parrocchia della nostra comunità pastorale sono da sempre momento di ritrovo e condivisione. Quest’anno assumono valenza ancor più significativa in ragione del momento storico che stiamo attraversando e ci si è chiesti quale fosse il modo migliore per festeggiarle. “Il messaggio che ci sentiamo di trasmettere a tutti i parrocchiani è che il virus non ha il potere di impedirci di far festa per i nostri santi. Cambieranno le modalità, bisognerà fare attenzione, ma la comunità si troverà in festa davanti ai propri santi patroni” spiega don Giampietro Corbetta. Non verranno dunque eliminate le celebrazioni religiose, nemmeno laddove gli spazi delle chiese risultassero troppo ristretti. In questi casi, infatti, ci si attrezzerà per svolgere all’aperto le funzioni in modo che nessuno resti escluso. Non verrà meno nemmeno la parte più squisitamente culturale, tra mostre, sussidi e riflessioni. Tra le molteplici iniziative anche una pubblicazione contenente le effigie dei nove santi patroni della comunità pastorale con altrettante preghiere di supplica, che saranno distribuite durante le feste. “Negli scorsi anni, per le feste patronali, c’era una routine consolidata; quest’anno tutti i parrocchiani hanno dovuto pensare a nuovi modi per festeggiare i santi patroni. È stato un lavoro di ricerca e ideazione completamente nuova, ma sono certo che non verrà meno la bellezza che caratterizza questi incontri” sottolinea don Giampietro. A Capolago, il prossimo 6 Giugno, si festeggerà con una celebrazione liturgica; a Cartabbia il 14 ci sarà ‘Cartabbia in fiore’ e nella celebrazione liturgica che si svolgerà all’aperto si ricorderà Simona, una giovane mamma della nostra comunità scomparsa prematuramente. Il 21 Giugno toccherà ad Avigno, il 28 a Masnago, che conserverà il corteo storico in una forma nuova, pensata per prevenire assembramenti e la possibilità di deliziarsi con del cibo d’asporto. Resta ancora impensabile, purtroppo, organizzare momenti di pranzi in condivisione con le restrizioni vigenti.  Calcinate del Pesce festeggerà il 5 luglio con una funzione religiosa in oratorio e la consueta benedizione del lago con la statua di San Pietro, alla quale però non seguirà la processione per le attuali norme antiassembramento. Poi a settembre si ripartirà con la festa di Velate e la corsa degli asini di Bobbiate, per finire con la seconda parte del Palio di Masnago. “Purtroppo quest’anno è saltata una festa patronale, quella di Lissago del 23 maggio, che era legata alla figura di Bianca Garavaglia e alla sua associazione e questo mi rammarica molto. Sono certo però che riusciremo a essere tutti insieme nelle prossime occasioni – conclude don Giampietro – perché non ci può essere festa se non siamo insieme.” BB

Feste Patronali diverse dal solito

Agenda Pastorale 2020-21: “Infonda Dio sapienza nel cuore"

 

Carissimi, si riparte finalmente! Sì, avverto la voglia di riprendere ad incidere significativamente nella vita delle persone e della Comunità Cristiana. Il nostro Arcivescovo Mario, nella sua proposta pastorale per l’anno 2020-21, dal titolo “Infonda Dio sapienza nel cuore”, scrive nell’introduzione: «Non è più tempo di banalità e di luoghi comuni, non possiamo accontentarci di citazioni e prescrizioni. È giunto il momento per un ritorno all’essenziale, per riconoscere nella complessità della situazione la via per rinnovare la nostra relazione con il Padre del Signore nostro Gesù Cristo». Questa agenda pastorale vuole così diventare uno strumento concreto che non si limiti a ricordarci solo delle date per ottimizzare il nostro calendario familiare e personale, bensì possa rendere più semplice l’incontro personale, familiare e comunitario con Gesù e la Chiesa rappresentata dalla nostra Comunità Pastorale. Non sono pretese eccessive per una semplice “agenda”? no, se impariamo a leggere le proposte pastorali con il medesimo criterio che ci ha suggerito l’Arcivescovo Mario, ossia come il tentativo di ritornare a ciò che veramente conta ed è essenziale nella nostra vita personale e di Chiesa. Ricentriamoci su Gesù e sul suo Vangelo, accogliendo le varie proposte che anche quest’anno vi saranno offerte come occasione: 1. per incontrarci (quanto ci è manca la possibilità di stringerci fisicamente all’amico caro!) 2. contribuire all’edificazione della Chiesa attraverso il servizio alla nostra Comunità pastorale 3. alimentare la nostra fede alla scuola del Vangelo. Lo faremo anche quest’anno all’insegna della novità legata alle persone: non ripartiamo con don Nicola, ma con don Peppino. A lui il nostro caro benvenuto e a don Nicola l’augurio di poter trasmettere anche nella nuova realtà a cui il Vescovo l’ha destinato tutta la ricchezza di bene che ha profuso tra noi. Ora però basta perderci in parole... un’agenda rimanda necessariamente ad avvenimenti che renderanno ulteriormente prezioso lo scorrere del nostro anno pastorale, avvenimenti che ci vogliono vedere protagonisti attivi e propositivi, perché in questi anni di vita della Comunità Pastorale ci siamo abituati bene: abbiamo imparato a compiere ciascuno la nostra parte per rendere più bella e attraente la vita di tutti... Vogliamo interrompere questa “virtuosa” abitudine proprio quest’anno? Vi aspetto tutti, carissimi... sono impaziente di iniziare. Con affetto Varese, 1 settembre 2020                                                                      don Giampietro

Agenda Pastorale 2020-21: “Infonda Dio sapienza nel cuore"

Primo sabato del mese: una preghiera personale, piccola goccia per la comunità

 

Sabato 6 giugno vivremo il primo sabato del mese, che come da tradizione in comunità pastorale è il sabato di preghiera davanti all’Eucarestia e tempo di confessioni per tutti i fedeli. Invitiamo tutti a partecipare a questo appuntamento semplice che inizierà alle 16.30 (a parte qualche eccezione) e che vedrà la presenza di diversi ministri per la confessione. Ecco i sacerdoti presenti nelle diverse parrocchie per le confessioni:  Capolago (anche per Cartabbia): don Giampietro Masnago: don Matteo, don Virgilio Lissago (inizio della preghiera alle ore 17.00): don Felice Bobbiate: don Francesco Avigno: don Nicola Velate: don Adriano I sacerdoti non confesseranno nei confessionali, secondo le disposizioni per COVID 19, ma nei luoghi indicati nelle singole chiese. Buona preghiera! 

Primo sabato del mese: una preghiera personale, piccola goccia per la comunità

Cosa vuoi che io faccia per te?

 

Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase con tono ironico, serio, arrabbiato, preoccupato, tenero o educato. Cosa vuoi che io faccia per te? Lo dice Gesù a Bartimeo, che sta accompagnando in questa terza settimana la nostra vita in oratorio. Apparentemente una domanda così scontata, chi chiederebbe mai ad un cieco cosa vorrebbe che gli venisse fatto? È evidente che la risposta potrebbe essere solo una: “restituiscimi la vista”. Eppure Gesù non smette mai di chiedere, di fare quelle domande che a noi sembrano così scontate, di non dare per scontato la nostra risposta. Con questo stesso spirito stiamo vivendo un oratorio estivo particolare, sicuramente originale, che ci ha insegnato un po’ come Gesù a non dare per scontato, a fare anche quelle domande la cui risposta a volte sembra più che evidente, ad aspettarci qualcosa di imprevedibile, di incredibile, a volte di apparentemente impossibile. Guardo costantemente con meraviglia e un po’ di incredulità quello che INSIEME siamo riusciti a fare, che non era pensabile fino a qualche mese fa, che è stato, è e sarà più grande di quello che ci aspettavamo, che non era sicuro, ma era sicuramente necessario. Osservo con gratitudine immensa tutti quei volontari, uomini, donne, giovani e meno giovani, che hanno chiesto con timidezza, entusiasmo, a volte preoccupazione, sicuramente coraggio, “cosa vuoi che io faccia per te?” e che si sono sentiti rispondere, con gli stessi occhi increduli di Bartimeo, che senza di loro non ce l’avremmo mai fatta. Mi brillano gli occhi davanti a quei 100 adolescenti, che forse diamo sempre un po’ per scontati, che ogni giorno da tre settimane stanno scegliendo l’oratorio. Tutte le mattine. Magari stanchi, a volte svogliati, ma sicuramente presenti. Certamente non scontati. Mi commuovono i sorrisi dei bambini, dei genitori, delle famiglie, la gioia negli occhi di chi forse, dopo un lungo periodo “senza vedere”, ha riacquistato la vista ed è tornato a guardare il mondo con occhi nuovi come Bartimeo, perché il buio non può durare per sempre, perché come dice un piccolo grande uomo che porto nel cuore, Ernesto Olivero,  “la luce annulla il buio”. Sara

Cosa vuoi che io faccia per te?

Famiglia e Spiritualità ai tempi del COVID-19

 

La Fase 2 è arrivata, portando con sé nuove sfide e possibilità di incontro ancora abbastanza limitate. Si possono rivedere i congiunti, come le pagine social continuano ironicamente a ricordarci, si possono fare passeggiate nei parchi. Da lunedì 18 Maggio si può ritornare anche a frequentare la messa comunitaria e il 31 Maggio alle 20.30 si terrà, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Masnago, il rosario comunitario a conclusione del mese dedicato alla Vergine Maria. Ma come siamo arrivati alla Fase 2? Quali momenti abbiamo attraversato e come ne siamo usciti? Lo abbiamo chiesto ad una parrocchiana, Paola, che ci ha raccontato la sua esperienza.  Paola, intanto grazie per aver accettato di partecipare a questa intervista. Posso chiederti come è cambiata la vostra quotidianità e la spiritualità durante la quarantena? La mia famiglia è composta da me, mio marito e mio figlio che ha sette anni. Per cui il primo passo da fare è stato cercare di gestire lo spazio in casa, in modo tale che ognuno di noi avesse un posto dove lavorare agevolmente. Questo ha inevitabilmente portato ad un carico di lavoro maggiore, perché mio figlio segue quotidianamente le videolezioni e oltre ad occuparmi del mio lavoro dovevo seguire anche lui. Dopo i primi giorni però ci siamo riappropriati di un tempo che non era più nostro da tanto tempo, quello degli spostamenti tra casa e lavoro.  In effetti, è un bel po’ di tempo risparmiato. Abbiamo cominciato ad usare quel tempo per scoprire una vicinanza grande e per stare insieme in modo diverso. E poi vivere fianco a fianco ha aiutato ognuno di noi a comprendere le fatiche dell’altro: mio figlio, per esempio, ha capito quanto il lavoro mio e di suo papà non sia un modo per tenerci lontani da lui ma una responsabilità. Mi sembra che, tutto sommato, qualcosa di positivo sia arrivata. Siete riusciti a mantenere i rapporti con la comunità? Cosa ha significato questo per il vostro percorso di fede? Mio figlio ha cominciato il percorso di iniziazione cristiana lo scorso novembre e avrebbe dovuto riprendere proprio i primi di Marzo, ma questo non è stato possibile. Però i Don e la catechista Margherita  hanno fatto in modo da seguirci comunque durante la quaresima, stimolandoci attraverso video, immagini e spunti di riflessione. Ogni domenica poi, alle 20, un gruppo di catechesi recitava su zoom il Santo Rosario e gli altri gruppi si univano spiritualmente in preghiera. È stato un bel modo di esserci accanto, nonostante la distanza.  Credi che questi metodi usati siano utili anche quando usati per qualcosa di così intimo come la preghiera? Beh, credo che vedersi mentre si prega, guardarsi negli occhi seppur attraverso uno schermo sia un’emozione speciale. Con la voce puoi intuire, ma lo sguardo completa il messaggio che viene mandato. Per mio figlio non è stato facile pregare in diretta, lui è molto timido di natura e questo distanziamento non ha migliorato questa situazione.  Dal 18 maggio si può tornare in chiesa, voi cosa avete pensato di fare? Avete deciso di rientrare o c’è timore? Questo virus non è ancora stato conosciuto a fondo e sinceramente mi spaventa l’idea di non conoscerne bene i rischi, perché così è difficile anche valutare bene cosa fare e come muoversi. Le notizie poi di una possibile correlazione con la sindrome di Kawasaki, da mamma, mi spaventano. Non so, spero che si possa tornare presto ma in sicurezza.  Ti ringrazio di averci raccontato un pezzo della tua vita. Per noi è importante raccontare le storie della quotidianità di chi vive la comunità, ci piacerebbe che questo sito diventasse testimonianza viva di quello che siamo. Grazie a voi. BB

Famiglia e Spiritualità ai tempi del COVID-19

Il nostro “vaccino”: farci in 5 per ripartire!

 

Inizia il mio secondo anno tra voi, e lo inizio con delle certezze maggiori e una consapevolezza più forte e chiara di ciò che mi aspetta. Questa volta non parto dal Covid 19, sono veramente stanco di darla vinta a quel piccolo invasore di virus che sta condizionando il nostro vivere. Virus o no, tutti noi siamo chiamati a rialzare la testa per costruire un altro pezzo di storia della nostra comunità pastorale e della nostra vita familiare personale. E vogliamo farlo come Chiesa, non in una maniera qualunque. Non c’è tempo per fermarci a rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato possibile realizzare. Intendo invitare tutti voi a guardare avanti e per farlo, ci lasciamo condurre dalla sapienza della Chiesa che aveva già tracciato a Firenze, nel convegno circa il ruolo e l’azione dei laici nella Chiesa, il cammino da intraprendere, attraverso 5 verbi. 1.  Uscire  «Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso. Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada. Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». In queste parole di papa Francesco troviamo l'indicazione del grande compito per il nostro tempo, segnato dalla creatività e dal travaglio tipici di ogni cambiamento d'epoca. Quando si presentano nuove sfide, addirittura difficili da comprendere, la reazione istintiva è di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili. È una reazione troppo umana. E qui vorrei che si raccogliesse la prima sfida, in una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia; si trova l’audacia di percorrere le strade di tutti; si sprigiona la forza per costruire piazze di incontro e per offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi. Vorrei che il vostro cuore battesse all’unisono con il mio nel prenderci a carico i fratelli che si sentono o si sono esclusi dalla chiesa… andiamo a recuperarli! 2.  Annunciare «Rallegrati», dice l’angelo a Maria. L’annuncio ha da subito il sapore della “gioia”. Come la Vergine, sperimentiamo davvero la gioia del Vangelo. Annunciare è gioire, è aumentare la propria vita, è osare, è condividere, perché non esiste gioia che non senta il bisogno di essere condivisa. Annunciare la gioia, non la paura: la gioia non è allegrezza da esibire, ma profondità, leggerezza e umiltà. Puntiamo all'essenziale. Incamerando la sapienza a cui ci invita il nostro Arcivescovo Mario, vorrei invitare la mia Comunità a ricompattarsi sul messaggio centrale della nostra fede: il Figlio di Dio incarnato (che dà attenzione alla concretezza delle situazioni reali delle persone), Gesù che è morto (e che muore nelle difficoltà, nei fallimenti, nella sofferenza e nell’esperienza della morte che ognuno di noi può aver fatto), Gesù che è risorto (perché la morte offerta per amore non è l’ultima parola, perché si possa sperimentare una vita carica di prospettive e capace di sperare). Come comunità cristiana abbiamo qualcosa da dire all’uomo di oggi; non lasciamo la parola solo a chi urla (spesso a sproposito) e a chi ha sempre da lamentarsi. 3.  Abitare È un verbo che, come viene mostrato anche nella Evangelii Gaudium, non indica semplicemente qualcosa che si realizza in uno spazio. Non si abitano solo luoghi:  si abitano anzitutto relazioni . E in tutto questo non si parte da zero . Il cammino ulteriore che ci attende è un cammino che come comunità stiamo facendo da tempo, andando incontro alle singole esigenze di vita. Lo facciamo, consapevoli che l’abitare, per il cattolico, è anzitutto un “farsi abitare da Cristo”, perché solo a partire da qui può essere fatto spazio all’altro. Mi domando: in cosa consistono, concretamente, queste relazioni buone che dobbiamo rilanciare e praticare nella vita di tutti i giorni? Mi vengono in mente alcuni verbi: ascoltare, lasciare spazio, accogliere e accompagnare. Si deve partire credendo fortemente alla forza delle relazioni. 4.  Educare per educare occorre avere il cuore aperto. L’educazione è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una gioia incomparabile. Si realizza quando l’educazione cristiana, rischiando modi e forme sempre nuove, si conforma all’educare di Cristo, sia quanto a  contenuto  (l’unicità e irrepetibilità della persona – impariamo a stimarci!) sia quanto a  metodo  (la centralità della persona, la relazione e l’incontro personale, l’attenzione alle attese, alle domande, alle fragilità e ai bisogni, la pazienza e il rispetto dei ritmi di crescita di ognuno). Tanto stiamo facendo nel campo dell’educare, ma mi permetto di mettere in guardia su alcune attenzioni di fondo: la priorità nell’educare va data agli ideali, non alle ideologie. In secondo luogo, sono convinto che all’educatore siano richiesti “esercizi” di umiltà, per accompagnare e non forzare i percorsi di crescita; “esercizi” di disinteresse e gratuità, per non legare a sé le persone ma orientare e proporre rispettando la libertà. Se la fatica di educare è evidente, tuttavia è sempre un compito bello e appassionante. Le sfide dobbiamo percepirle come risorsa  più che come problema, come opportunità per ripensare e rivedere alcune prassi, come sollecitazione al cambiamento. 5.  Trasfigurare Gesù nei suoi incontri quotidiani, nel suo sguardo sul mondo e l’umanità, non ha mai lasciato cose e persone come le aveva trovate, ma ha trasfigurato tutto e tutti. Ha fatto nuove tutte le cose. È il Signore che trasfigura, non siamo noi! Che bello se la nostra Comunità Pastorale si lasciasse trasfigurare senza ostacolare l’opera di Dio in noi e intorno a noi, ma sapendola piuttosto riconoscere e aderirvi. In sintesi, trasfigurare è far emergere la bellezza che c'è, e che il Signore non si stanca di suscitare nella concretezza dei giorni, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo.  Inizio il 2° anno in mezzo a voi… con tanta energia interiore di proporre, invitare, indirizzare… perché avverto che tutti abbiamo voglia di cambiamento… perché Gesù non è venuto a conservare l’esistente, ma a renderlo più bello… Ci state?                                                                           don Giampietro

Il nostro “vaccino”: farci in 5 per ripartire!

Le nostre Feste Patronali... a prova di virus!

 

Questa settimana la comunità di Masnago, con la festa dei patroni SS. Pietro e Paolo, chiude il primo ciclo di feste patronali, iniziate con Capolago, proseguite poi con Cartabbia ed Avigno.  A questo riguardo, e in prospettiva “della seconda tornata” che si terrà a settembre, mi premeva sottolineare alcune osservazioni. Come già pubblicato sul nostro sito della Comunità pastorale, le feste patronali di ogni parrocchia della nostra comunità pastorale sono da sempre momento di ritrovo e condivisione. Quest’anno assumono valenza ancor più significativa in ragione del momento storico che stiamo attraversando e ci siamo chiesti quale fosse il modo migliore per festeggiarle. Il messaggio che desideravo trasmettere a tutti i parrocchiani è che il virus non ha il potere di impedirci di far festa per i nostri santi. Cambiano necessariamente le modalità, bisognerà fare attenzione, ma è bene che la comunità si trovi in festa davanti ai propri santi patroni.  Abbiamo deciso di puntare sulle celebrazioni religiose, anche là dove gli spazi delle chiese risultano troppo ristretti. In alcuni casi si opta per svolgerle all’aperto in modo che nessuno resti escluso. Proviamo a non lasciar cadere nemmeno la parte più squisitamente culturale, tra mostre, sussidi e riflessioni. Abbiamo messo a disposizione una pubblicazione contenente le effigie dei nove santi patroni della comunità pastorale con altrettante preghiere di supplica, che vengono distribuite durante le feste.  Negli scorsi anni, per le feste patronali, c’era una routine consolidata; quest’anno abbiamo dovuto pensare a nuovi modi per festeggiare i santi patroni. È stato un lavoro di ricerca e ideazione completamente nuova, ma sono certo che non viene meno la bellezza che caratterizza questi incontri. Al momento resta ancora impensabile, purtroppo, organizzare momenti di pranzi in condivisione.   Come ho avuto modo di scrivere già per la presentazione del Pallio delle contrade di Masnago, probabilmente al buon Dio non piacciono le conquiste troppo semplici, e così ci sta chiedendo di mettere in campo tutta la nostra fantasia e la voglia di comunità che abbiamo in corpo e che ci è stata impedita di trasmettere in questi ultimi mesi. Vogliamo arrenderci? Ci sono dei doni che Dio ci offre la cui bellezza non dipende dai nostri gusti o dal giudizio che possiamo attribuirgli, ma semplicemente dal fatto che certe occasioni ce le regala Lui!  Ecco perché allora abbiamo bisogno di celebrare e vivere queste feste, ecco perché abbiamo bisogno di viverle con tutti voi, ecco perché quest’anno è ancora più importante che ci siamo proprio tutti, perché non ci può essere festa se non siamo insieme e perché  la nostra bellezza di comunità cristiana non ce la facciamo portar via da nessuno! don Giampietro

Le nostre Feste Patronali... a prova di virus!

Omelia di Don Giampietro per Santa Rita

 

S. Rita, quest’anno sembra aver dovuto cedere anche lei al virus che tutto ha devastato dei nostri progetti, sembra che anche lei abbia dovuto piegare la testa ad un evento negativo più grande. Eppure lei, la santa dell’impossibile, anche quest’anno ci manda segnali enormi di vicinanza di Dio. E questi segnali arrivano proprio dalle letture con le quali la liturgia di oggi ci accompagna. Innanzitutto il cantico dei Cantici: non è un canto tra i tanti, ma il canto più bello, il canto di Dio, della sua storia d’amore. E poi il brano evangelico che profuma di testamento spirituale da parte di Gesù e, lo sappiamo bene, quando uno intende lasciare il proprio testamento spirituale comunica solo cose vere, ciò che più gli sta a cuore, quel suo “proprium” attraverso il quale potrà essere sempre ricordato. E allora da questa S. Rita 2020 così atipica ricavo 3 inviti particolari: Dall’assenza alla pazzia d’amore. La sposa del Cantico si rende disponibile ad alzarsi per cercarlo di notte in città. È qualcosa di impensabile per una ragazza sola, ma l’amore spinge anche a fare pazzie! Così è stato anche per S. Rita nella svolta che ha voluto imprimere alla sua vita dopo la morte del marito e dei suoi due figli gemelli. Finchè sei fermo nei tuoi comodi, e bloccato nell’entusiasmo e nella gioia di pregare, non ti è dato di incontrare Dio. Anche se in questo momento sembra pura pazzia cercare Dio, perché ci stanno facendo credere che può essere pericoloso, non arrenderti nella ricerca, anche se qualche volta il tuo amato sembra farsi un po’ desiderare e non si lascia facilmente trovare. E qui nasce il secondo invito. La pazzia d’amore genera il desiderio. E subito allora sono chiamato ad interrogarmi su ciò che desidero veramente in momenti come questi che stiamo vivendo. Permettetemi di dire: desiderare è la capacità esattamente contraria del “tutto e subito”, chi dice “tutto e subito” non desidera, è uno che ha soltanto dei bisogni, confonde il bisogno con il desiderio, non conosce l’arte del differire e quindi non conosce l’arte dell’attendere, di conseguenza non ha capacità di stupore. S. Rita ha saputo attendere prima di realizzare in maniera compiuta la sua storia d’amore con Dio. È qui che l’amata del Cantico, è qui che S. Rita, queste amata-amante iniziano a parlare, fino al punto di dare concretezza al proprio desiderio. Tanti di noi oggi hanno nel cuore dei desideri grandi, e forse sono rimasti anche un po’ delusi dal non poter venire a condividerli con la Santa così amata. Oggi però Dio ci educa al fatto che il bisogno differito ci insegna il desiderio. Non è inutile quest’anno il 22 maggio “a porte chiuse” se ne usciamo rafforzati nel nostro desiderare ciò che desidera Dio per noi. La sposa del Cantico ci sbatte in faccia in maniera cruda che nell’amore si può vivere anche la distanza! E su questo stiamo diventando dei maestri! Proprio perché l’amore è una vicenda, la vicenda più incredibile nella quale potevamo imbatterci, c’è la possibilità dell’assenza. Questa zona notturna all’interno del Cantico potrebbe essere la crisi, il confronto (ognuno ci metta quello che sente)… è allora il momento di riconoscersi ed accettarsi; è venuto il momento di amare in modo diverso. Credo che questo sia un interessante punto di ripartenza in questa S. Rita 2020: impariamo ad amare e ad amarci in modo diverso. E quando ciascuno capirà in cosa consiste questa diversità, credo che sarà pronto ad affrontare nuove sfide. Da ultimo l’invito che riceviamo dal Vangelo odierno: basta auguri, passiamo alle promesse! Gesù rincuora i suoi discepoli e li esorta a restare fedeli a Dio anche di fronte a difficoltà e sofferenze: «Vado ma tornerò a voi». Non saranno soli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Non è un augurio ma una promessa, che ancora oggi viene continuamente mantenuta e rinnovata. È un dono per tutto il popolo di Dio, che aiuta ad affrontare e superare la paura, la solitudine, il dubbio, il turbamento. Forse non ci accorgiamo di quante volte il Signore venga in nostro aiuto, ci tenda una mano, proprio quando il peso della nostra povertà, della nostra tristezza ci sembra troppo pesante da sopportare. Ogni volta il Signore trova il modo per rinnovare la speranza; può bastare una parola, un incontro. È un dono quotidiano però da meritare, perché la sua pace è conquista di ogni giorno, frutto della fede in Dio. Ecco il tesoro che S. Rita quest’anno porta come dote: la sfida pazza dell’amore, l’arte di desiderare in grande ciò che Dio sta desiderando per il nostro bene, e la calda promessa di una presenza che ci traghetta al di là delle nostre paure. Pazzia, desiderio, promessa… l’attualità di Dio che realizza per l’uomo di oggi e per l’uomo di sempre l’adempimento di ciò che sembrava impossibile.

Omelia di Don Giampietro per Santa Rita