Per molti di noi dire “attesa” significa indicare uno stato di immobilità: sto fermo e attendo quello che capita. Così anche parlare di speranza per molti significa solo come emettere un sospiro di chi non sa che cosa gli riserba il futuro. Molti, in dialetto, dicono: “sperèm!”.
Per il cristiano non è così! Noi siamo gente che attende il ritorno finale di Cristo e spera che si compia il suo Regno ma non nell'immobilismo, ma fondandoci sulla vicenda della salvezza. Essa parte dall'intervento di Dio al fianco di Abramo, nell'opera dell'Esodo, nella vicenda dei profeti che chiedevano un rinnovamento del popolo nella fedeltà all'alleanza e, soprattutto, si compie nella vicenda umana del Figlio di Dio, il Signore Gesù.
Questo ci pone subito nella situazione dell'uomo che attende quello che sarà nel futuro e che si scontra con la realtà della sua finitezza, si scontra con il problema della morte. Sono passati circa 40 secoli dall'intervento di Dio al fianco di Abramo e che cosa è avvenuto nel nostro mondo? Siamo sempre immersi nell'egoismo di un uomo contro un altro uomo, di un popolo contro altri popoli, nelle guerre e nelle ingiustizie. Come sperare ancora?
La risposta data nella storia è duplice: da una parte l'utopia marxista che ci parla del sole dell'avvenire; dall'altra la speranza cristiana: essa permette al credente di chiarire l'insanabile contrasto tra l'apertura illimitata alla vita e il limite della morte che è presente alla coscienza come un destino inevitabile e una minaccia permanente. Perciò la chiamata alla speranza appartiene anzitutto alla struttura fondamentale dell'uomo come singolo e comunità: è il desiderio di compiutezza e di realizzazione di una pienezza di bene e di gioia. In questo senso la speranza cristiana deve liberarsi da una mentalità puramente esistenzialista e aprirsi all'anelito di un futuro che sia di pienezza di realizzazione.
Chi ci porta alla visione completa della fine dei tempi è il Signore Gesù, lui porta in sé stesso la tensione verso il futuro assoluto: Dio. Nel mistero pasquale noi contempliamo il suo darsi definitivo al Padre. È il suo esodo da se stesso e il suo atto di totale fiducia al Padre “che lo poteva salvare dalla morte” (Eb. 5,7). È il compimento di tutte le promesse fatte da Dio ad Israele, ed insieme l'introduzione di una nuova prospettiva per il futuro: l'adempimento nella storia di Dio della piena liberazione dell'uomo e del mondo.
Questo ci conduce a comprendere il legame tra le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Non ci può essere speranza senza il fondamento sulla fede che ci dice l'opera compiuta da Dio a nostro vantaggio; e non è vera speranza quella che non coinvolge l'azione del credente nella carità perché sia testimoniato l'amore di Dio per l'uomo.
Per questo l'Avvento deve essere tempo della ripresa della contemplazione del volto di Cristo e della sua opera, scrutando le scritture che ci dicono che Egli è il seme di Dio gettato in terra e che porterà molto frutto dopo la sua morte e operando perché ciò che Cristo ci ha testimoniato in tutta la sua vita e la sua predicazione diventi stile di vita quotidiana.
Il futuro della speranza cristiana non è l'orizzonte vuoto di un indefinito sperare, ma la pienezza reale dell'uomo in tutte le sue dimensioni fondamentali della sua esistenza, nella sua apertura all'Assoluto che sarà colmata nella visione di Dio, nella comunione interpersonale che sarà compiuta ed espressa con la partecipazione di tutti alla gloria di Cristo, nella relazione al mondo
e alla storia che non sarà distrutta, bensì assunta nella nuova esistenza dell'umanità: “Cieli e terra nuova” come ci ha detto S. Pietro.
Vivere sotto la signoria di Dio, manifestatasi nella risurrezione di Cristo, significa vivere come migranti sul punto di partire. Questa è la spiritualità dell'Avvento. La speranza diventa un atteggiamento attivo, nutrito di coraggio e di fortezza d'animo, che alimenta la resistenza nella sofferenza e la tensione nella lotta perché “Cristo sia tutto in tutti” e venga il Regno del nostro Padre.
Don Felice