Quando Gesù in Matteo 11, 7-9 parla di lui dice chiaramente: “È più che un profeta”. È la sua persona, è la sua vita che parla alle folle. C’è in Lui una reale esigenza evangelica di sobrietà, di non attaccare il cuore a realtà che non sono essenziali. Solo nella pratica della sobrietà, afferma, si diventa capaci di testimoniare e di essere credibili. In Matteo, Giovanni il Battista è più predicatore che battezzatore. Matteo 5, 17 sottolinea, mettendo l’accento sulla sua sobrietà, “Il di più viene dal Maligno”.Marco invece sottolinea che Giovanni predicava il Battesimo di conversione.Giovanni il Battista ci indica che nella nostra esistenza c’è un di più da lasciare, diventa importante sostare, pensare e scegliere. Ricordiamo il bicchiere d’acqua di Mt 25. In secondo luogo, diventa sempre più importante estraniarsi e trovare tempo abbondante per lasciare che il Signore ci parli e ci aiuti a comprendere i pensieri e le scelte che abitano regolarmente il nostro cuore; può essere fruttuoso, ad esempio, comprendere come il passare del tempo ha dato forma concreta alle scelte importanti della nostra esistenza. Giovanni ci ricorda come la sobrietà sia nutrice di conversione e di coraggio. Diventa per noi necessario fermarci per accorgerci bene qual è la nostra situazione spirituale e quale determinazione deve suscitare in noi per dare profondità a qualcosa che evidenzi meglio una scelta di essenzialità. Occorre essere più “leggeri”. In particolare è necessario che il Signore custodisca i nostri passi nelle scelte di ogni giorno; tutto deve essere tendenzialmente vissuto con semplicità e amore. Non va sciupata nessuna giornata. Matteo 3, 5 ci ricorda come tante persone accorressero ad ascoltare Giovanni il Battista. Eppure la sua parola franca e decisa lo condurrà al martirio, alla morte (Mt. 14, 3-4). È martire della Parola; c’è infatti chi uccide a motivo della Parola che il Signore pone nel cuore di donne e di uomini di ogni tempo. Di fronte alla chiarezza e alla forza interiore della Parola di Giovanni il Battista, gli scribi e i farisei si autogiustificano: “Abbiamo Abramo per padre”. È importante essere interiormente liberi, non cercando mai di difendersi di fronte a quanto gli altri potrebbero pensare di noi. E non convinciamoci di essere detentori di una verità migliore. Scegliamo di sostare sempre sulla scelta di confrontarci e dialogare.Il Signore Gesù stima molto Giovanni: “Tra i nati da donna nessuno è come Giovanni il Battista”; avverte pertanto come anche nelle scelte di Giovanni Battista, che pur ha modalità e tonalità diverse dalle sue, c’è una sostanziale obbedienza alla volontà di Dio. Il Battista sa di essere un uomo della soglia, che prepara la presenza di Colui che porterà a compimento il progetto di Dio.Ha la capacità di fermarsi, come Mosè prima di entrare nella Terra Promessa; fermarsi ed essere contento del pezzo di strada che ha potuto compiere. Si percepisce in Giovanni il Battista la capacità di fare spazio, dovrebbe essere sempre caratteristica dei celibi per il Regno.Giovanni Battista ha la determinazione di dare spazio a Gesù, alla relazione fraterna, al ministero della consolazione, alla gioia di donare. Questa è la volontà del Signore su di Lui. L’accoglie volentieri. E diventa luce anche per i passi della nostra esistenza. Don Peppino
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L'Avvento apre l'anno liturgico. Ci inoltra nei misteri di salvezza, che si evidenziano lungo tutto l'anno, cosicché l'accompagnare Gesù nelle sue vicende storiche e nelle sue scelte di attenzione ad ogni persona ci aiuta a dare densità al nostro cammino di fede. In particolare, nell'Avvento guardiamo alla prima venuta di Gesù, alla sua scelta di incarnarsi e, mentre ci poniamo nell'atteggiamento di chi riflette sulla venuta definitiva del Signore, rinnoviamo la nostra vigilanza, l'attenzione del cuore alle visite che il Signore fa ogni giorno, in maniera diversificata, dentro la nostra vita. Ci è chiesto non solo di ricordare in questo periodo, ciò che è avvenuto 2000 anni fa, occorre saper fare memoria del progetto di salvezza che Dio ha pensato per ciascuno di noi e per l'umanità intera. È decisivo sostare dentro questo mistero perché conoscere Dio e parlare di Dio non equivale ad avere una esperienza solida e rassicurante di Lui. Diventa importante proporre a sé stessi la capacità di pensare, di concentrarsi, di approfondire, di leggere con gusto, così che rimanga dentro di noi il frutto delle nostre riflessioni. Gli uomini hanno vissuto con generazioni che non hanno fatto fatica a fare silenzio; oggi non è più così e non è facile dare una grammatica, le regole di vita perché ognuno viva intensamente la propria umanità. Non è facile far emergere le domande serie e la densità delle risposte autentiche della propria esistenza. Questo può succedere anche in noi. È necessario continuare a dare ordine alla propria vita, alle proprie giornate. La prima scelta è quella di saper privilegiare dei tempi e degli spazi in cui permettere al Signore di parlare alla nostra esistenza. L'ascolto è all'origine della vita cristiana; ascoltare una persona vuol dire aiutarla ad esistere; significa dare speranza alla sua vita.Siamo chiamati ad annunciare e a testimoniare perché “la gioia sia piena” dentro di noi e in coloro che incontriamo. È necessario che ogni annuncio parta da un’esperienza; è l'incontro con il Signore che dà autorevolezza a quanto si afferma. Certo è un incontro che deve quotidianamente recarci serenità, pur dentro le fatiche quotidiane, pur dentro il dolore causato dalla nostra fragilità o dall'indifferenza delle persone che incrociamo. E la gioia vera si radica nella certezza che Cristo è morto, è risorto e ha saputo vincere ogni infermità e debolezza. L'annuncio viene anche attraverso una testimonianza chiara ed incisiva di misericordia, di vicinanza. L'esperienza cristiana, infatti, si solidifica dentro l'affidamento a Dio, trae la sua consistenza dall'approccio costante a Cristo crocifisso. È comunque esperienza faticosa che non rimuove l'opacità di momenti difficili. Il nostro annuncio infatti non ha ricette per scavalcare il dolore, la sofferenza, e il dubbio; ha però la possibilità di attraversare tutto questo con Dio, con una speranza, con una compagnia, con una consolazione. Nell'Avvento diventa allora fondamentale restare attenti e solerti. Sarà la liturgia stessa ad alimentare in noi la speranza; ci aiuterà a crescere nella fedeltà e nel coraggio, ci chiederà di usare con sobrietà dei beni di questa terra, ci suggerirà di saper vigilare nella certezza della sua presenza continua nella nostra vita. Il cristiano ha come caratteristica sua particolare quella di vivere l'attesa perché la fede sia robusta, la speranza fondata, la carità diventi scelta quotidiana. Accompagniamo questa riflessione con una preghiera un po’ datata, ma che vuole interpretare il nostro cammino di Avvento: “Prenditi tempo per pensare, perché questa è la forza dell’uomo;prenditi tempo per leggere, perché questa è la base della saggezza;prenditi tempo per pregare, perché questa è la forza più grande che c'è sulla terra;prenditi tempo per amare ed essere amato, perché questo è il dono grande dato da Dio; prenditi tempo per donare, perché il giorno è troppo corto per essere egoisti;prenditi tempo per ringraziare, perché il Re dell'universo nasce sulla terra per darti il cielo”. Don Peppino
Riprendiamo dopo la pausa forzata dovuta alla pandemia, le nostre convocazioni comunitarie per continuare a crescere nella dimensione di fede attraverso la riflessione e il confronto tra noi.L’argomento scelto per questa prima giornata della Comunità segue le indicazioni dell’Arcivescovo che ha espresso il suo desiderio di veder camminare quest’anno la Diocesi confrontandosi sul tema della preghiera. Circa questo momento essenziale della vita di ogni cristiano si potrebbe partire da tantissimi punti di vista; noi come diaconia allargata vi proponiamo un punto prospettico molto mirato: non stiamo dando troppo per scontato che per la vita di noi cristiani del 2022 la preghiera sia ancora quell’elemento così fondamentale per la propria fede? Se dovessimo chiedere a ciascuno di voi: “a cosa serve la preghiera? Perché preghi” ... troveremmo risposte adeguate? Terremo sullo sfondo il brano di Gv 21,1-19 dove ci lasciamo trasportare per ritornare anche noi a proclamare con gioia: “È il Signore!”. Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: "Portate un po' del pesce che avete preso ora". Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi" . Dio non si merita, si accoglie. La nostra vita odierna, piena di paure e preoccupazioni, ha un cliché che ci accomuna: il ritorno di tutti al lavoro, alle nostre occupazioni quotidiane. E ciascuno lo fa normalmente pensando che è un nostro impegno, un nostro dovere per guadagnarci la vita ... come lo ha pensato anche Pietro quella mattina in cui credeva di riprendere la vita abitudinaria dopo la grande delusione della crocifissione del Maestro. Invece ecco la grande sorpresa: il ritorno alla nostra quotidianità è abitato anch’esso dal Signore! Cosa allora lecitamente ci può portare a pregare? Da cosa può prendere avvio allora la preghiera? Dalla consapevolezza che non esiste soltanto il “già accaduto”, è il vivere che è chiamato a diventare “ordinaria risurrezione” mentre faccio il genitore, il professionista, il laico corresponsabile impegnato. Dall’evidenza che in ogni momento Gesù “ci precede”. Lui di ciascuno di noi sa qual è “l’orario giusto”. Il riconoscimento avviene con un po’ di fatica, perché quelli in cui Gesù mi incontra non sono momenti “straordinari”, ma quelli di sempre. La preghiera ci aiuta ad entrare con fiducia nella quotidianità consapevoli che nelle stesse cose di prima, in cui non si ripone più grande speranza, si possa sempre rivelare del nuovo. Gesù sta esattamente “nelle cose scontate”. 3. Dall’ammettere che la vita cristiana non posso costruirla su quello che io sono capace di fare per Dio, ma su quello che Lui fa per me. L’essenza della vita di fede non sono le mie opere, ma Dio e la sua opera... La mia storia è salva perché Dio ama! Ritrovo in queste affermazioni un motivo per iniziare a pregare? La forza della debolezza Gesù chiede con disarmante chiarezza una parola di tenerezza, quasi volesse sentirsi dire: “Ti voglio bene”. Pietro si aspettava forse qualche “rimprovero”, invece neppure l’ombra della sfiducia. La delicatezza di Gesù sgretola Pietro.La possibilità quotidiana di rimettersi in piedi sta nella capacità di non perdere mai la possibilità di ricevere amore. Ogni storia, anche quella di Dio, finisce sempre con una richiesta d’amore... questo è sorprendente. Perché non posso fare a meno della preghiera? Perché facendo spazio a Gesù nella preghiera non viene meno l’intensità dell’amore, semplicemente aggiungo anche altri ... Non dovrebbe essere sempre così in ogni esperienza d’amore che vivo? Qui c’è la consapevolezza di essere sempre preceduti da Lui nell’amore e ti senti invitato a rinascere nei luoghi ordinari della vita, anche nei momenti più bui ... Perché accanto allo spazio dello smarrimento, del dolore, della paura, della vergogna, c’è anche lo spazio in cui siamo “faccia a faccia” io e Lui. In quel “seguimi” c’è l’augurio che tutte le circostanze della vita possono quotidianamente far partire i segni di quotidiane resurrezioni ... per rendere bella la storia del mondo anche se nessuno scriverà mai di noi. Perché alla nostra paura di pregare per non sentirci domandare da Gesù: “Pietro, mi posso fidare?”, Lui mi fa capire che gli importa soltanto sapere se lo amo. E alla nostra obiezione: “Ma chi sei, Signore?” Lui risponde donando la gioia d’amare. Perché a Gesù basta il “Mi ami tu?”. Di conseguenza: Quando faccio l’esperienza di essere fragile e incoerente, incapace di mantenere le promesse..., Gesù ci chiede: “Mi ami tu?” Quando siamo a tu per tu con un fallimento, un insuccesso, una cocente delusione..., Gesù continua a chiederci: “Mi ami tu?” Perché a Gesù sembra che non interessi la nostra serie infinita di disastri... ogni volta torna a chiederci: “Mi ami tu?”. È una domanda che ogni volta ci restituisce la dignità e la gioia di poter dire: “ti amo”.Al termine di questo dialogo, Gesù ci conferisce un nuovo mandato: “Pasci le mie pecore”. Qui restiamo disarmati perché le nostre piccolezze diventano una risorsa, una nuova occasione che fa dire a Gesù: “Di te posso fidarmi, perché hai sbandato, ma ti sei ricentrato sull’amore”... Se la preghiera è originata da queste motivazioni... cosa mi fa veramente paura del pregare? Prego perché vivo, vivo perché prego (R. Guardini) Ci è data la grazia di riprendere il tracciato del nostro cammino, dove le fragilità rimangono, così come le lacune, le lentezze, le paure della nostra chiesa. Ma avvertiamo che non può fermarsi qui il viaggio della nostra vita... “È il Signore!” ... quel Gesù lì non voglio farmelo scappare. Quale vantaggio porta la preghiera nella mia vita? La preghiera non è il primo atto dell’uomo; prima di essa c’è un’esperienza, un grido, la pressione del dolore, la passione dell’amore, l’esplosione della gioia, lo sfregio della paura. La preghiera nasce dalla vita come supplica o come canto, come desiderio, perfino come lite con Dio. Quindi... bisogna essere molto vivi, amare molto la vita per pregare bene! La preghiera viene prima delle parole, prima di noi: nasce con il grido di chi entra nella vita, con la fame di vivere di tanti disperati, con la paura di morire di tanti sofferenti, con la richiesta di giustizia di tanti oppressi. Quindi ... bisogna far entrare nella nostra la vita del fratello che ci sta accanto per pregare bene! Con la preghiera accresco la famiglia che amo! Pregando, capisco che cresco anche in umanità? Conclusione: l’opera più difficile... Quale pensate sia l’opera più difficile per un cristiano oggi?Forse la vita comune in famiglia e in parrocchia? ... Prima o poi impareremo a volerci bene!Forse la fedeltà negli affetti? ... Il cuore di ciascuno prima o poi avverte la necessità di “trovare una casa” stabile e definitiva.Forse sapere tutto su Dio per poter parlare di Lui con correttezza? ... Ci sono tanti libri di teologia, tanti dibattiti su Dio, tanti convegni che spiegano il suo agire.Io credo che l’opera più difficile sia invece quella di pregare dando del “tu” a Dio... il “perché” è semplice: è difficile accettare di passare tutta la vita con il Padre in casa! Don Giampietro
Siamo partiti con una riflessione sull’attualità della preghiera per noi cristiani di oggi. Questa però ha lasciato spazio ad altri interrogativi ed approfondimenti. Non ultimo quello che ci porta a domandarci: “ma io quale Dio sto pregando?”, “quando mi riferisco a Dio, quali attese ho verso di Lui?”.Questa seconda giornata della Comunità apre il nostro Avvento 2022, e non possiamo eludere la domanda “il Dio che sto attendendo è proprio quello che è venuto a farci conoscere Gesù Cristo?”. Qualche dubbio rimane. Da qui allora il tema di questo nostro secondo confronto comunitario che vuole aiutarci a metterci in ricerca della vera presenza di Dio nella nostra vita, per poi scoprire che Lui non ha mai smesso di venirci incontro e di lasciarsi incontrare offrendoci un aiuto prezioso: il pane che alimenta il nostro cammino. In questa seconda giornata della comunità ci faremo aiutare dalla figura di Elia colto in un momento particolare della sua vocazione di profeta. Leggiamo il brano di 1Re 19,1-15a.18 1Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: "Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro". 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Betsabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: "Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri". 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia!". 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino". 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. 9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: "Che cosa fai qui, Elia?". 10Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita". 11Gli disse: "Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore". Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. 12Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: "Che cosa fai qui, Elia?". 14Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita". 15Il Signore gli disse: "Su, ritorna sui tuoi passi ... 18Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l'hanno baciato". Il Dio che non riconosco e da cui fuggire Ci sono momenti della vita in cui, come Elia, ci lasciamo prendere dallo spavento e andiamo in confusione anche su quella figura di Dio che riteniamo non coincida con le attese che ci siamo fatti verso di Lui. La reazione è allora quello di allontanarlo un po’ sdegnati perché ... non è stato all’altezza di quello che ci aspettavamo! E, soprattutto sperimentiamo che, quando vorremmo sentire il conforto della sua voce, ... Dio tace! Se da un lato questo tratto di Elia ci sorprende, dall’altro ce lo avvicina, ci permette di accostarlo anche alle nostre delusioni umane. La bellezza di questo racconto sta nel fatto che Dio interviene nel momento della paura, del cedimento nervoso, del crollo psichico, nel momento della maggior umiliazione, perché sa sempre come riportarci a casa e come ricostruirci con amore. In altre parole: Dio non teme nessuno dei mali del mondo, nessun peccato (ad eccezione di quello “contro lo Spirito Santo, ossia quando ci ostiniamo a non riconoscere la sua azione in noi), non teme nemmeno le nostre paure, soprattutto quando l’angoscia è tanto grande e non riusciamo a condividerla con nessuno... allora si tende a fuggire in preda allo sconforto. Ora basta, Signore! Non ne posso più! Ecco il “nome” reale della fuga sconfortata: accusare Dio di averci deluso in qualche attesa e di essere forse delusi di noi stessi perché pensavamo di essere riusciti dove altri avevano fallito, oppure perché ci siamo accorti di non aver cambiato quella situazione verso la quale ci siamo impegnati molto... Anche un “gigante della fede” quale il profeta si rivela fragile, perché è di fronte all’assenza di Dio e alla constatazione dell’inutilità personale “Non sono, migliore dei miei padri”. Considerando la mia esperienza di fede, da cosa sono rimasto maggiormente deluso e da quale immagine di Dio vorrei fuggire? Il Dio che si lascia ritrovare... e che forse non è mai sparito! Siamo allora al passo successivo: la nostra fuga trova una risposta, Dio non ci lascia vagare senza meta. Nella caverna per passare la notte: Elia non sa ancora quello che accadrà, ma lo sa Dio perché Lui guida sempre le nostre notti oscure, non ci lascia nell’aridità spirituale. È la lamentela di chi ritiene ormai che non valga più la pena lottare per la fede. Questa non è più una motivazione fondante... Il Signore passa nella vita di Elia, come nella nostra. Il vento, il fuoco, il terremoto, sono simboli della presenza del Signore sul Sinai (nel momento del desiderio di Dio di fare comunione con l’uomo), nel cammino del deserto (nel momento di prova, sofferenza e ribellione da parte dell’uomo) e ripresi nei Salmi (nel momento della confidenza da parte dell’uomo). Il vento leggero richiama la mattina dell’Eden, nuova creazione che Dio intende svolgere con ciascuno di noi. Infine, l’incontro con Dio. Qui Egli offre una parola di fiducia con la quale incoraggia Elia e ciascun uomo da lì in poi a considerare come il suo progetto di bene non è stato messo sotto scacco, ma continua... Il disegno di Dio continua a realizzarsi nella vita di coloro che a Lui si affidano, anche quando noi attraversiamo le nostre notti oscure. Provo a descrivere l’esperienza di qualche “notte oscura” della fede che ho attraversato... Come mi ha risposto il Signore? La mano tesa di Dio: il pane del cammino Rincuora considerare come il Signore non ci lascia mai in preda da soli alle nostre paure e delusioni, ma trova sempre il modo di venirci incontro. Come per Elia, anche per noi è sempre pronto il “pane del cammino” per alimentare le nostre forze e aiutarci così a guardare con maggior positività i passi da compiere. Sono consolazioni che possono arrivarci attraverso un mediatore (Angelo) ... forse non ci rendiamo nemmeno conto di quante persone il Signore si è servito per richiamarci alla sua presenza!Dio cura Elia mediante il sonno e il cibo: è la sua pedagogia che ci cura con amore, senza rimproveri, senza deprimerci con parole severe del tipo: “Non ti vergogni? Perché ti sei comportato così? Perché hai dubitato di me”. Con questi aiuti Dio ci apre nuovamente un futuro. Scopriamo come Elia che il nostro fuggire impazzito aveva una meta nella mente di Dio, le nostre fughe verso la morte, diventano un pellegrinaggio verso Dio! ... per condurci alle origini del nostro cammino di fede (Oreb), là dove eravamo stati conquistati proprio da Dio.È un preludio a riconsiderare con occhi nuovi la fondamentale importanza dell’Eucaristia, dandoci la quale anche a noi Dio, come ad Elia, domanda: “Che cosa fai qui?”, come a ricordarci che ... dovremmo essere altrove, in mezzo ai nostri fratelli, per annunciare la vicinanza e le misericordie di Dio. Quali passi sento dover compiere per ritrovare l’entusiasmo della fede? Conclusione: la crisi, la risposta di Dio, l’Eucaristia... preludi di speranza! Elia si mette in fuga perché, in fondo, si augurava che Dio lo esentasse finalmente dal suo incarico, mettesse fine alle sue fatiche ... speranza molto piccola!Si ritrova invece ricondotto nel mezzo della missione quale speranza nuova per il popolo d’Israele.... e se la nostra disponibilità e l’Eucaristia che ci viene donata ogni domenica (prima ancora di ogni riflessione teologica/pastorale che potremmo fare su questo Sacramento) ... fossero proprio gli strumenti e le risposte che Dio sta dando per il progresso della Chiesa come speranza nuova per il mondo? Don Giampietro
Ho ascoltato, mentre ero al cimitero, per benedire le ceneri di una persona che aveva appena lasciato i suoi familiari e le persone a lei care, questa preghiera: “O Dio, Padre attento e misericordioso, di fronte al mistero della morte, ci chiedi di stare in silenzio, di riflettere; ci inviti anche a rinnovare la fiducia nel tuo Figlio che ha vinto la morte. Alla nostra sorella che ci ha lasciato, con la speranza viva di incontrarti nella pace e nella gioia, concedi di vivere con Te e con tutti i suoi cari una profonda comunione, per sempre. A noi dona la determinazione per spendere positivamente la nostra esistenza e la speranza di ricongiungerci a chi ci ha donato tanto amore”. La nostra visita al cimitero, che vivremo in questi giorni, la partecipazione alla Santa Messa di suffragio per tutti i defunti, abbia questa duplice finalità: accompagnare le persone che ci hanno voluto bene e hanno lasciato questa vita a gustare la pace e la benevolenza del Signore; pace e benevolenza che il Signore riserva a tutte le persone che, pur con i loro limiti, hanno desiderato essere onesti e desiderosi di operare il bene. In secondo luogo uno sguardo attento alla loro vita ci aiuta a fare memoria dell’amore che abbiamo ricevuto; è l’amore che dobbiamo continuare a promuovere nella nostra esistenza. L’amore che c’è stato donato non può essere nascosto. Proprio così ci parla questa riflessione che mi è molto cara: “Quel giorno d’autunno ho chiesto alla foglia se avesse paura di cadere; mi ha risposto: «No. Ho sempre cercato di essere molto viva, (...) ho lavorato tanto, ho contribuito ad alimentare l’albero; in esso c’è molto di me. Ti prego, non credere che io sia soltanto questa forma che vedi; essa è soltanto una minuscola parte di me: io sono nell’albero intero». Ho visto la foglia, ingiallita, lasciare il ramo e volteggiare cadendo al suolo, in una danza gioiosa, perché, mentre cadeva, si vedeva ancora nell’albero. Era felice! La foglia non ha paura: sa che nulla può morire nel cuore di chi ha aiutato e amato”. Don Peppino
Elia il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Galaad, disse ad Acab: «Com'è vero che vive il Signore, Dio d'Israele, che io servo, non ci sarà né rugiada né pioggia in questi anni, se non alla mia parola».La parola del Signore gli fu rivolta in questi termini: «Parti di qua, va' verso oriente, e nasconditi presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. Tu berrai al torrente, e io ho comandato ai corvi che là ti diano da mangiare». Egli dunque partì, e fece secondo la parola del Signore; andò e si stabilì presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. E i corvi gli portavano del pane e della carne la mattina, e del pane e della carne la sera; e beveva al torrente. Ma di lì a qualche tempo il torrente rimase asciutto, perché non pioveva sul paese. (1Re 17) Anche noi siamo in un tempo di "carestia" come il profeta: la pandemia, la guerra, le difficoltà economiche, ci fanno sentire gente che non ha più molte sicurezze. Quale può essere il nostro torrente Cherit, come quello presso il quale Dio invia Elia? Ecco quello che per noi possono significare questi giorni di adorazione eucaristica, quelli che stiamo per vivere nelle nostre comunità. Anche a noi vengono portati cibo e bevanda che salvano la nostra vita: il Corpo e il Sangue di Cristo. Abbiamo, però, bisogno di comprendere qualche cosa in più di quanto solitamente abbiamo capito. Innanzitutto che lo scopo prevalente di questa attività di culto non è quella che nei secoli si è venuta affermando di sottolineare la reale presenza del Signore Gesù ma la sua volontà di incontro di dialogo con noi. Nella adorazione eucaristica devo essere convinto che vado a incontrare una persona viva e non solo un "segno" sacramentale della sua presenza. Se guardo l'Ostia consacrata io non devo vedere un feticcio ma il Cristo vivente che mi vuole incontrare, fare comunione di vita con me. Troppe volte noi vogliamo essere i primi attori della nostra fede: le nostre buone azioni, l'obbedienza ai comandamenti, le opere di carità ci rendono un po' Farisei, pretenziosi verso in Dio che deve riconoscere che siamo suoi bravi figli. Dimentichiamo che è stato Gesù che si è mosso per primo per venirci incontro "quando eravamo ancora peccatori" (S. Paolo): l'iniziativa è sua, è Lui che vuole fare comunione con noi anche se siamo indegni di Lui. Ma allora, perché non parla? Il silenzio dell'Ostia consacrata ci chiede di comprendere che in Gesù tutto è già stato detto dal Padre: egli è l'Amen definitivo per la storia e la vita degli uomini, la parola esaustiva che è stata pronunciata da Dio per la nostra salvezza. È un po' come per la comunione eucaristica nella quale pensiamo di "possedere e catturare" il corpo di Cristo, invece che pensare ad un incontro di persone dove il Cristo non ha solo il compito di ascoltare quello che gli diciamo o chiediamo. Il silenzio dell'Eucaristia ci invita soprattutto ad indagare il mistero più che ascoltarne il messaggio per tradurlo a servizio della fede. Il Cristo eucaristico non è solo uno cui si può parlare ma prima di tutto uno che si può ascoltare. Dopo il Cristo "Amen del Padre" non è più possibile alcun discorso salvifico diverso da quello che è stato detto prima di Lui e in Lui e il suo silenzio è eloquente; Egli infatti è la parola definitiva che è pronunciata per provocare l'uomo ad una risposta di assenso o di rifiuto; ed è l'unico luogo entro il quale si può situare il dialogo con Dio. Se il dialogo silenzioso tra il credente e il Cristo eucaristico sta ad indicare che l'uomo può incontrarsi veramente con il suo Salvatore solo con un atteggiamento di "gratuita" accettazione, (il Cristo deve essere accettato per quello che è, prima ancora che per quello che dice o fa) diventa per ciò stesso anche la norma ultima a cui i credenti devono attenersi nello svolgere la loro missione salvifica nel mondo. È quanto il profeta Elia ha compiuto nel suo vivere sulla sponda del torrente Cherit, in silenzio, prima di andare a salvare la vita della vedova di Sarepta di Sidone e di suo figlio, e facesse tornare la pioggia per dare fine alla carestia. Mettiamoci, dunque, davanti alle Sacre Specie consacrate e diciamo, come Samuele "parla, Signore che il tuo servo ti ascolta" e chiediamo che termini questa carestia di fede che affligge il nostro tempo e i nostri fratelli. Don Felice