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Sull'acqua la vita di S. Pietro

Festa dei Ss. Pietro e Paolo, appena celebrata, e la ricorrenza della benedizione del lago a Calcinate, in ricordo di S. Pietro pescatore, mi hanno suggerito questi pensieri.La sequela di Cristo da parte di S. Pietro ha avuto origine sul lago di Tiberiade, quando il Signore gli ha detto: "Vieni dietro a me e ti farò pescatore di uomini". La cosa è nata da una pesca miracoloso a seguito della quale Pietro dichiara la propria indegnità: "Allontanati da me che sono un peccatore". Ogni vera vita di fede nasce dalla consapevolezza che non siamo degni delle attenzioni che il nostro Dio ha per noi: "Che cos'è l'uomo perché Tu te ne curi e ti ricordi di lui?" Questo é il primo atteggiamento spirituale da curare ogni volta che ci accostiamo a Dio: "Noi siamo solo povera argilla plasmata dalle sue mani". Ricordo anche l'episodio di Pietro che vuole camminare sul lago: Cristo lo invita a venire incontro a lui ma Pietro ha un momento di dubbio e comincia ad affondare: "Signore salvami!".Quante volte l'umanità si è trovata in mezzo a tempeste catastrofiche! Pensiamo non solo alla attuale guerra in Ucraina ma anche alle stragi del secolo scorso: l'epurazione degli Armeni, le due guerre mondiali, la Shoah, le purghe staliniane, la guerra civile in Jugoslavia... Flagelli che si sono abbattuti sulla povera gente incolpevole, guidata da politici incapaci di amare la pace e trovare vie di fratellanza tra i popoli. Se noi fossimo capaci di rivolgerci al Signore con maggiore umiltà e confidenza in lui, con una preghiera assidua ... Alla fine della vita di Cristo, prima della sua Ascensione al cielo, ritroviamo ancora l'acqua del lago di Tiberiade, in quel momento che è ricordato da S. Giovanni come la pesca dei 153 grossi pesci, e dove il Signore Gesù invita i suoi ad unirsi a quella cena che ancora oggi in Palestina è ricordato nel luogo chiamato "mensa Christi" dove, nell'acqua ci sono parecchie pietre a forma di cuore, per indicare la promessa di Pietro di amare il Signore. È interessante il dialogo tra i due, testimoniato dalle parole greche che usa S. Giovanni; Gesù chiede due volte a Pietro. "Pietro sei mio amico?" e Pietro risponde: "Signore tu sai che ti amo". Alla terza volta S. Pietro capisce e risponde : "Signore, io ti sono amico" ad indicare che non è sufficiente l'amore per il Signore ma è necessaria una vera familiarità con lui. Bisogna diventare "amici" di Cristo! Solo così potremo accogliere, come S. Pietro il suo invito: "Seguimi!". La speranza è che la festa di S. Pietro non sia solo una ricorrenza che ci ricorda il passato e le nostre tradizioni, ma diventi un rinnovato inizio ed impegno di vita cristiana. LE DATE Venerdì 8 luglio ore 20.15 partenza da casa Bombaglio dalla chiatta su cui è posta la reliquia di S. Pietro. Arrivo a casa Giorgetti e da lì processione fino all'Oratorio. Segue in Oratorio la S. Messa. Sabato 9 e domenica 10 luglio festa in oratorio con cena (sabato e domenica), pranzo (domenica) e intrattenimenti. BUONA FESTA A TUTTI Don Felice

Sull'acqua la vita di S. Pietro

«Io sono con voi» (Mt 28,20)

Sabato 25 settembre l’Arcivescovo ha ordinato in Duomo 22 Diaconi transeunti che diventeranno Sacerdoti il prossimo 11 giugno 2022. Il loro motto è «Io sono con voi». Il motto scelto da noi Candidati 2022 è tratto dall’ultimo versetto del Vangelo di Matteo. Versetto che racchiude una promessa, potremmo dire “la Promessa”, quella che Gesù rivolge ai suoi discepoli, ma anche a tutti i cristiani: la certezza che Lui rimarrà sempre con loro. Inserito nel più ampio contesto pasquale, il capitolo 28 racconta la Risurrezione di Gesù e, nella sua parte finale, narra l’incontro dei discepoli con Gesù e della missione loro affidata. Dopo gli eventi pasquali i discepoli sono confusi e smarriti: non sanno come fare senza il loro Maestro. Ma Gesù si fa trovare lì dove l’angelo aveva indicato alle donne. Gesù mantiene la sua promessa, si fa trovare per confortare e indicare la via: andare da tutti i popoli e annunciare loro la salvezza. Come rappresentare questa certezza della Sua presenza che tutto pervade e tutto illumina, che si propone senza imporsi? Come rappresentare quelle moltitudini cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare il suo Vangelo e ad introdurli ad una nuova vita nel suo nome? L’immagine scelta da noi Candidati è Hallelujah di Mike Moyers, artista americano che nei suoi lavori ama celebrare, esplorare e confrontarsi con il mistero di Dio, spesso rappresentando scene della Scrittura con uno stile che lui chiama “impressionismo teologico”. Nell’intenzione dell’autore, l’opera vuole rappresentare il Regno di Dio illuminato della Sua luce gloriosa e abitato da tutti coloro che hanno fatto esperienza della sua opera redentrice per mezzo di Cristo. Un Regno che già si manifesta in questo mondo ogni volta che ci prendiamo cura gli uni degli altri proprio come lui fa con noi. Una moltitudine di persone segnate dalle loro storie dove anche le più difficili e frastagliate sono curate con compassione ed amore, illuminate dalla Sua presenza. Al centro dell’opera, nel punto più luminoso, è possibile scorgere la figura di Cristo in abito sfolgorante, la cui luce illumina tutto intorno a sé. Cristo è circondato dall’umanità gioiosa, rivestita di mille colori che vogliono simboleggiare «tutti i popoli» ai quali i discepoli sono inviati per portare l’annuncio di salvezza. Quella stessa umanità che anche noi Candidati, con il nostro ministero, desideriamo raggiungere perché ognuno possa sentirsi accompagnato dalla promessa di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». La promessa fatta dal Risorto ai discepoli, in tempi e modi diversi, ha toccato anche la vita di ognuno di noi. L’accoglienza di questa promessa ci ha portato a rispondere a quella chiamata che ci ha condotto fino all’ingresso in Seminario, e ad intraprendere il cammino di discernimento che ci ha condotto a decidersi per donare la nostra vita a Cristo e alla Chiesa. La nostra classe, composta da 22 diaconi, si presenta molto variegata. Abbiamo un’età compresa tra 24 e 57 anni, e tra di noi abbiamo giovani studenti, laureati (in lettere, infermieristica, veterinaria, ingegneria, comunicazione, giurisprudenza) ed ex lavoratori (insegnante, politico, idraulico). Continuando il cammino verso il presbiterato chiediamo la vicinanza di tutti con le parole di questa preghiera che abbiamo composto e che segnerà i passi che ci introdurranno nel ministero ordinato: Padre buono,ricolma del Tuo Spirito di amore questi Tuoi figli,affinché, conformi al Tuo Figlio Gesù, siano testimonidella Tua vicinanza ad ogni uomoe proclaminoda un confine all’altro della terrala Sua promessa:«Io sono con voi».Maria, Porta del Cielo,accompagni il loro ministero. Amen.

«Io sono con voi» (Mt 28,20)

Il dono di essere riconciliati

Ringrazio cordialmente Don Marco Paleari, parroco alla San Massimiliano Kolbe, per i testi che ci ha inviato per questo Quaresimale.Ci poniamo una prima domanda: perché ci è chiesto di confessarci? È opportuno riflettere innanzitutto sul senso e poi sulla modalità per vivere proficuamente il quarto Sacramento. Non può essere frutto di una imposizione; non può essere lasciato al flusso delle nostre emozioni. Non “vai a confessarti”; e neppure “vado quando me la sento”. Normalmente si afferma che nel Sacramento della Riconciliazione noi andiamo a chiedere la misericordia del Signore sul nostro peccato. Non è un'indicazione sbagliata.Occorre però compiere un passo che ci aiuti ad approfondire maggiormente la possibile qualità dell'esperienza di questo momento. E questo passo potrebbe essere descritto così: “È fondamentale trovare il desiderio di promuovere con maggiore intensità la relazione con il Signore, con le altre persone; in definitiva, con noi stessi”. L’introduzione al libro liturgico che racchiude il rito della Penitenza non mette l'accento sul fatto che noi ci presentiamo al Confessore per essere perdonati, bensì afferma che sarà resa più viva in noi l'identità di figli di Dio, anche attraverso il rinnovamento della nostra fraternità con chi ci cammina accanto. Il Signore ci conferma che desidererebbe che ci accorgessimo che è Lui, vivo è risorto, che si accompagna a noi, ci è vicino, ci accoglie e ci comprende nell'affannosa e non sempre illuminata ricerca di donare qualità alla nostra esistenza. Con il peccato, a volte inconsapevolmente, noi roviniamo relazioni belle, spontanee, libere con le persone vicine; la mediocrità e la superficialità possono disturbare la nostra crescita; la sofferenza ci può allontanare dall’avvertire la necessità di una presenza del Signore nella nostra vita.Occorre invece riconoscerci debitori della sua misericordia; occorre arrendersi al suo perdono e mutuare dalla sua Parola le modalità delle nostre relazioni. Significativa è, ad esempio, la scelta del padre misericordioso di attendere sulla soglia di casa, con un cuore pacificato e con uno sguardo limpido il possibile ritorno del “figlio prodigo”. Proprio perché ha un cuore pacificato da sempre il padre può corrergli incontro, non pretendere le sue scuse, abbracciarlo e fare festa. Dobbiamo restituire il primato alla grazia: il Signore ci faccia sempre più comprendere che la Riconciliazione non è innanzitutto un nostro passo verso Dio, ma è lui che ci chiama, ci stupisce con la sua misericordia e gioisce pienamente per il cammino che promuoviamo verso di Lui.Non trascuriamo la Riconciliazione. Il Signore ci conferma che la sua tenerezza materna è più importante delle nostre fragilità. Diventa opportuno cambiare atteggiamento; occorre rivivere il desiderio di convertirci, di mutare rotta, di determinarci per un incontro sistematico con la misericordia del Signore.Un cristiano che non vive la Sua benevolenza nei nostri confronti, che vive senza sperimentare il suo amore - è un'immagine di Papa Francesco -, è come un ago che punge, ferisce ma non cuce, non unisce. Senza un amore rivisitato sistematicamente dal Signore, che cosa offriremo al mondo? E Gesù ci conferma che la paura, forse più dell’egoismo, può toglierci energie e speranze; e ci conferma: “Non sia turbato il vostro cuore”. (Gv 14,1) Don Peppino

Il dono di essere riconciliati

Nostre le mani, Tua la forza

Con il 20 giugno inizia la prima parte dei festeggiamenti del Palio delle contrade di Masnago, legato alla festa patronale dei SS. Pietro e Paolo.Visto che la parrocchia di Masnago costruisce la propria festa dandole anche un contenuto spirituale, mi sembrava interessante e significativo estenderne la riflessione a tutta la Comunità Pastorale. Il tema scelto dalla commissione quest’anno ha a che fare con le mani!A botta calda forse ci viene in mente il testo della canzone “Ciao, Ciao” della Rappresentante di lista, presentato nell’ultimo festival della canzone a S. Remo... lo ricordiamo certamente tutti: “Con le mani, con le mani, con le mani...Ciao ciao”.Per coloro che invece hanno i capelli un po’ più grigi come me, forse viene più naturale ricordare la canzone di Zucchero Fornaciari intitolata anch’essa “Con le mani”, dove alcuni passaggi del testo recitano così: “Con le mani tu puoi dire di sì... È un incontro di mani questo amore... Con le mani preghi il Signore”. Ma forse, per usare immagini più consoni al nostro mondo ecclesiale, ci viene più spontaneo pensare ad altre mani “più nobili”: quelle di Dio Padre quando plasma il mondo e l’uomo per dare inizio alla creazione, oppure quelle di Gesù che guariscono gli ammalati, che sollevano gli infermi, che abbracciano chi ritorna dopo essere fuggito, che lavano i piedi degli apostoli... O ancora, quelle del cireneo che aiutano Gesù a portare la Croce, o quelle di Giuseppe d’Arimatea che lo depongono dalla medesima croce per posizionarlo nel sepolcro... insomma, abbiamo davanti una bella e ricca carrellata di mani, davanti alle quali non abbiamo che l’imbarazzo della scelta verso quali indirizzare il nostro sguardo per prenderne esempio. Ma forse in questi tempi ci viene in mente un uso meno positivo delle nostre mani: quelle che inquinano il pianeta, quelle che atterrano il prossimo per fare violenza o per umiliare, quelle che abbracciano un kalashnikov per uccidere fratelli, quelle che gettano soldi semplicemente perché ne hanno in eccedenza... anche in questo caso, una bella panoramica di mani di cui vergognarci! Ma quest’anno, con il Palio delle contrade 2022, vorremmo nobilitare questa parte del nostro corpo perché ritorni ad essere un dono speciale per tutti.Come parroco della comunità desidererei suggerirvi qualche modo per valorizzarle. 1. Trasformarci in artigiani di pace, artigiani di comunione. Nella società dei grandi Centri Commerciali e della globalizzazione stiamo perdendo in maniera irreversibile la figura dell’artigiano. Questo palio vuole diventare anche una provocazione al gusto di far prendere forma a ciò che ci sta a cuore e che la nostra creatività genera. Già la mostra che verrà proposta ce ne offrirà un magnifico saggio, ma questo vuole essere solo l’inizio. E di cosa dovremmo diventare artigiani? Ho la presunzione di suggerirvi 2 sviluppi: artigiani di pace e di comunione! Della prima ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo, la seconda diventa una necessità irrinunciabile se vogliamo offrire un volto nuovo di umanità, di comunità cristiana e sociale, di Chiesa... 2. Riappropriarci della capacità di abbracciare. Non è un invito a trasgredire le normative anti- contagio, quanto piuttosto a dar corda alle emozioni più vere che per troppo tempo ci è stato chiesto di trattenere e censurare. Ritorniamo ad essere uomini e donne che provano sentimenti senza preoccuparsi di venire fraintesi, che hanno voglia di piangere senza vergognarsi, di ridere senza paura di offendere e di intenerirsi senza temere di venire derisi... riappropriamoci della nostra umanità! 3. Reinventarci costruttori di ponti piuttosto che scavatori di fossati. San Serafino Saros scriveva: “Facile scagliare pietre dall’alto in basso, difficile portarle dal basso in alto per costruire”. Sì, credo proprio che sia arrivato il momento di iniziare a ricostruire. Dovranno farlo i nostri fratelli ucraini, dovrà farlo l’Europa civile, dovrà farlo la Chiesa universale per cucire le  tante (troppe) spaccature sorte al proprio interno, dovrà farlo la nostra società se vuole iniziare a respirare aria nuova... e dovremo imparare a farlo anche noi nel nostro piccolo se vogliamo diventare una Chiesa attraente. Ma ne saremo capaci?Anche a questa preoccupazione proveremo ad offrire una risposta con il palio 2022. Non vi sembri troppo semplicistica quella che abbiamo trovato e che tenteremo di condividere con tutti voi: a ciascuno viene chiesto di mettere a disposizione le proprie mani, senza preoccuparsi troppo dei pesi che dovranno sostenere perché la forza per farlo la metterà il buon Dio, come ha sempre fatto, sperando che questa volta accetteremo di accogliere l’aiuto che sempre, da Padre, desidera regalarci... le mani sono nostre... la forza sarà Sua! Ce la faremo! Concludo con un sano dubbio che mi sorge dentro: e se la primavera dell’umanità e della nostra Comunità Pastorale passasse proprio dalle nostre mani? Don Giampietro

Nostre le mani, Tua la forza

Per un'ecologia dell'amore

Complice la siccità di quest’inverno e la devastazione provocata dalla guerra in Ucraina nel cuore della nostra Europa, il grido d’allarme per la salute del nostro pianeta si è levato altissimo in questi ultimi mesi. L’inquinamento, che la cupidigia degli uomini e la ricerca del benessere a tutti i costi hanno provocato, sta lacerando la nostra terra e la sta soffocando sotto una montagna di rifiuti. Abbiamo raggiunto alti standard di vita ma in effetti non è che stiamo troppo bene e non possiamo più restare indifferenti a questi problemi perché la posta in gioco per la nostra sopravvivenza e quella dei nostri figli sta diventando troppo alta. Da dove verrà la soluzione che ci permetterà di andare avanti? Certo anche da decisioni politiche adeguate ma soprattutto dalla coscienza di ciascuno che invoca una conversione e l’assunzione di comportamenti corretti nelle scelte e nei gesti di tutti i giorni. Il mondo si salva se ognuno fa la sua parte. Ma più che l’inquinamento della terra e dell’atmosfera c’è qualcos’altro che ci toglie l’aria e ci fa boccheggiare sfiniti: è il degrado dell’amore. La società in cui viviamo sottovaluta, inquina o addirittura deride la forza propulsiva di questa attitudine che ci rende davvero uomini e tutto intorno a noi ci seduce a cercare in altro la realizzazione della nostra felicità. Ma così restiamo soffocati e seppelliti sotto la spazzatura di quello che ci fanno credere sia amore ma amore non è. Parole come fedeltà, pazienza, perdono, rispetto hanno perso mordente, anzi, sembrano non significare più nulla : accidenti però quanta immondizia c’è in giro, quanta tristezza nella vita di chi non si sa amato e non sa più amare! Ma non vogliamo cadere in depressione … quindi adesso basta con i piagnistei perché ci siete voi carissimi sposi, ci siete voi che siete qui a ringraziare il Signore che vi ha concesso lunghi anni d’amore fedele. Voi ci fate respirare la bellezza di Dio e con il vostro esempio rendete la terra un luogo più bello e vivibile. Come è più facile accorgersi di un albero che cade rovinosamente piuttosto che di una foresta che cresce silenziosamente così è più facile puntare il dito sui fallimenti che contemplare quanto amore ancora c’è … un amore che salva il mondo. Forse non ve ne accorgete ma con il vostro donarvi reciproco e con la fatica dei gesti quotidiani di perdono e pazienza voi vi ponete come gli spazzini di Dio che impediscono al male di soffocarci, siete l’energia rinnovabile che permette al sole della carità di Dio di scaldare la terra e di farla fiorire. Voi siete la speranza concreta che l’amore è possibile e sa andare oltre qualsiasi crisi e inquinamento. Con voi anche noi oggi siamo qui a ringraziare il Signore per la vostra testimonianza che semina germogli di vita eterna in questo mondo esausto e che saprà cambiarne il volto contro ogni previsione dei profeti di sventura. Che il Signore vi accompagni ancora a lungo nel vostro cammino e benedica tutti noi con la meraviglia del vostro amore. Suor Maura

Per un'ecologia dell'amore

Il Peccato e i Peccati

Noi siamo abituati a pensare ai peccati come azioni commesse in dispregio alla legge morale o civica. Vale però la pena di ripensare a questo modo di intendere il peccato secondo quanto la Parola di Dio ci indica come lettura giusta. In questo senso il racconto del peccato originale è un ammaestramento fondamentale. Rileggiamo Genesi 3,1-19. Ci accorgiamo che il peccato ha la sua origine nella rottura di fiducia in Dio. Come se uno dicesse:"Dio è un contendente dell'uomo; vuole sottometterlo alla sua completa discrezione" e allora non ci si fida più di lui. "Voglio essere io il dio di me stesso e decido io ciò che è bene o male". Non si tratta, dunque di un frutto proibito (nella versione latina si parla di "malum" che significa "frutto" e che è stato interpretato come "mela") ma di un pensiero di sfiducia nella saggezza di Dio. Il peccato, perciò, parte da un atteggiamento interiore: quello di chi pensa che Dio non sia amico dell'uomo e ne vuole negare la libertà. Proprio nella terza domenica di Quaresima Gesù diceva: "Chi fa il peccato è schiavo del peccato" e solo la parola di Gesù ci può rendere liberi. Prima dei peccati c'è, dunque, il peccato. La conversione che ci è chiesta nella Quaresima consiste, perciò, nella "metanoia" cioè nel cambiamento di mentalità: il pensare che Dio è il bene più grande per l'uomo e l'uomo è il terminale di una attenzione privilegiata di Dio. Se cediamo a questo modo di pensare a Dio come avversario della libertà umana, tutto si sfascia dentro di noi e cadiamo nella insipienza, la mancanza di saggezza che ci mostra come debbano essere gestite le nostra vite e i nostri rapporti. Si ha paura di Dio: "Ho udito il rumore dei tuoi passi e mi sono nascosto". Si rompe l'equilibrio interiore con cui dominare i propri istinti: "Si accorsero di essere nudi". Cade il legame tra l'uomo e la donna: "La donna che tu mi hai dato". Cessa l'armonia con il mondo naturale: "Con il sudore della tua fronte...". Da qui nascono i peccati, tutte le prevaricazioni che ci portano ad essere sregolati dentro di noi, a voler dominare sugli altri, a non conservare il compito di essere custodi della terra a nome di Dio. I comandamenti dati dal Signore altro non sono se non l'esplicitazione dei modi di comportarsi che l'uomo terrebbe se fosse capace di riconoscere che solo in Dio c'è la saggezza che indica ciò che è giusto o sbagliato per l'essere umano. Così, l'uomo che non si fida di Dio cade nelle tenebre e si allontana da quella luce di Verità che sola ci può rendere liberi e diviene figlio di colui che è menzognero fin dalle origini, il satana. Il rimedio consiste nel metterci ancora sotto la luce della Parola di Dio, del Cristo, che con la sua vita, il suo esempio e il suo insegnamento ci indica la verità sull'uomo, amato in modo smisurato da lui, fino al dono totale della sua vita sulla croce. Così potremo ritrovare su di noi la bellezza e l'immagine secondo cui siamo stati creati. Quanto detto ci fa ritrovare anche tutte le dimensioni del peccato. Ci sono i peccati personali, quelli che più facilmente accusiamo nel sacramento della riconciliazione. Ci sono i peccati "sociali", che solitamente dimentichiamo di prendere in considerazione. Per questi dovremmo domandarci quanto ci sentiamo responsabili di tutte le brutture che tolleriamo nella nostra società e per questi dovremmo accostarci più frequentemente alle confessioni comunitarie nelle quali dichiariamo di essere un popolo di peccatori, colpevoli di atti che non dipendono da nessuno di noi in particolare, ma dalla nostra ignavia nel cambiare questo nostro mondo. Ci sono i peccati commessi contro il creato con i quali rinunciamo al compito datoci da Dio di essere "custodi" del creato. Il quarto Sacramento (Confessione, Penitenza, Riconciliazione) che restituisce a noi l'immagine e la dignità di figli di Dio, creata dai primi tre, dovrebbe essere valorizzato maggiormente da chi si dice credente perché ci riconduce alla piena comunione con la Trinità, con i fratelli e con ciò che Dio ci ha donato come dimora su questa terra.   Don Felice

Il Peccato e i Peccati

Imparare dalla Storia

C'è un libro della Bibbia che sembra scritto da uno scettico, disilluso dalla vita "1,2Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. 3Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? 3,1Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. 2C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, ... 3Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. 4Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. 8Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.” Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme. “ 8,8Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c'è scampo dalla lotta; l'iniquità non salva colui che la compie". Queste parole sembrerebbero dare ragione a chi, ai nostri tempi, vive con l'angoscia per tutto quello che negli ultimi anni stiamo vivendo: la pandemia e la guerra in Ucraina. Certamente abbiamo l'impressione di vivere un tempo catastrofico con conseguenze irrefrenabili; ma abbiamo il senso della storia? Se pensiamo che il secolo scorso ha portato con sé i più atroci genocidi, le guerre più efferate e le pandemie più letali, perché meravigliarci di una umanità che non impara mai dai suoi errori? Questo viene detto non per rassegnarci alle follie del nostro mondo ma per accogliere la sapienza che viene dalla narrazione delle vicende umane: la lezione della storia, appunto. Ci eravamo illusi di avere eliminato dall'orizzonte dell'uomo il rischio per la vita e ci troviamo allo stesso punto di partenza: incapaci di praticare una cultura della prevenzione, continuiamo a fare spese folli per le guerre, a non investire nella medicina, a non diversificare le fonti energetiche, a non curarci del dissesto idrogeologico. E, purtroppo, pensiamo che è solo questione di mettere in atto delle tecniche che ci diano soluzioni, mentre, invece, i problemi possono essere affrontati solo come scelte politiche. Qui è la grande carenza delle menti che governano il nostro mondo! Per nostra fortuna, se consideriamo bene le cose, ci appare subito che ci sono realtà che queste vicende ci possono insegnare: La scienza che ha saputo produrre vaccini in brevissimo tempo, cosa impensabile fino ad ora La solidarietà dimostrata in questi giorni non solo verso i profughi ucraini, ma anche nel venire incontro a coloro che per la pandemia si sono trovati in situazioni di grave necessità Il desiderio di riprendere relazioni personali e non solo virtuali come la diffusione dei media e dei social tendevano a farci avere: il cantare sui balconi di mezza Italia ne è stata una prova evidente Impareremo finalmente dalla storia o dovremo attendere la prossima catastrofe? E che cosa può fare ciascuno di noi se non avere in sé gli stessi sentimenti di Cristo che, da buon samaritano, si è fermato ai bordi della strada di questa umanità ferita per soccorrerla? Ma non soltanto bei propositi ma azioni concrete, soprattutto forzando la mano dei politici di questo mondo perché ragionino non solo in termini di potere e di sfere di influenze geopolitiche ma di bene comune per tutta l'umanità. Don Felice

Imparare dalla Storia

Il Signore è la mia Salvezza

In Quaresima, ci aiutano per la catechesi, tre temi: Salvezza, Peccato, Riconciliazione, che sono proposti con il Quaresimale alle 20.45 in Comunità: venerdì 18/3 a Capolago, venerdì 1/4 a Bobbiate e mercoledì 6/4 a Velate. Per questo vi offro una scheda sul primo tema: la Salvezza. Con il termine “salvezza” si può intendere la realizzazione piena e definitiva di tutte le aspirazioni del cuore umano nelle diverse espressioni della sua vita. La radice latina “salvus” significa essere sano, stare bene, essere realizzato. Nel latino ecclesiastico- teologico questo significato è rimasto, ma si è aggiunta una nota più spirituale che rimanda alle cose ultime e all’idea che la salvezza dell’uomo viene dall’alto. L’ebraico esprime la salvezza con “jsc” che indica l’azione di Dio che libera dai nemici, crea spazio, aiuta, guarisce. Ad esso corrisponde il termine greco dei LXX “soterìa” che ha un significato analogo. Nel Primo Testamento Israele fa esperienza della salvezza prima di tutto come popolo liberato dalla schiavitù e introdotto nella terra promessa dove può vivere in libertà nel servizio al suo Dio. La benedizione di Dio e la fedeltà all’alleanza sono le condizioni di una esperienza di vita realizzata a livello sociale e personale, che si concretizza nella numerosa discendenza, nell’abbondanza dei frutti della terra, nella pace interna e nella sicurezza dai nemici esterni (cfr Dt). L’infedeltà al Dio alleato è considerata, soprattutto nei profeti, la causa di perdita di tale situazione di felicità. Pertanto il pentimento, la conversione e la penitenza sono visti come la condizione del ritorno alla felicità. Con l’insediamento di Israele nel gioco delle potenze del Medio Oriente l’aspetto della libertà politica viene messo maggiormente in risalto (cfr Is). Invece nell’Esilio la salvezza di Dio viene sperimentata principalmente come esperienza della vicinanza e benedizione di Dio ad un cuore puro e fedele all’alleanza (cfr Tb). Così la salvezza di Dio è da accogliere con fede e perseveranza nel fare il bene. Il Nuovo Testamento vede compiute queste esperienze e queste speranze di vita benedetta e felice nella venuta storica di Gesù di Nazaret. Una felicità piena con Dio promessa in Cristo crocifisso e risorto. La nascita di Gesù come Salvatore è già motivo di gioia e letizia. La sua predicazione e il suo impegno a favore dei malati e dei poveri è la visita del Dio liberatore che nel suo Figlio ridona speranza e gioia al popolo. E la missione di Gesù, mandato dal Padre, è luce, ristoro, intimità filiale con lui, che troveranno espressione piena nella vita futura. La comunione con Gesù, tuttavia, non esclude la croce come segno del suo donarsi al Padre, affinché gli uomini suoi fratelli rientrino nell’alleanza con Dio. Questo grazie al “Tutto è compiuto” di Gesù sulla croce (cfr Gv 19,30), che rende possibile la redenzione. L’apostolo Paolo annuncia la salvezza operata da Dio in Cristo Gesù come apertura misericordiosa di Dio, che perdona e offre una possibilità nuova di esistenza nel suo Spirito. Ma nello stesso tempo la salvezza è desiderio umano e tensione verso una pienezza di esistenza salvata. Infatti l’uomo intero: spirito, corpo, e anche il mondo saranno pervasi dalla potenza dello Spirito divino e saranno pienamente in Dio e Dio in loro. Questa pienezza di vita, tuttavia, sarà solo eredità di coloro che ora seguono le orme del Cristo sofferente: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Nel corso dei secoli la teologia cristiana ha riflettuto sull’annuncio della salvezza dell’uomo in Cristo, privilegiando alcuni aspetti culturali legati alle varie epoche storiche.  La riflessione Patristica. I Padri orientali, ad esempio, hanno annunciato prevalentemente la salvezza come compimento dell’uomo e del cosmo nella vita di Dio attraverso il Cristo Verbo Incarnato giunto alla gloria della risurrezione (cfr Atanasio).I Padri occidentali, invece, hanno tematizzato con preferenza la salvezza in Cristo come perdono del peccato e remissione delle sue conseguenze temporali ed eterne da parte di Dio mediante il Ministero della Chiesa. La ricostruzione del rapporto spirituale vivo con Dio avviene attraverso la mediazione di Cristo accolta nella fede vissuta nella comunità ecclesiale, come spazio di salvezza. Questa linea iniziata da Tertulliano è stata elaborata in forma sistematica da Anselmo e attraverso la grande Scolastica è arrivata sino ai nostri giorni. La Riforma con Lutero le ha dato grande impulso per il fatto che ha messo al centro l’esperienza salvifica della giustificazione del peccatore: ”Tutti sono giustificati gratuitamente per la grazia di Dio, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Noi riteniamo che l’uomo è giustificato (reso giusto) per la fede, indipendentemente dalle opere della legge” (Rm 3, 24.28). In entrambe le tradizioni teologiche è da notare una vistosa perdita di sensibilità per la dimensione storica, sociale e politica dell’esistenza. Così la positiva salvezza che Gesù ha portato e porta all’uomo con la sua venuta e la sua presenza nel mondo, si è come affievolita. Ma, oltre la teologia, la vita di Carità, l’amore verso Dio e il prossimo, non è mai venuta meno nella storia ecclesiale: “La fede se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. L’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede” (Gc 2, 17.24). La teologia contemporanea, pur non trascurando la dimensione della salvezza messe a tema e a frutto della lunga tradizione cristiana, si è impegnata a valorizzare le dimensioni storiche e sociali dell’esistenza. Il motivo principale di tale impegno va visto nell’orientamento culturale del mondo moderno di circoscrivere il desiderio dell’uomo di vita felice e salvata nell’orizzonte della storia. Convinto di poterlo realizzare unicamente con forze e strumenti umani, come hanno pensato i maestri del sospetto: “La religione è oppio del popolo che impedisce di raggiungere la società perfetta”; “Dio non esiste: è solo una proiezione psicologica del nostro inconscio”; “Dio è morto: pertanto rivendichiamo la volontà di potenza dell’uomo”. Però noi cristiani crediamo che la Rivelazione viene dall’alto come dono di Dio da accogliere e testimoniare: “E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è Amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,16.19). In dialogo critico con gli orientamenti culturali i teologi contemporanei si sono impegnati a mettere in luce dimensioni della salvezza biblico cristiana dimenticate e ad indicarne di nuove contenute nel dato di fede. Su questo sfondo sono da leggere l’impegno missionario del Vaticano II, che ha una profonda e ampia teologia della salvezza. E poi l’intento più profondo di varie correnti teologiche contemporanee come la teologia delle realtà terrene, della speranza, della liberazione, della famiglia, della misericordia, ecc. In sostanza sono tutte forme di teologia della salvezza per il mondo di oggi. Anche la teologia della liberazione, nella sua forma più genuina, si può comprendere come teologia della salvezza cristiana: una vita umana vera e autentica voluta da Dio in Gesù. E Gesù, che è ricco di misericordia, vuole che già ora (“già e non ancora”) nella nostra vita e nei rapporti umani inizi ad essere realtà quella vita che troverà la sua pienezza nei cieli nuovi e terra nuova promessi. Gesù paragona gli inizi umili del Regno di Dio a un piccolo seme e la sua realizzazione finale a un grande albero, frutto del nostro impegno e, soprattutto, del dono di Dio per noi e per il mondo (cfr Mr 4,30-34). In questa quaresima, che è cammino concreto verso la Pasqua di Gesù, prevalga in noi la preghiera per la pace, la sobrietà nel cibo e nella parola, l’abbondanza della Parola meditata, della Catechesi approfondita e della Carità vissuta: “Non stanchiamoci di fare il bene, se non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché ne abbiamo l’occasione operiamo il bene verso tutti” (Gal 6,9-10).   Don Francesco

Il Signore è la mia Salvezza

Hai sbagliato strada... Emmaus non è più la direzione giusta!

Il Signore Gesù non è qui, è risorto! Una notizia clamorosa, unica, imprevedibile. Non per Gesù, ma per noi! Perché adesso, libero dai limiti dello spazio e del tempo, è sempre accanto a noi. A ciascuno di noi.Ma come sta accanto a noi? Ce lo rivela lui stesso la sera di Pasqua. 1. Una presenza nuova, eppure da sempre conosciuta. Due uomini (due di noi!) stanchi e delusi sono in cammino verso Emmaus: la vita senza spiragli di grandezza e speranza di eternità. Stanchi e delusi come noi. Spesso. Ogni volta che il male (dentro di noi, intorno a noi, nel mondo) appare vittorioso sul bene. Gesù si accosta. Straordinario! Nel verbo c'è tutta la delicatezza e il rispetto dell'amico. Non irrompe con le insegne della sua potenza e divinità. Si accosta. I loro occhi vedono solo un pellegrino come loro. Cammina con loro. Ancor più straordinario. Non li forza a girare i tacchi per trascinarseli verso Gerusalemme. No! Lui, il risorto, che può camminare a mille, misura i suoi passi con la loro stanchezza. Con la nostra stanchezza. Poi domanda: "Perché questo volto triste? Cosa è successo?". Non sale sul pulpito, non predica, non rimprovera. Suscita domande, risponde, spiega. Senza buonismi, senza pacche sulle spalle, senza melensi "non è successo niente" e inconcludenti "se la pensate così.". Ma con l'energia che sprona a cercare la verità: "Stolti e tardi di cuore nel credere". Risponde e spiega senza formule fredde da imparare a memoria, senza luoghi comuni, senza retorica, ma in modo da fare ardere il cuore. Risponde e spiega come le cose di lassù stiano già dentro le cose di quaggiù: lievito dentro la massa. Come le Scritture non siano fantasie e sogni, ma occhi per vedere dietro l'apparenza delle cose e dei fatti. Arrivati al villaggio, fa come se dovesse andare più lontano. Incredibile! Non chiede niente, non esige propositi, non raccomanda più fede e coraggio per le prossime volte. Nemmeno un invito a tornare a Gerusalemme. Niente! Tutto gratis. Aspetta soltanto un invito a rimanere. E l'invito arriva: "Resta con noi!". Come si fa a non volere la compagnia di chi si accosta a te, cammina con te, risponde alle tue domande facendoti ardere il cuore? Lui resta. E si fa riconoscere. Come? Non sfodera gli attributi della sua divinità, della sua potenza ed eternità. Si fa riconoscere nello spezzar del pane: il gesto del papà e della mamma, dell'amico, di chi sa di non essere solo, di chi è consapevole che non può mangiarsi tutto, infischiandosene della fame degli altri. Di chi decide che tutto (sia poco o sia tanto) va condiviso con gli altri. Davanti a questo gesto, i loro occhi si aprono. E, prima stanchi e con il volto triste verso Emmaus, adesso corrono pieni di gioia verso Gerusalemme. 2. Il nostro cammino a partire dalla Pasqua. Così cammina con noi Gesù risorto. Vi siete riconosciuti in questo modo di sentirsi raggiunti dalla novità del Signore? Di strada ne abbiamo fatta parecchia anche quest’anno insieme e mi sento anche abbastanza soddisfatto del lavoro svolto. È vero, la sensazione del tempo buttato, della fatica sprecata, d’una vita che poteva andare meglio l’abbiamo dentro nel cuore. Forse in più occasioni anche in noi si è affacciata la domanda: “Ma allora abbiamo proprio buttato via tutto il cammino?” Ma no..., è la Pasqua del Signore! La vita germoglia ed esplode dentro ciascuno di noi. 3. La nostra reazione. Una bisaccia, i sandali, il bastone da viaggio: e via, pellegrini e poeti del Regno, per seminare speranza. Le nostre strade sono ormai le strade del mondo... a partire da quelle della nostra comunità pastorale; una croce e un risorto; uno scandalo e una follia: una persona. Resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta nella nostalgia di quest’ora, che ti cerca e ti invoca, sfiorando il mistero. Resta nel cuore che attende il tuo amore: resta con noi. Quella verso Emmaus non è più la nostra strada! Quella è la strada dei delusi, dei lamentosi, degli scoraggiati... noi siamo gente diversa, che ha imparato il gusto del vivere e non vede l’ora di comunicarlo! Don Giampietro

Hai sbagliato strada... Emmaus non è più la direzione giusta!

“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”

Domenica prossima la Chiesa italiana celebra la Giornata per la vita. I vescovi, nel loro messaggio, hanno sottolineato a più riprese il verbo custodire, che hanno proposto nel titolo del loro scritto: “Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”. LA PAROLA DI DIO. Il Salmo della Messa del 6 febbraio ci offre una felice espressione: “L’occhio del Signore è su chi lo teme” (cfr Sl 32). Cioè la protezione e la custodia del Signore sono date a chi lo venera, lo rispetta e lo ama anche nei fratelli più deboli, perché Dio si ricorda del bene fatto.Pure il Vangelo ci parla di custodia nella figura del centurione, che si prende a cuore il suo servo malato e chiede a Gesù una guarigione a distanza: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (cfr Mt 8). E Gesù, avendo colto una grande fede nel centurione, gli dice: “Va’, avvenga per te come hai creduto”. La cura e la custodia dei fratelli e delle sorelle più fragili, se non lasciati soli, può realizzare grandi cose anche nel nostro tempo! IL MESSAGGIO DEI VESCOVI. Vi offro solo qualche frase dello scritto. “Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione”. “Il diritto all’aborto e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente, così come alcune manifestazioni di egoismo durante la pandemia nascono da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti”. E certi “diritti” strozzano la vita! ”La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, incoraggiata e sostenuta, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza”. A questo forte invito dei vescovi ad essere custodi della vita, all’inizio e alla fine, non possiamo rispondere come Caino, dopo l’uccisione di Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (cfr Gn ). Credo che la custodia della vita passi dalla cura senza riserve che comunità, famiglie, istituzioni, associazioni, operatori vari e volontari percorrono per proteggere la vita. Non si può che ringraziare chi tiene sempre accesa con cura la speranza nella vita! L’ESEMPIO DI SAN GIUSEPPE. Il Papa, citato dai vescovi, ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano a custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (cfr Patris Corde). San Giuseppe pur rimanendo nell’ombra svolse un’azione decisiva nella custodia di Gesù e di Maria. Pertanto affidiamo a lui la nostra capacità di custodire sempre ogni vita! Don Francesco

“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”