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Con il “Medio Evo” si assiste, soprattutto in Occidente, ad un fenomeno “involutivo”: la progressiva clericalizzazione della Liturgia delle Ore. La “tradizione cattedrale”, come abbiamo sottolineato nella prima riflessione, aveva come soggetto celebrante anche l’intero popolo di Dio; progressivamente questa preghiera tende ad essere riservata solamente al clero. E’ un fenomeno che, durante il periodo medioevale, investì tutta la liturgia, in particolare quella eucaristica. Mentre però alla S. Messa i fedeli continuavano ad “assistervi”, per la Liturgia delle Ore si creò gradualmente un’estraneità. A creare questa situazione concorsero diverse cause; la più rilevante fu senz’altro la “questione linguistica”: la lingua latina, veicolo normale della liturgia eucaristica, non era più compresa dal popolo, che di fatto, nel quotidiano, utilizzava la “lingua volgare”. Questa è stata la premessa per la sostituzione della Liturgia delle Ore con altre forme di preghiera popolare; è di questo periodo l’assunzione del “Santo Rosario” per le persone semplici e di fede. Un’altra rivoluzione avvenne soprattutto nei monasteri e nei conventi; la Liturgia delle Ore divenne, anche in questo ambito, un fatto privato; se un monaco fosse oberato dalle tante occupazioni, l’importante era comunque pregare la Liturgia delle Ore, anche privatamente. In particolare per i Benedettini scopo della vita di un monaco è il “vacare Deo”, l’avere, pertanto, tempo per Dio; la recita corale era quindi imprescindibile: eventuali lavori manuali venivano affidati ai “fratelli conversi”. Invece, i membri dei nuovi ordini mendicanti, tipicamente i francescani ed i domenicani, avendo come finalità principale l’evangelizzazione e la predicazione, non vivevano sempre nel convento. L’ufficiatura sacra, pur celebrata in coro quando si risiedeva in comunità, non poteva avere la stessa ampiezza e durata, quando si usciva per predicare nelle varie parrocchie o nei santuari. Nasce, così, il “Breviario”, una ufficiatura abbreviata per coloro che erano continuamente chiamati a predicare in situazioni diverse. E’ di questo periodo l’assunzione del Breviario anche nel clero secolare, nei sacerdoti che risiedevano nelle comunità parrocchiali. Il popolo, comunque, era diventato estraneo a questa forma di preghiera. Si registra un ulteriore mutamento dopo il Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563); nascono nuovi ordini religiosi; tra di essi, ad esempio, i Gesuiti ed i Barnabiti. Se gli ordini mendicanti del secolo XIII, pur con notevoli mutamenti apportati all’Ufficiatura, avevano conservato la celebrazione corale in Convento, ora vengono fondate delle nuove Congregazioni religiose; esse avevano necessità, per l’evangelizzazione e le predicazioni che promuovevano, di una libertà e di una mobilità ancora maggiori. S. Ignazio di Loyola, ad esempio, aveva proibito ai membri della Compagnia la cura stabile e prolungata nelle parrocchie; pertanto non prevede nessuna forma di ufficiatura corale; essa è riservata alla singola persona consacrata. In questa situazione entra in gioco anche una componente di tipo giuridico che porta a considerare la preghiera del Breviario non più come un atto liturgico, ma come un dovere, un obbligo da espletare sotto pena di peccato grave. Si cade nel formalismo; ed addirittura in un dovere da compiere per poter poi donare il proprio tempo a tutte le attività pastorali. Si perde, pertanto anche l’intuizione, molto presente nella vita delle prime comunità cristiane, di ritmare la giornata attraverso preghiere che aiutassero ad accogliere la presenza attenta e fraterna del Signore dentro il nostro personale vissuto quotidiano. Questo percorso ci porta oramai alle porte del Concilio Vaticano II (ottobre 1962 – dicembre 1965). Don Peppino
Il messaggio del nostro patrono Sant’Ambrogio può essere educativo anche per noi cristiani attuali. Qui mi limito a presentare tre “segni”, che l’iconografia su Ambrogio ha sviluppato nei secoli: “la frusta” per scacciare il male, “il pastorale” per sostenere la fede, “la Scrittura” per illuminare la vita. LA FRUSTA. Ambrogio, vissuto nel IV secolo, ha dovuto lottare molto nella sua vita di vescovo di Milano: ha lottato contro gli eretici per difendere la fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, mentre gli Ariani negavano la divinità del Figlio di Dio e lo consideravano una semplice creatura. Anche oggi Ambrogio, difensore della fede, ci ricorda che essa non è un’opinione personale. La fede ci è stata consegnata dalla tradizione della Chiesa, e ognuno di noi la deve proteggere, soprattutto, dall’attacco interno dei nostri modi di vedere e giudicare le cose, che ci fanno vivere non secondo Dio ma secondo il mondo. Ambrogio ha lottato contro la corte imperiale, che a quel tempo aveva la sua sede in Milano, per difendere la libertà della Chiesa, mentre gli imperatori volevano piegarla ai loro interessi. Il nostro patrono ha avuto il coraggio di rompere la comunione con l’imperatore Teodosio, perché si era reso colpevole per pura ripicca di un gravissimo peccato pubblico, la strage di numerosi cittadini innocenti a Tessalonica in Grecia. Ambrogio ci insegna a rispettare il primato di Dio su ogni autorità terrena: per questo ha lottato contro il potere imperiale quando voleva intromettersi nei problemi ecclesiali e ha obbligato Teodosio a fare pubblica penitenza per i suoi peccati, perché anche un imperatore deve rispondere a Dio delle sue azioni. Il cristiano da buon cittadino deve obbedire alle leggi dello Stato, ma se le leggi degli uomini entrano in contrasto con la legge di Dio, il cristiano deve scegliere di rispettare la legge di Dio, come ha fatto Ambrogio. IL PASTORALE. Ambrogio si presenta come un uomo battagliero in tempi difficili, ma dalla lettura della sua vita sappiamo che è stato anche un grande pastore del gregge affidato alle sue cure. Innanzitutto ha voluto essere in molti modi, attraverso il suo episcopato, educatore alla fede adulta del suo popolo. Lo dimostrano i numerosi scritti, raccolti in ventidue volumi. Ma la cosa da notare è che le opere di Ambrogio derivano quasi tutte dal rifacimento delle sue omelie. Quindi Ambrogio non è stato semplicemente uno scrittore e studioso, ma prima di tutto un predicatore appassionato della Parola di Dio, che incoraggia anche noi oggi a “comunicare” la Parola. LA SCRITTURA. Agostino racconta nelle Confessioni, che Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi. Infatti nei primi secoli cristiani la lettura della Parola di Dio era concepita ai fini della sola proclamazione ad alta voce. Pertanto Agostino è ammirato dalla capacità singolare di lettura e familiarità con le Scritture di Ambrogio. E il Concilio cita Sant’Agostino nella “Dei Verbum”: «E’ necessario che tutti i chierici, e quanti attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro” ». Agostino aveva imparato dal vescovo Ambrogio questo “ascoltare dentro”, che è l’ascolto orante della Parola nella lectio divina, che Ambrogio aveva appreso dalle opere di Origene. Fu così che introdusse la lectio in Occidente consegnandola ad Agostino e alla tradizione monastica successiva, poi rilanciata a Milano da Martini. Sant’Ambrogio ci aiuti a camminare con fede, carità e speranza verso l’unità in Dio, nell’Ottavo Giorno. Don Francesco
In questo periodo che segue le feste natalizie appariranno su “In Cammino” sei riflessioni che ci aiuteranno a conoscere meglio la preghiera liturgica delle Ore, così da viverla comunitariamente, con migliore conoscenza dei suoi contenuti e delle modalità attraverso cui pregare coralmente. All’orizzonte c’è la scelta di introdurre, all’inizio della Quaresima, la recita delle Lodi e dei Vesperi, rispettivamente prima della Santa Messa del mattino e prima di quella della sera. Quando nel settembre 2002 l’Arcivescovo Tettamanzi fece il suo ingresso nella Diocesi di Milano volle incontrare i presbiteri, i religiosi e le religiose, i membri dei Consigli Pastorali, … In ogni assemblea scelse di approfondire il tema della Liturgia. Tra l’altro, con franchezza, si chiedeva ad alta voce: “Noi celebriamo l’Eucarestia e la Liturgia delle Ore. Le celebriamo con fede, con devozione, con cura e forse anche con gioia spirituale e talvolta persino con entusiasmo. Ma quanto il loro più profondo contenuto e significato (ossia il Mistero ricordato e celebrato) e quanto la loro espressione nelle parole e segni (come sono i testi biblici, patristici, di vita spirituale e pastorale della Chiesa e i diversi riti che compiamo) entrano ed incidono di fatto nella nostra vita spirituale e costituiscono realmente l’anima, il tracciato, la spinta e la forza della nostra azione pastorale?”. L’Arcivescovo toccava subito il nodo fondamentale: non basta recitare, occorre lasciar parlare il Signore e promuovere con Lui un reale dialogo. L’obiettivo che ci poniamo è pertanto quello di aiutarci a comprendere più a fondo la storia e il senso della preghiera liturgica della Chiesa così da viverla con buona consapevolezza e con la partecipazione del cuore. L’espressione “Liturgia delle Ore”, per indicare la preghiera liturgica della Chiesa, è stata promossa dalla notevole ed intensa riflessione che, su questo ambito, ha promosso il Concilio Vaticano II. Le sue origini traggono fondamento dal testo biblico degli Atti degli Apostoli: esso ci ricorda infatti come la comunità cristiana degli inizi pregasse con frequenza, collocando i momenti comunitari in orari determinati della giornata. Atti 2, 1-15 ci ricorda come i discepoli si radunassero all’ora terza (le 9 del mattino); a quell’ora era disceso su di loro lo Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste. Pietro, mentre si trovava a Giaffa, era salito “verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare” (10,9). “Pietro e Giovanni stavano salendo, un giorno, al Tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (3,1). Anche Paolo e Sila “verso mezzanotte, in preghiera, cantavano inni a Dio” (16,25). Da subito, pertanto, nacque la consuetudine di trovarsi durante la giornata, identificando le preghiere con le antiche ore romane: Prima, Terza, Sesta e Nona. Nel frattempo erano già state identificate le due “ore cardine”, al sorgere e al calare del sole: Lodi e Vesperi. A poco a poco si aggiunsero, soprattutto nei monasteri, la preghiera della Veglia notturna (ufficio delle Letture) e quella che precedeva il riposo notturno (Compieta). Un’ultima parola, in questa prima riflessione, vorremmo spenderla sulle diverse tradizioni che vengono promosse nella Chiesa rispetto alla Liturgia delle Ore; soprattutto si evidenziano due correnti: l’ufficiatura monastica e quella chiamata “ufficiatura cattedrale”. La prima era molto prolungata e sobria; i monaci erano votati alla preghiera per cui recitavano i salmi progressivamente, secondo l’ordine numerico e, almeno nei primi secoli (in Oriente fino al VI in Occidente fino all’VIII), si davano i turni perché qualcuno, in comunità, pregasse sempre. Era uno sforzo ascetico notevole. La preghiera “cattedrale”, a cui partecipava il Vescovo, i presbiteri, i diaconi, gli accoliti e, più tardi, anche il popolo, aveva invece caratteristiche diverse: era più breve; si curava molto la ritualità e i simboli, così che il popolo potesse comprendere meglio. Le due modalità diventeranno sempre più complementari: l’ufficiatura monastica sottolineerà come la parola debba essere accolta, meditata, assimilata, anche attraverso la “Lectio” personale e comunitaria; quella “cattedrale” porrà in evidenza la lode al Signore, il ringraziamento, le preghiere di intercessione. Con il passare dei secoli le due tradizioni si arricchiranno vicendevolmente. Don Peppino
LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE: una riflessione di Avvenire sul messaggio di Papa Francesco per la 54a giornata mondiale della pace La cultura della cura, come “impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, e “disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace, per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”. Lo scrive Papa Francesco nel suo Messaggio, reso noto oggi, per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, solennità di Maria Santissima, Madre di Dio. Il Papa “si rivolge ai capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà”. A loro ricorda quanto scritto nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”. Incoraggia tutti a diventare “profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare le tante disuguaglianze sociali”. Perché la barca dell’umanità, dove “nessuno si salva da solo”, può “navigare con una rotta sicura e comune” solo col “timone della dignità della persona” e la “bussola dei principi sociali fondamentali”. Francesco guarda agli eventi del 2020, segnato “dalla grande crisi sanitaria del Covid-19”, che ha aggravato crisi molto legate tra loro, “come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi”. Pensa anzitutto “a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro”. Ricorda in modo speciale medici, infermieri, farmacisti, ricercatori, volontari, cappellani e personale di ospedali e centri sanitari, “che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita”. Pensando a loro, il Pontefice rinnova l’appello ai responsabili politici e al settore privato,“affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati a tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. Purtroppo, lamenta Papa Francesco, “accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà”, prendono nuovo slancio “diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione”. La pandemia, e gli altri eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nel 2020, sottolinea il Papa… «Ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace». Il Papa fonda poi le basi della “cultura della cura” e della vocazione umana a curarsi di se stesso, dell’altro e del creato, in Dio Creatore, primo modello da seguire, insieme al figlio Gesù e ai suoi seguaci, e infine alla dottrina sociale della Chiesa. Già nel progetto di Dio per l’umanità, scrive Francesco, la cura e il custodire sono fondamentali. Il Libro della Genesi, nel racconto della creazione, descrive Dio che affida il giardino dell’Eden ad Adamo, con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo”, quindi “rendere la terra produttiva” ma anche “proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita”. La Genesi narra poi di Caino, che dopo aver ucciso Abele, rifiuta davanti a Dio di essere “il custode" di suo fratello. E riprendendo un brano dell’enciclica Laudato si’, il Pontefice commenta che già in questi racconti antichi era presente la convinzione “che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri”. Dio stesso, prosegue Papa Francesco, è modello della cura, quando “si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli”. Lo stesso Caino, pur maledetto per il crimine compiuto, riceve dal Creatore “un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata”: come persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, ha una dignità inviolabile, e l’armonia della creazione vuole che “pace e violenza non abitino nella stessa dimora”. Celebrando il riposo di Dio nello Shabbat, il popolo ebraico dell’Antico Testamento ristabiliva “l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri”, e con il Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, “consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati". In questo anno, "ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita”. E infine tra i profeti, ricorda il Papa, Amos e Isaia, in particolare, “alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità" sono ascoltati "solo da Dio, che si prende cura di loro”. Seguendo l’esempio del Maestro, prosegue il Papa, i primi cristiani “praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente", disposta "a farsi carico dei più fragili”. E quando poi “la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune”. Sant’Ambrogio, ricorda Papa Francesco, sosteneva che la natura ha dato “tutte le cose per gli uomini per uso comune”, ma l’avidità ha trasformato questo diritto comune per tutti in “diritto per pochi”. Una volta libera dalla persecuzione, la Chiesa attuò la “charitas christiana”, istituendo o suscitando la nascita di “ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi” per l’umanità sofferente. Questi esempi di “carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede”, scrive ancora il Papa, si sono riversati nei principi della dottrina sociale della Chiesa, che offrono a tutte le persone di buona volontà la “grammatica” della cura: “la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato”. Quattro principi base che Francesco analizza uno ad uno, a partire dalla difesa “della dignità e dei diritti della persona”, un concetto “nato e maturato nel cristianesimo”, che “aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano”. Persona, infatti, “dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento”. Ogni persona umana, sottolinea, “è creata per vivere insieme nella famiglia", "nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità”. Una dignità che porta diritti ma anche i doveri, come “accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro prossimo”. Il bene comune da servire e curare, chiarisce poi il Pontefice, è, scrivono i padri conciliari nella Gaudium et spes, l’“insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono" alla collettività a ai singoli, "di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” e riguarda anche le generazioni future. La pandemia di Covid-19 ci ha mostrato che ci troviamo “sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”, come Papa Francesco ha detto nella preghiera del 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta, perché “nessuno si salva da solo" e nessuno Stato nazionale isolato “può assicurare il bene comune della propria popolazione”. Solidarietà è quindi, ribadisce il Papa, impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno: «La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio». Dall’ascolto attento del “grido dei bisognosi e quello del creato”, come chiesto da Francesco nella Laudato si’, “può nascere un’efficace cura della terra”, casa comune, “e dei poveri”, tenendo conto che il sentimento di “intima unione con gli altri esseri della natura” non può essere autentico se non si accompagna alla tenerezza “per gli esseri umani”. Francesco invita perciò “i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative”, davanti “all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse”, a prendere in mano la “bussola” dei principi della dottrina sociale della Chiesa, per imprimere al processo di globalizzazione, una rotta comune, “veramente umana” come indicato già nella Fratelli tutti. Cosa che permetterebbe “di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti”. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. Una bussola utile anche per le relazioni tra le Nazioni, “che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale”. Promuovendo i diritti umani fondamentali, e rispettando il diritto umanitario, “soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione”. Papa Francesco lamenta infatti che “molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza”. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. “Dobbiamo fermarci – è l’appello del Papa - e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore" per cercare veramente "la pace nella solidarietà e nella fraternità?”. La pandemia e i cambiamenti climatici mettono in luce la grande “dispersione di risorse” per le armi, “in particolare per quelle nucleari”, che potrebbero essere utilizzate per “la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari”. E Francesco rilancia la proposta fatta nell’ultima Giornata mondiale dell’alimentazione: “Costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un ‘Fondo mondiale’ per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”. Diventa fondamentale allora “un processo educativo” alla cultura della cura, che nasca nella famiglia, “dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco”, e si sviluppi nella scuola e l’università, e attraverso la comunicazione sociale. Soggetti che sono chiamati a sostenere “un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano”. I leader religiosi in particolare, spiega ancora il Francesco, possono svolgere “un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili”. Il traguardo per tutti coloro che “operano nel campo dell’educazione e della ricerca”, è un’educazione “più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione”, come indicato da Papa Francesco nella proposta di un “Patto educativo globale”. Il Papa conclude il suo messaggio sottolineando che non può esserci pace “senza la cultura della cura”, un impegno comune a “proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, ad interessarsi, “alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”.
Il discorso dell’Arcivescovo alla città di Milano e alla diocesi per S. Ambrogio Il «Tocca a noi, tutti insieme», affrontare l’«emergenza spirituale» innescata dalla pandemia ma che ha la sua «radice antica» nella cancellazione del «riferimento a Dio da gran parte della cultura occidentale» Una «censura» che ha «impoverito il pensiero» e rimosso «il fondamento della speranza». Tocca a noi, tutti insieme, «dare volto a percorsi condivisi», assumere la «responsabilità di una visione» i cui «tratti fondamentali» sono «la famiglia, cellula che genera la società e il suo futuro», «la vocazione alla fraternità tra le persone e all’amicizia tra i popoli», la consapevolezza che «possiamo avere fiducia». Tocca a noi, tutti insieme, «scrivere una storia migliore» affrontando «il compito irrinunciabile dell’educazione» e «la costruzione della comunità plurale». […] Tocca a noi, tutti insieme è il titolo che Delpini ha scelto per la riflessione offerta, come tradizione, al cospetto di amministratori pubblici e politici. Un discorso che si apre con una provocatoria citazione biblica: il profeta Geremia che, mentre si profila la caduta di Gerusalemme e la deportazione del popolo, «firma un contratto per acquistare un campo, fa un investimento sul futuro». Ecco il punto. «Milano ha visto momenti assai più drammatici»: ma è una «emergenza spirituale», uno «smarrimento del senso dell’insieme che riduce in frantumi la società e l’identità personale», uno spegnersi della speranza, quel che la pandemia ha portato alla luce. In realtà: se la città «funziona anche sotto la pressione della pandemia» è per i tanti, nelle istituzioni, negli ospedali, nei servizi, nelle famiglie, nelle parrocchie, che sono rimasti al loro posto moltiplicando l’impegno. «Anch’io – riprende Delpini – per quello che posso e secondo le mie responsabilità, rimango al mio posto e, imitando Geremia, ho deciso di comprare un campo, cioè di seminare speranza». Come? Offrendo una lettura – sapiente e sapienziale – di questa drammatica stagione storica. Additando una «visione», chiamando alla «condivisione», invocando una «decisione», un «tocca a noi» che interpella la comunità cristiana e – nell’alveo di una «tessitura di alleanze» – convoca tutte le componenti della società milanese. Il «tocca a noi» è la risposta del cristiano che «intende la vita come vocazione a dare gloria a Dio nel servizio dei fratelli», sottolinea l’arcivescovo. «Tocca a noi, devoti al nostro patrono sant’Ambrogio, farci avanti, come è toccato a lui entrare in una Chiesa segnata da conflitti e confusioni, per dare volto all’umanesimo ambrosiano». Ma nessuno è escluso dall’appello. Perché «siamo tutti sulla stessa barca e ci si può salvare solo insieme», ricorda papa Francesco. E serve una visione – come quella dell’enciclica Fratelli tutti –, serve «sognare insieme» – come insegnava il cardinale Carlo Maria Martini – per dare fondamento alla società, motivazione all’economia, «mantenere l’identità di un popolo anche nella molteplicità delle sue componenti». I tratti irrinunciabili di questa visione? La famiglia (la cui «centralità» è «la condizione per il benessere di tutti», e che le istituzioni sono chiamate a sostenere), la vocazione alla fraternità, la fiducia che «aggiustare il mondo» è possibile. Perché la visione divenga «sogno condiviso» e cammino condiviso, ci sono «due compiti irrinunciabili, complicati, drammatici» che «tutti insieme» dobbiamo affrontare: l’educazione – libertà e responsabilità dei genitori, in alleanza con le istituzioni, la società, la Chiesa – e la costruzione della comunità plurale – dove scegliere «se essere vittime di una globalizzazione delle paure e degli scarti o protagonisti nell’edificazione di una comunità plurale che pratichi la cultura dell’incontro». In questo cammino, insiste Delpini, «non esistono però scorciatoie. L’autoritarismo decisionista, la seduzione di personaggi carismatici, le scelte “facili” del populismo non rispettano la dignità delle persone e spesso conducono a disastri. Gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati ai percorsi lunghi della formazione, della riflessione, del dialogo costruttivo, della tessitura di alleanze convincenti». A queste alleanze la Chiesa ambrosiana vuole partecipare, portando in dote l’esperienza rappresentata da cammini di riforma e rigenerazione come l’attuazione degli orientamenti del Sinodo minore «Chiesa dalle genti» e la promozione delle «comunità educanti» L. Rosoli, Avvenire, 4 dicembre 2020
In occasione della festa di S. Cecilia Andrea Motta, organista e direttore del coro “Good Company” ci dona una riflessione sul valore del silenzio nella liturgia. Affrontare il servizio musicale nelle celebrazioni può sembrare quasi un’attività semplice, destinata a creare un susseguirsi di canti o musiche. In realtà una delle necessità del buon liturgista è quella di riuscire a incastonare ogni intervento, scegliendo i tempi giusti, in modo da creare una fluidità che permetta alla celebrazione sacra di essere un “rito ben costruito”. Eppure anche se scegliessimo i tempi “perfetti” non riusciremmo nella nostra impresa se non ci ricordassimo dell’unico elemento veramente necessario: la pausa . I musicisti lo sanno bene: la pausa non è una assenza di suono. La pausa è un suono, anzi l’insieme dei suoni più riusciti e più belli che un musicista possa aver mai scritto. La pausa è l’istante, più o meno lungo, in cui il musicista “parla” finalmente con chi ascolta la sua creazione. É l’attimo che, dopo un susseguirsi di suoni organizzati nell’incontro tra melodie e armonie, permette all’ascoltatore di interiorizzare, quasi di “fare proprio”, il materiale sonoro, in un dialogo con l’autore stesso in cui “anche l’ascoltatore può dire finalmente la sua”. Allora anche i silenzi nella liturgia forse hanno non solo una utilità organizzativa dell’evento, ma sono attimi in cui permettiamo a Dio, che ci ha ascoltato sino a quel momento, di “comporre la Sua musica”, sentendola poi risuonare nella nostra Anima. E il compito di chi anima musicalmente la liturgia non è solo quello di scegliere il brano adatto, quello che più si avvicina alle letture del giorno o alla festività in corso. Il compito del bravo animatore liturgico diventa il saper scegliere i silenzi, per permettere a ciascuno di “entrare in dialogo intimo con Dio”. Perché è in quell’attimo di silenzio che si apre uno spiraglio di Eternità. (“Nel Tuo silenzio accolgo il Mistero, venuto a vivere dentro di me”) Andrea Motta