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La peste del 252 D.C. e la reazione di San Cipriano

 

CONTESTO.  L’imperatore Romano Decio nel 250 d.C. promulgò un editto in cui si ordinava ai cittadini di prendere parte a un sacrificio generale agli dei. Chi rifiutava di venerare le divinità dell’impero veniva imprigionato, e se si ostinava era ucciso. Moltissimi cristiani, tra cui Papa Liberio e il diacono Lorenzo, furono perseguitati e morirono. Non tutti i cristiani, però, ebbero il coraggio di affrontare la prigionia e la morte. Molti sacrificarono agli dei, ma per paura delle sofferenze e senza convinzione. Così in seguito alcuni si pentirono di non avere testimoniato la loro fede: chiesero perdono alla Chiesa e dopo aver fatto penitenza furono riaccolti dalla Comunità. In Africa, emerge Cipriano, un grande difensore della fede. È un uomo dotto e brillante e la sua conversione suscita scalpore. Dona tutti i suoi beni ai poveri e si fa sacerdote. Quando a Cartagine muore il vescovo, egli verrà eletto dalla voce del popolo. Cipriano è uno dei primi a parlare dell’unità della Chiesa garantita dal Papa, che è a Roma. Per risolvere i problemi più difficili egli scrive al Pontefice, al quale riconosce autorità su tutti i vescovi. CIPRIANO, già durante la persecuzione di Decio, dovette fuggire, perché la comunità di Cartagine aveva ancora bisogno di lui. Qualche anno dopo il suo ritorno, però, di nuovo si impone a tutti di sacrificare agli dei. Cipriano, questa volta rimane accanto al suo popolo: l’amore che lo spinge a restare è lo stesso amore con cui si dedica a curare gli appestati nel caso della tremenda epidemia, che era scoppiata a Cartagine. Dopo l’arresto Cipriano viene interrogato e si proclama capo della cristianità cartaginese. È condannato allora ad essere decapitato. È il 14 settembre 258. Il suo corpo viene recuperato, di notte, tra canti di gioia, perché un nuovo santo è entrato nel Regno! Cipriano nella sua Lettera pastorale per l’anno 252, vede la peste con lo sguardo della fede nel Cristo morto e risorto a cui bisogna sempre rivolgersi con riconoscenza. Affronta la peste con il coraggio della carità operosa, che non si sottrae all’impegno senza distinzione verso tutti: sia cristiani che pagani. Quando scoppiò la peste, tanti abbandonarono i propri cari per paura del contagio, ma egli con la carità dei cristiani organizzò a Cartagine un’assistenza esemplare senza fare distinzione tra le persone. E poi disse ai cristiani lamentosi, che non potevano pretendere di essere risparmiati dal dolore e dalla morte, per la loro fede. Nella fede i cristiani incontrano la Luce e la Via verso il Regno, ma non trovano privilegi e “sconti”, che sono per il “dopo”. CAMUS, nel romanzo “La peste” del 1947, descrive la città algerina di Orano invasa dal morbo. L’epidemia si estende senza freni, i morti si moltiplicano ogni giorno. La città è isolata dal resto del mondo in una condizione di assedio. C’è chi cerca di distrarsi e di stordirsi, chi è immobilizzato dalla paura, chi invece approfitta della tragica situazione per arricchirsi. Ma c’è anche chi lotta con coraggio. A poco a poco la morsa del morbo, che simboleggia la peste dell’occupazione nazista, si allenta: l’epidemia cessa e la città, dopo la lunga resistenza ritorna libera. Alcuni personaggi cercano di trovare, attraverso la solidarietà, una dimensione del mondo da opporre a una violenza e una ingiustizia troppo subite. Cito il dottor Rieux, un personaggio del romanzo, perché mentre stringe tra le braccia un bambino colpito dalla peste, non si trattiene: “Mi rifiuterò sino alla fine di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”. In questa assenza indifferente del Creatore davanti al dolore innocente Albert Camus grida il suo ateismo: la non esistenza di Dio. Cipriano, invece, gridò con amore la sua fede in Dio. FEDE.  Ci aiutano tre uomini di fede a dare senso alla “croce”. Cipriano, prima del martirio, si inginocchiò e pregò il Signore che sperava di vedere presto e incoraggiò i suoi a cercare le realtà del cielo. Il Papa: “Non ho una risposta al dolore innocente! Ma di fronte alla sofferenza e alla morte sollevo lo sguardo verso il Crocifisso innocente e lo sento vicino e solidale come uomo e come Dio, che muore per amore nostro”. Il card. Martini: “Di fronte alla morte ci é chiesto l’atto di fede più impegnativo, senza possibili vie di fuga: o ti fidi di Dio e ti salvi, o non ti fidi e allora finisci nel nulla. Impariamo da Gesù, che si è sentito abbandonato sulla croce ma poi si è fidato consegnandosi al Padre”. Nella sua morte, Gesù ci insegna la fiducia nella via del cielo: amare e servire Dio e gli altri. SCHEDA. Venerdì 21 maggio alle 20.15 in Cripta a Masnago ascolteremo in video il prof. D’Incà e condivideremo i nostri pensieri, su dolore e morte, perché la peste, oggi, ha solo cambiato nome! La storia della chiesa è ricca di esempi: Quanto la conosci? Quanto sapresti attingere dalla sua ricchezza spirituale e culturale per vivere il nostro tempo? Nel clima pesante della pestilenza anche i cristiani vacillano: Dio è davvero buono? Perché non interviene? Noi cristiani condividiamo le condizioni di vita di tutti: Nel tuo modo di affrontare la pandemia si manifesta la tua fede? Dio ci parla anche attraverso tutti gli eventi: Ti senti in cammino verso la nostra Patria, la nuova terra?  don Francesco

La peste del 252 D.C. e la reazione di San Cipriano

"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

 

Siamo giunti al terzo passo del nostro percorso circa il morire alla luce della speranza cristiana. Dopo aver analizzato il tema della morte nei passi biblici dei libri sapienziali, e aver chiesto alla riflessione teologica di guidarci in una risposta alla luce della fede, ora è il momento di farci aiutare dalla visione filosofica della morte e dalle scienze umane della psicologia. Ci aiuterà in questo passo il prof. Marco Agostani. Lui parte da quanto la scrittura ci consegna nel libro di Ester dove si evidenzia che il male sembra insormontabile, e l’autore lo ingigantisce… finché lo stesso male resta vittima di se stesso e viene spazzato via come un castello di sabbia. L’ironia permette di vedere il male nella sua fragilità: rileggo la storia e me stesso, affinché io possa vedere il mio presente e viverlo, anche quando si presenta come impresentabile. Anche san Francesco usa l’ironia: chiama “sorella” la morte. Ogni persona – giovani compresi – sono unici e irripetibili e quindi ciascuno reagisce in modo diverso. Dalla psicologia del profondo (vedi Freud) sappiamo che la coscienza è episodica: la parte di noi di cui non siamo coscienti ci determina. Noi assorbiamo dal mondo circostante tanto: valori, colori, odori, rumori, sensazioni, gestualità, leggi scritte e non scritte. Anche degli “archetipi” (l’archetipo di padre, o di madre…) o “l’inconscio collettivo”. Il tutto vissuto in storie personali, uniche, che rielaboriamo e riconsegniamo alle generazioni seguenti. Che esperienza si fa oggi della morte? Cosa vediamo oggi dei morti? La morte non è più vista da vicino, non è più parte integrante della vita. Ma – benché occultata – ci determina. E viene spettacolarizzata. Non la conosciamo realmente, e così la immaginazione la ingigantisce. Si moltiplicano gli omicidi visti sullo schermo. Ma non riusciamo a scegliere di vivere il presente. Perché la morte darebbe senso al tempo, dandole un confine, e indurrebbe a scegliere cosa fare del tempo. Nascono così alcune considerazioni: Chi vive il senso del lutto? Come può viverlo? Essere presenti al proprio presente, cogliere la propria situazione. Per essere, l’essere ha bisogno di tempo, di cura di me, di conoscenza di me, del mio tempo. Non serve, invece, l’eccesso di cura, nel vano tentativo di rimanere giovani. Oggi manca la ironia, che ci sosterrebbe nel dare realtà al nostro incontro con la morte. Il profondo dell’uomo resta sconosciuto, ma è certo che noi impariamo tanto da ciò che vediamo da altri, dal nostro ambiente. Morte è tutto ciò che ci divide: dagli affetti, dal corpo, da noi stessi, dagli altri. In noi ci sono anche pulsioni di morte (vedi i primi capitoli di Genesi). E siamo divisi. In principio la morte non c’era e alla fine non ci sarà; la morte è solo una parentesi nella storia. I giovani si sentono imprigionati nella loro storia, in questa storia. L’essere umano è fuori dalla sfera dell’utile: ciò che ci determina non è ciò che acquisiamo (l’avere, il mangiare, il bere… la sola sopravvivenza), bensì gli eventi (oltre la sfera del razionale). Cosa rende leggero il mio cuore? Essere protagonista del mio istante. Ciascuno è chiamato ad essere presente al mio presente. A questo mi conduce sorella morte: sii presente al tuo presente. … l’argomento si fa sempre più intrigante ed appassionante … Don Giampietro

"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

L'ombra del Padre

 

Mi accompagna da sempre il desiderio di approfondire la conoscenza di San Giuseppe attraverso i testi del Vangelo. È il Santo di cui porto il nome. Negli anni ’80 ho letto un libro di Jan Dobraczynsky, uno scrittore polacco, dal titolo: “L’ombra del Padre”. L’autore ricostruisce, sotto la forma di un romanzo, l’esperienza di Giuseppe; un libro veramente affascinante. Torno frequentemente a leggerne qualche pagina.  Un secondo riferimento: in una delle sue prime omelie, il 19 marzo 2013, sei giorni dopo la sua elezione, Papa Francesco si chiedeva: “Come vive la sua vocazione il custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto non tanto al proprio”.  L’ascolto della Parola, anche quella suggerita nei sogni, è la caratteristica fondamentale che attraversa la vita di Giuseppe; una Parola accolta nel silenzio e nella determinazione ad affidarsi. Non sempre comprende del tutto quanto gli viene chiesto; sceglie comunque di essere docile alle sue indicazioni. Del resto Maria, al termine dell’annuncio dell’Angelo Gabriele, riflette e afferma: “Sia fatta la tua volontà”. Giuseppe, infatti, diventa custode perché stupisce di fronte alla Parola; ritorna su quanto ha ascoltato e dichiara, consapevolmente, la sua disponibilità; si lascia guidare dal Signore. Sa leggere con realismo gli avvenimenti; è attento a ciò che lo circonda; cerca sempre di prendere la decisione più saggia. Ogni tanto penso, ad esempio, alla grandissima fatica che può essere stato per lui il viaggio in Egitto: un cammino lunghissimo, a piedi, con una giovane donna, poco più che adolescente e con un bambino appena nato. Nel silenzio, e con premura, assume questa responsabilità e la vive concretamente; con determinazione; la conduce a compimento. L’importanza di Giuseppe nella storia della salvezza sta senz’altro nel ruolo assunto: quello di essere padre di Gesù e sposo di Maria. Intenso e significativo è il passaggio di Papa Francesco, nella lettera “ Patris Corde ”, là dove sottolinea come la grandezza di Giuseppe sta nella sua scelta vocazionale, quella di essere accanto al Figlio di Dio e a Maria, ponendosi al servizio del disegno di amore che il Padre aveva pensato per la salvezza dell’umanità. Alla sua famiglia ha donato tutto, a partire da quella indicazione che aveva ricevuto dall’Angelo, in sogno. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (Mt 1, 18-21) Papa Francesco, a questo proposito, ricorda come, ricorrendo i 150 anni della dichiarazione con cui Pio IX  l’8 dicembre 1870 indicava San Giuseppe come Patrono della Chiesa Cattolica, abbia pensato di collegare la vita silenziosa, docile e sapiente del falegname di Nazareth alla percezione chiara che “le nostre vite, in maniera particolare in questi mesi di pandemia, sono tessute e sostenute da persone comuni, solitamente dimenticate, che non compaiono nei titoli dei giornali ... ma che oggi stanno scrivendo pagine decisive per la nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti ai supermercati, alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose, ... senza dimenticare mamme, papà, educatori ...; hanno compreso che nessuno si salva da solo”. E sono veramente tante le persone che ci circondano e che ogni giorno vivono le relazioni con grande pazienza, infondono speranze e consolazione, allontanano sentimenti di delusione e di amarezza. È necessario che anch’essi facciano memoria di San Giuseppe; lui, pur essendo accanto alle due creature più importanti dell’umanità, è passato praticamente inosservato; ha vissuto un’esistenza quotidiana nascosta e discreta; ha sostenuto i passi e le scelte della sua famiglia, ha testimoniato a tutti l’importanza dell’affidamento al Signore; anche quando non si riesce a comprendere totalmente il suo disegno. Il piccolo Gesù ha potuto vedere la tenerezza di Dio nella figura di Giuseppe; una vera luce per i suoi passi; ha respirato quell’atmosfera che noi tutti vorremmo donare alle persone a cui vogliamo bene. Il Signore vuole scrivere pagine belle anche attraverso le nostre scelte quotidiane; chiede a ciascuno di noi di essere portatori di speranza. Giuseppe è luce per il cammino di ciascuno di noi. Don Peppino

L'ombra del Padre

La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

 

Don Francesco Scanziani, teologo della Facoltà di Milano e docente nel Seminario Arcivescovile di Venegono Inferiore – lo ascolteremo in un video che sarà trasmesso a Masnago nella serata di venerdì 7 maggio – aggiunge all’argomento principale un sottotitolo: “Appunti teologici per un silenzio credente.” Suggerisce un atteggiamento importante: occorre far crescere in noi una profondità di pensiero che riesca a fare luce alle domande che istintivamente ci nascono dal cuore nei momenti della sofferenza, nei momenti di lutto. “Signore, perché?”, “Perché proprio a lui, a lei?”, “Perché proprio a noi?”. Occorre scegliere di soffermarsi dentro ogni situazione, con profondità, di non sottrarsi alle domande. La risposta che viene sintetizzata e offerta alla comunità cristiana, dopo il Concilio di Trento, poggia su due indicazioni molto chiare: la morte è la separazione, spesso dolorosa, quasi sempre traumatica dell’anima, del nostro spirito dal corpo; è una conseguenza del peccato dell’umanità, rappresentata, nel libro della Genesi, da Adamo. È una indicazione che non sembra però farsi carico del dramma che la morte evidenzia nel cuore di donne e uomini di ogni tempo, nella riflessione di ogni credente. Quando si parla dei Dieci Comandamenti, delle Dieci Parole che Dio ha lasciato a Mosè, noi percepiamo di non riuscire a capirli se non attraverso le modalità con cui Gesù le ha incarnate; così avviene anche per la questione della sofferenza e della morte. È necessario guardare a Lui. Occorre comprendere quale “buona notizia”, quale pezzo di Vangelo il Signore vuole donarci attraverso la sua morte sulla croce. Guardando a Lui si imparano parole importanti sulla morte e, così facendo, ci si educa a vivere con saggezza. Occorre tornare ad ascoltare con profondità la Sacra Scrittura. C’è una domanda che si concretizza a volte nel nostro cuore: ma perché Dio ci fa dono della vita per poi permettere che questa vita si consumi arrivando alla morte? La risposta può nascere alla luce della morte di Gesù. La lettera agli Ebrei ci conferma: “Gesù muore per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15).   Gesù, nel Getsemani, sceglie di vivere fino in fondo la dolorosa volontà del Padre. Anche Lui fatica a entrare nella logica di chi l’ha inviato sulla terra e sussurra, in preda a sofferenza e paura: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Soffre tremendamente il disagio di una morte così violenta; riesce però a porsi nelle braccia del Padre. Parte da una certezza: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. È molto esplicita al riguardo la parabola dei vignaioli omicidi: «Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?» (Mc 12, 7-11). Il Padre manda il figlio per rinnovare l’alleanza con i vignaioli, ma essi lo uccidono; non lo manda per farlo morire, ma perché anche i vignaioli si aprano alla loro salvezza. Gesù assume l’atteggiamento che, nella Scrittura, già Giobbe aveva assunto, quello del silenzio credente, quello di affidarsi comunque al Signore che afferma, con la risurrezione, che la morte non ha l’ultima parola. L’ultima parola è l’amore che sulla terra ci pone in comunione e diventerà un profondo abbraccio, per sempre, per coloro che abbiamo amato; e questo avverrà nella pace alla presenza del Signore. L’amore donato, nel nome di quel Gesù che, per primo, ha donato sé stesso, non scomparirà e sarà vissuto con l’intensità propria di Chi ha donato tutto sé stesso per noi. Senza lo sguardo di Gesù, la sofferenza e il lutto rimangono inconsolabili. Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada, insieme con Dio, che lo attraversi. Le tenebre, provocate dal dolore, non sono l’assenza di Dio, ma il suo nascondimento; e noi continuiamo a ricercarlo e lo troviamo nuovamente. Don Peppino

La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

Proclamiamo la tua risurrezione!

Dalla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua "Celebriamo una Pasqua nuova" Il mistero pasquale risplende nel suo centro sorgivo dell’annuncio della risurrezione, impopolare, incomprensibile per la cultura del nostro tempo. Anche nei secoli passati, anche al principio della missione cristiana nel mondo, anche nella tradizione biblica il tema della speranza nella risurrezione è piuttosto straniero. La sapienza di Gesù Ben Sira (l’autore del libro del Siracide, ndr) offre molti spunti utili per la vita, ma non affronta i temi ultimi, come molta parte della tradizione biblica e della cultura antica. E il fallimento della predicazione di Paolo ad Atene attesta che la risurrezione della carne suonava fantasia ridicola alla sapienza della cultura ellenistica. Nel nostro tempo non siamo molto originali: anche la cultura contemporanea, almeno quella che si respira nel contesto europeo, mi sembra incline a escludere la risurrezione della carne dall’orizzonte del pensiero e dell’immaginazione. Mi sembra quindi che si possa dedurne che la speranza di vita eterna non trova casa in Europa: la risurrezione di Gesù e la promessa che ne viene suonano affermazioni incomprensibili e incredibili. Per conto mio, ne ricavo l’impressione che il ritorno di interesse per la spiritualità o addirittura la ricerca di Dio siano espressione di una ricerca di qualche forma di contributo per “stare bene con se stessi”. Talora si ha l’impressione che i cristiani siano smarriti e timidi nel custodire questa differenza decisiva rispetto a coloro «che non hanno speranza» (1Ts 4,13). I cristiani sembra che siano più riconoscibili per una specie di malumore nei confronti del tempo in cui vivono, per un richiamo a precetti morali, invece che, in primo luogo, per il fatto che confessano lieti la risurrezione di Gesù, credono la risurrezione della carne e la vita eterna, sperano nella risurrezione con lui, per sé e per tutti. Sento la responsabilità di fare quello che posso e invitare tutti a rinnovare l’annuncio della risurrezione e la testimonianza nella nostra fede nel Crocifisso risorto. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

Proclamiamo la tua risurrezione!

Gli Esercizi Spirituali

 

Nell'A.T. Abramo (Gn 12,1), Mosè (Es 3, 1-6; 19,3-25) ed Elia (1 Re 19,1-8) sono stati chiamati da Dio per un incontro personale in un momento di solitudine e di preghiera. Da sempre Dio è  colui che "attira a sé e conduce nel deserto per parlare al cuore" (Osea 2,16). Proprio il riferimento al deserto ci induce a leggere in questa ottica il tempo degli esercizi spirituali che stiamo per vivere in questa quaresima. Non possiamo dimenticare l'esperienza di Giovanni il Battista  (Luca 3,2) raggiunto dalla Parola di Dio che gli rivela la sua missione di "voce che grida nel deserto" e di Gesù (Luca 4,1-2) che nel superare le tentazioni  accoglie il progetto del Padre sul modo della redenzione. Nella preghiera tutti costoro si incontrano con Dio, ne comprendono la volontà di salvezza e conoscono i mezzi di cui servirsi per ottenerla in dono. Come nel deserto, negli esercizi spirituali dobbiamo cercare, innanzitutto il silenzio e la solitudine. Nel deserto non ci sono voci o folle: siamo soli con noi stessi e con Dio, se ci rivolgiamo a lui. Nell'affrontare questa settimana di interiorità sarà necessario liberarci da tutti gli scalpori della nostra vita quotidiana, saper spegnere tutti gli strumenti che possono distrarci dall'ascoltare l'unica voce che vogliamo udire, quella di Gesù, che parla al nostro cuore seduto al pozzo di Sichar come con la samaritana. Certamente in una famiglia non sarà possibile evitare l'impegno che le incombenze quotidiane danno come necessarie  ai genitori e ai figli; ma un po' di digiuno televisivo, soprattutto dei programmi fondati sul gossip e il pettegolezzo, un po' di meno di musica e di chiacchiere  con amici e conoscenti, potrebbero essere un primo modo di ascoltare seriamente la voce del Signore e la sua Parola, perché "non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Nel deserto ci serve solo ciò che è essenziale: l'acqua e il cibo. È l'esperienza fatta dall'antico Israele nel suo cammino verso al Patria Promessa. C'é un'acqua "che zampilla per la vita eterna" ed è quella che dobbiamo chiedere, come la Samaritana: "Dammi di quest'acqua perché io non abbia più sete" ed è l'acqua dello Spirito  che ci permetterà di adorare in spirito e verità; ed è il cibo delle Eucaristia, la nuova manna, cibo di viaggio verso l'incontro con Dio. La celebrazione della S. Messa domenicale, che molti per pigrizia sostituiscono con l'ascolto domestico, dimenticando la dimensione comunitaria della nostra fede, sarà il luogo sacro della nostra quaresima. Nel deserto è necessario saper camminare con una meta da raggiungere, per non perderci nella solitudine. È ciò che Abramo ha fatto, fidandosi di Dio: "Esci dalla  tua terra  va' dove ti mostrerò". La fede di Abramo è quella di chi non vuole chiedere conto a Dio della strada che ci fa fare nella vita o del perché di certi passi o circostanze: è quella di chi si affida alla sapienza del Signore che vede ogni nostro passo e ci sorregge con amore, anche in ciò che non comprendiamo. Solo così compiremo "le opere del Padre nostro" come ha fatto Gesù. Il libro dell'Esodo ci narra che il popolo di Dio camminava alla luce di un nube luminosa per lui e tenebrosa per gli Egiziani. Senza la luce che viene dal Signore, senza la sua Parola "che illumina i nostri passi" non è possibile raggiungere la meta alla quale il Nostro Dio vuole condurci: la Patria Promessa. Se la nostra cecità ci impedisce di ammirare il volto del Figlio di Dio, venuto in mezzo a noi, è necessario andare alla piscina dell'Inviato, come il cieco nato.  Quaresima è tempo di illuminazione per ciò che è veramente necessario  alla nostra fede e alla nostra vita. Siamo già stati tuffati nel bagno battesimale: è ora di rivivere quotidianamente gli impegni che in quel giorno i nostri genitori hanno preso per noi e che ognuno di noi si è assunto personalmente con gli altri Sacramenti della iniziazione cristiana: "Voi siete la luce di questo mondo" ci ha detto il Signore. e questa luce è quella sapienza il cui dono dobbiamo chiedere: "Dammi la Sapienza che siede in trono accanto a Te". Questo cammino non può che portare alla grande speranza che è racchiusa nel  cuore di ogni vero credente: la vita eterna. Marta, Maria e Lazzaro  ne sono la testimonianza piena: "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto". Ma Gesù è qui, in questi giorni santi della quaresima, per rinnovare in noi la consapevolezza che il nostro cammino non termina su questa terra ma è verso quella Patria Promessa che ci attende presso il nostro Padre nei cieli. Questo è il principio della gioia del credente; un cristiano non può esser triste; anche la penitenza quaresimale deve essere accompagnata dalla letizia. Noi dobbiamo avere sempre qualche ramo di palma e di ulivo da agitare perché l'incontro con il nostro  Signore sia prodromo alla gioia eterna del cielo e alla gioia che farà sussultare i nostri cuori all'annuncio  "Christus Dominus resurrexit". Ci siamo accorti che le sei domeniche di quaresima, oltre che ad essere una profonda catechesi battesimale, sono anche una pista  tracciata per non vivere superficialmente un tempo di grazia che il Signore, anche quest'anno, ci sta donando. Don Felice

Gli Esercizi Spirituali

“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due” (Gaudete et exsultate, 141)

 

La tematica proposta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni per tutto l’anno pastorale e in particolare per la Giornata Mondiale delle Vocazioni del prossimo 25 aprile, si ispira ad una espressione di papa Francesco, contenuta nella Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, 141 nella quale viene evidenziata l’importanza della comunità: “la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”. Il motto di quest’anno vuole sottolineare quella dimensione forse ancora troppo poco evidenziata ed approfondita che riconosce alla vocazione una dimensione personale e, proprio per questo, comunitaria. La vocazione non è mai soltanto mia ma è sempre anche nostra: la santità, la vita è sempre spesa insieme a qualcuno e per qualcuno. E questo è un elemento essenziale di ogni vocazione nella Chiesa.  Anche Papa Francesco, nel messaggio scritto per questa giornata, presentando la figura di San Giuseppe come custode delle vocazioni, ci ricorda proprio questo: “Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). L’epidemia di covid-19, nel picco raggiunto nella scorsa primavera, ha fatto emergere una consapevolezza sottolineata anche da papa Francesco in quell’iconico momento di preghiera del 27 marzo 2020: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca” (Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).  Siamo tutti sulla stessa barca e nel tempo della tempesta possiamo diventare solidali, perché riconosciamo il legame che tutti ci unisce e che solo dà vita oppure possiamo lasciar emergere i pensieri peggiori, iniziando ad odiarci gli uni gli altri, a guardarci come avversari, nemici, come incursori o come minacce.  In questo tempo diventa urgente riflettere, pensare, contemplare il legame come elemento essenziale della nostra persona. Che la vita e la storia sono intessute in un intreccio di legami che soli offrono la possibilità di lasciar scorrere la vita dello Spirito, cioè la vita stessa. Senza, la vita, non è possibile. La vocazione è così: “Se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. [Il patriarca Bartolomeo] ci ha proposto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare e non semplicemente a rinunciare. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che voglio io a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. È la liberazione dalla paura, dall’avidità, dalla dipendenza” (Francesco, Laudato si’, 11).  La vocazione è la mia parte, quella che posso fare e che posso fare io soltanto, sempre insieme agli altri. Tutto questo è accompagnato dalla nostra fedeltà al Signore come ricorda sempre Papa Francesco: “Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte. Ciò corrisponde alla laboriosità mansueta e costante con cui svolse l’umile mestiere di falegname (cfr Mt 13,55), per il quale non ispirò le cronache del tempo, ma la quotidianità di ogni padre, di ogni lavoratore, di ogni cristiano nei secoli.  Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). Don Michele Galli,  Vice Rettore del Biennio Teologico del Seminario Arcivescovile di Milano

“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due”  (Gaudete et exsultate, 141)

Alleluia!

 

D alla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Celebriamo una Pasqua nuova” Alleluia! Alleluia! C’è un’esultanza nel canto dell’alleluia pasquale che ha un’intensità unica. Le espressioni “trattenute” del nostro giubilo sembrano quasi una costrizione della gioia nell’angustia di un adempimento. La storia della musica e del canto liturgico propongono tante interpretazioni dell’alleluia e le nostre corali nei giorni di Pasqua sanno far vibrare non solo le vetrate ma anche i cuori dei presenti. È la gioia che viene da Dio: alleluia! La morte è stata vinta, Gesù è risorto! Alleluia! Viviamo di una vita che non finisce, la vita di Dio! Alleluia! La morte in croce di Gesù ha rivelato il compimento dell’amore e la potenza di Dio che ha irradiato la sua gloria per riempire tutta la terra! Alleluia! Con il battesimo siamo introdotti nel popolo santo di Dio! Alleluia! La vita nuova che ci è donata è principio del popolo nuovo, Chiesa dalle genti, che percorre la terra per annunciare la speranza: Alleluia! I nostri peccati sono stati perdonati! Alleluia! L’amore che viene da Dio ci rende fratelli e sorelle con legami d’amore che ci rendono un cuore solo e un’anima sola: Alleluia! La celebrazione della Pasqua si distende per cinquanta giorni e lo Spirito di Dio ci aiuta a entrare nel mistero accompagnati dai riti della liturgia. Invito ogni comunità a curare le celebrazioni. Il gruppo liturgico, le corali, il Consiglio pastorale, le diverse tradizioni culturali e abitudini celebrative presenti nella Chiesa dalle genti, tutti possono essere chiamati a contribuire per interpretare e predisporre i segni del convenire, la festosa cornice dell’ambiente, le luci, i profumi, i canti, tutto quello che precede e segue la celebrazione. Sarebbe bello che tutto l’ambiente circostante si rendesse conto che i cristiani stanno celebrando la Pasqua, la festa che dà origine a tutte le feste, non solo per un solenne concerto di campane, ma soprattutto con un irradiarsi della gioia, della carità, delle parole della speranza. Mario Delpini Arcivescovo di Milano

Alleluia!

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

 

Il nostro Arcivescovo, nella lettera inviata all'intera comunità diocesana per la celebrazione della Quaresima e della Pasqua, ha un  passaggio molto importante sul tema dei percorsi penitenziali, sottolineando che "il sacramento della riconciliazione è un dono troppo trascurato". Eppure è il centro di tutta la nostra fede! Che è venuto a fare tra noi il Signore Gesù se non per riconciliare l'umanità peccatrice con il Padre? E perché questo avvenga, bisogna che i credenti facciano penitenza e confessino i loro peccati. Molti sono i modi con cui chiediamo il perdono di Dio. Un atto sincero di contrizione, quando non fosse possibile accedere alla confessione sacramentale, in attesa di poterci accostare al sacramento della Penitenza. Nella celebrazione eucaristica attraverso l'atto penitenziale all'inizio della messa; nella preparazione alla comunione  (O Signore io non sono degno ...),  in varie preghiere e acclamazioni (Kyrie eleison) noi già chiediamo perdono per le mancanze di ogni giorno. Ma la fede che professiamo ci ha indicato due modi fondamentali per chiedere il perdono dei peccati: la confessione individuale e quella comunitaria. La confessione individuale, innanzitutto: "Credo che oggi sia più che mai importante l'incontro con il confessore per dialogare, aprirsi alla Parola di Dio, porre domande, accogliere consigli, invocare quel perdono che lo Spirito Santo ci fa desiderare". È da notare, però, che anche la più segreta delle confessioni individuali è, comunque, un atto ecclesiale perché avviene dentro alla Chiesa (non tanto l'edificio quanto la comunità credente)  perché non è solo questione di "mettere a posto la propria coscienza" ma di comprendere che ogni peccato ferisce l'intera comunità dei fedeli, così come ogni atto virtuoso la rende più bella. C'è sempre dentro ad ogni confessione personale oltre che  il vincolo assoluto di segretezza (pena la scomunica del confessore) una dimensione ecclesiale, perché nel riconoscimento del proprio peccato è insito il riconoscimento che tutte le nostre colpe dimostrano che siamo fratelli anche nella lontananza dalla legge di Dio. Come dicevamo nelle brevi catechesi sulla liturgia, ci viene detto di cogliere il riflesso comunitario di ogni peccato: perciò, nello stesso modo che ogni gesto buono e nobile, secondo i comandamenti del Signore, innalza il livello di santità della Chiesa, ogni peccato macchia il volto della sposa di Cristo, dunque non ci è dato di poterci confessare "direttamente" a Dio.  Il Signore perdona immediatamente (cioè senza mediazione) ogni peccato tutte le volte che, sinceramente pentiti ci rivolgiamo a Lui per ottenerne il perdono; ma è necessario essere riammessi alla comunione con il corpo ecclesiale di Cristo mediante la confessione dei peccati e l'attestazione del pentimento fatte al ministro della Chiesa. Una cosa la nostra comunità pastorale non ha ancora colto: la bellezza della celebrazione comunitaria della penitenza. È conseguenza di quanto appena è stato detto: il penitente che chiede perdono assieme agli altri attesta di essere una persona inserita in una comunità. È la solidarietà che Gesù ha manifestato verso la nostra condizione umana. Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. (Romani 5, 12-19). La Parola di Dio ci guida in questo cammino di conversione;  perciò fare insieme l'esame di coscienza ed ascoltare l'insegnamento che ci viene dal Signore ci porta alla consapevolezza che dobbiamo rispondere a Lui che ci chiama e ci aiuta a leggere la nostra vita con lo sguardo della sua misericordia. La celebrazione comunitaria  mette in evidenza la grazia del perdono come gesto ecclesiale  che rinnova il dono battesimale e incoraggia alla perseveranza nel bene e alla coerenza della vita. Al contrario della confessione personale questo non è il luogo della direzione spirituale: questa deve essere lasciata ad un colloquio personale, in altro tempo che sia più confacente a tutti quei chiarimenti e consigli  che vogliamo ricevere dal confessore. Non è nemmeno il luogo della verbosità nell'accusa. bisogna esser semplici nell'ammettere e descrivere i propri peccati. Ci sono tanti penitenti che sembra vogliano svolgere  un trattato di teologia per  descrivere lo stato della loro coscienza.  Brevità, semplicità e consapevolezza di essere fratelli nel peccato oltre che nella grazia sono le caratteristiche della celebrazione comunitaria della penitenza insieme alla solennità del rito con cui riconosciamo davanti al Signore tutta la nostra indegnità. Chissà se la prossima Pasqua ci vedrà più numerosi e interiormente convinti in questa dimensione del sacramento della riconciliazione! Don Felice

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

 

Anche i Vesperi, come le Lodi, nella Liturgia ambrosiana hanno una struttura diversa rispetto all’Ufficiatura romana. In particolare la nostra preghiera dei Vesperi è ricca di simbolismi, che sono in continuità con l’antica tradizione dell’ufficiatura “cattedrale”. Mentre la liturgia romana ripete sostanzialmente la stessa struttura delle Lodi (con la sostituzione, naturalmente, del “Benedictus” con il “Magnificat”), quella ambrosiana ha uno sviluppo del tutto autonomo rispetto a quello delle Lodi. Lo descriviamo: Parte lucernale: Rito della luce Inno Eventuale responsorio Parte salmodica: Salmi (a doppio schema: festivo o feriale) Prima orazione “Magnificat” Seconda orazione Parte stazionale o processionale: Commemorazione del Battesimo oppure lode in onore del Santo Terza orazione Intercessioni Padre Nostro Benedizione finale Passiamo alla descrizione di tutti questi momenti: IL RITO DELLA LUCE E’ ritenuto il rito più antico dell’ufficiatura dei Vesperi; affonda le radici nel sacrificio vespertino giudaico nel quale si preparavano le lampade e si offriva l’incenso sull’altare. Con tale rito, da subito, la comunità cristiana intendeva rendere grazie al Signore per il dono della luce che aveva riportato tutto all’evidenza; questa era, però, segno della “luce divina” della rivelazione; in questo ambito nacquero testi di lode a Cristo, acclamato come “Luce del mondo”. I nuovi lucernari, di cui la Liturgia ambrosiana si è arricchita nei secoli, sviluppano anche il tema del cristiano e della Chiesa che diventano, a loro volta, luce attraverso una testimonianza coerente del Vangelo. LA SALMODIA E IL “MAGNIFICAT” Due sono gli schemi della salmodia ambrosiana, quello feriale e quello festivo. Il primo prevede la recita di due salmi adatti alla celebrazione vespertina; questa è un’attenzione che ha anche la liturgia romana; frequenti sono anche i temi tipici della conclusione della giornata: l’abbandono fiducioso in Dio, la speranza in Lui, la gratitudine per i doni ricevuti. Lo schema festivo invece prevede un solo salmo (ricordiamo l’esigenza di brevità della Liturgia “cattedrale”), seguito da due brevi salmi di lode: 133 e 116; il primo di questi salmi è, ancor oggi, utilizzato nella liturgia ebraica. Segue la prima orazione che attinge ai temi fondamentali evidenziati dai salmi appena recitati. Vertice della salmodia vespertina è il “Magnificat”, preghiera di grande intensità, che unisce i due sentimenti di lode e di ringraziamento. Segue la seconda orazione, di contenuto vespertino; parallela alla prima orazione delle Lodi, di contenuto mattutino. LA COMMEMORAZIONE DEL BATTESIMO E’ l’ultima parte. Presenta una triplice strutturazione: feriale, festiva, dei santi. Nei primi due casi si parla più propriamente di Commemorazione del Battesimo; anticamente si poteva snodare una processione verso il Battistero; e questo a memoria della rinascita battesimale. E’ un richiamo costante a rivisitare le scelte battesimali e le concretizzazioni che poniamo nel quotidiano. San Paolo ci ricorda che “….. siamo stati sepolti in Cristo, in una morte simile alla sua, per risorgere con Lui in una vita nuova” (Rom 6,5). Dovremmo promuovere, nel nostro cammino spirituale, la consuetudine di sostare a pregare davanti al Battistero. La Lode ai santi. Nelle feste e nelle solennità dei santi la parte stazionale diventa un atto di lode al santo, che si ricorda. Per due volte, a cori alterni, si recita una particolare antifona, chiamata sallenda, inframmezzata dal Gloria. Al termine si prega con la terza orazione. A questo punto ci sono le intercessioni; a differenza delle acclamazioni alle Lodi, queste preghiere riguardano maggiormente le situazioni dell’esistenza concreta che viviamo; l’ultima è sempre dedicata ai defunti.Si termina con il Padre Nostro e la Benedizione finale. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi