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“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”

Domenica prossima la Chiesa italiana celebra la Giornata per la vita. I vescovi, nel loro messaggio, hanno sottolineato a più riprese il verbo custodire, che hanno proposto nel titolo del loro scritto: “Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”. LA PAROLA DI DIO. Il Salmo della Messa del 6 febbraio ci offre una felice espressione: “L’occhio del Signore è su chi lo teme” (cfr Sl 32). Cioè la protezione e la custodia del Signore sono date a chi lo venera, lo rispetta e lo ama anche nei fratelli più deboli, perché Dio si ricorda del bene fatto.Pure il Vangelo ci parla di custodia nella figura del centurione, che si prende a cuore il suo servo malato e chiede a Gesù una guarigione a distanza: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (cfr Mt 8). E Gesù, avendo colto una grande fede nel centurione, gli dice: “Va’, avvenga per te come hai creduto”. La cura e la custodia dei fratelli e delle sorelle più fragili, se non lasciati soli, può realizzare grandi cose anche nel nostro tempo! IL MESSAGGIO DEI VESCOVI. Vi offro solo qualche frase dello scritto. “Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione”. “Il diritto all’aborto e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente, così come alcune manifestazioni di egoismo durante la pandemia nascono da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti”. E certi “diritti” strozzano la vita! ”La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, incoraggiata e sostenuta, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza”. A questo forte invito dei vescovi ad essere custodi della vita, all’inizio e alla fine, non possiamo rispondere come Caino, dopo l’uccisione di Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (cfr Gn ). Credo che la custodia della vita passi dalla cura senza riserve che comunità, famiglie, istituzioni, associazioni, operatori vari e volontari percorrono per proteggere la vita. Non si può che ringraziare chi tiene sempre accesa con cura la speranza nella vita! L’ESEMPIO DI SAN GIUSEPPE. Il Papa, citato dai vescovi, ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano a custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (cfr Patris Corde). San Giuseppe pur rimanendo nell’ombra svolse un’azione decisiva nella custodia di Gesù e di Maria. Pertanto affidiamo a lui la nostra capacità di custodire sempre ogni vita! Don Francesco

“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”

Messaggio per la 44° giornata nazionale della vita: Custodire ogni vita

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15) Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale.[...] Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori. Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. [...] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione. La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013). Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata. Roma, 28 settembre 2021 Il Consiglio Episcopale permanente della Conferenza Episcopale Italiana

Messaggio per la 44° giornata nazionale della vita: Custodire ogni vita

"... Con Gentilezza": il discorso alla città di Milano dell'Arcivescovo Mario

«Con gentilezza» e «seminando fiducia» è possibile uscire «da questi tempi travagliati a causa della pandemia e di tutti gli altri drammi». Perché, ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nella Basilica di Sant’Ambrogio nel tradizionale “Discorso alla città e alla diocesi” citando il poeta Franco Arminio, «abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’inno alla crescita ci vorrebbe l’inno all’attenzione». Attenzione, ha spiegato ancora il presule, «a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza» e appunto «alla gentilezza». «Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti parlando della “rivoluzione della gentilezza” ci ha invitato a recuperarla con molta determinazione», ha detto con forza l’arcivescovo chiedendo poi «l’intercessione di sant’Ambrogio nostro patrono (della città di Milano, ndr) per imparare a praticare le virtù del buon governo e lo stile della gentilezza». Ma in questi tempi di resistenza, di insidie, dove - ha affermato ancora Delpini - «nella nostra società sono presenti persone e organizzazioni che disprezzano la vita umana, cercano in ogni modo il potere e il denaro», come si fa a praticare la virtù del buon governo e lo stile della gentilezza? Diventando, è la risposta del presule, «artigiani del bene comune». Perché «questi resistono nella fatica quotidiana, nelle prove della salute e del lavoro, nelle complicazioni della burocrazia», in una società in cui per Delpini «c’è chi si approfitta dei deboli, che fa soldi sulla rovina degli altri, distruggendo famiglie e aziende con l’usura, che induce alla resa prima della lotta e alla rassegnazione invece che alla reazione onesta». «La nostra società ha bisogno di abitare i territori dell’umano, ha bisogno di presidiare le relazioni interpersonali, a fronte di una deriva delle stesse nelle interminabili connessioni virtuali (relazioni tascabili e liquide), di lasciarsi interpellare dagli ultimi della fila, dai vuoti a perdere, dalle vite da scarto», ha detto ancora il presule. Non bisogna quindi lasciar spazio alla sfiducia ma i milanesi devono riscoprire «fierezza» e «riconoscenza». «Lo scandalo della violenza, in particolare alle donne impone una reazione», così come va promossa nuovamente la «partecipazione» dei cittadini alla vita politica: «La scarsa affluenza al voto nelle elezioni amministrative è un segnale allarmante», ha ammonito ancora Delpini. Anche per questo famiglia, giovani e ambiente devono ritornare ad essere priorità. «La Settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Taranto in ottobre, "Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso", ha messo in evidenza la tensione tra la difesa dei posti di lavoro e delle attività produttive e la salvaguardia dell’ambiente – ha spiegato Delpini –. La nostraterra è in grado di mostrare come i due beni da custodire e promuovere si possano conciliare» ma «i temi sono spesso affrontati con toni aspri e rivendicativi. La gentilezza fa immaginare percorsi più concordi, rispettosi, costruttivi. La gentilezza è il motore delle comunità “Laudato sì” che in modo spontaneo ed efficace nascono nella nostra diocesi». «Il pericolo di una “catastrofe educativa”, come si esprime papa Francesco, in questo tempo tribolato mi fa pensare», ha affermato ancora Delpini. «Nelle scuole – ha aggiunto – è necessario che le famiglie e le istituzioni siano alleate per contrastare le forze che insidiano e rovinano i giovani con le sostanze che creano dipendenza, con la pornografia, con la tolleranza per forme di bullismo, di abusi, di trasgressione del convivere». È quindi essenziale, è stata la sintesi dell’arcivescovo, «quella gentilezza della conversazione che trasmette la persuasione che la vita è una vocazione, non un enigma incomprensibile, che il futuro è promessa e responsabilità, non una minaccia, che ciascuno, così com’è, è adatto alla vita, è all’altezza delle sfide, è degno di essere amato e capace di amare. Bisogna offrire ai giovani buone ragioni per diventare adulti». «Noi, però, celebriamo sant’Ambrogio come patrono e dichiariamo che fa parte della nostra identità ambrosiana il trovarsi a proprio agio nella storia», ha detto ancora l’arcivescovo individuando poi nella famiglia e nella sua promozione quella costante che caratterizza da sempre la vita e la crescita dell’umanità. «La famiglia è principio generativo della società – ha concluso Delpini –. L’alleanza nella famiglia tra l’uomo e la donna, nella stima e nella gentilezza reciproche, è una promessa di bene per i figli. La crisi demografica che minaccia di condannare all’estinzione la nostra popolazione non si risolve solo con l’investimento di risorse materiali in incentivi e forme di assistenza, ma certo se gli investimenti e i provvedimenti, la legislazione e le delibere sono orientati a favorire chi preferisce non farsi una famiglia, non avere figli, chi vorrebbe formarsi una famiglia e avere figli si sentirà più solo. È necessaria però una mentalità nuova, una proposta di ideali di vita che sia offerta con la gentilezza della testimonianza, con l’argomento persuasivo della gioia di famiglie che donino con i figli e le figlie un futuro alla città. Le famiglie chiedono che nelle istituzioni si riconosca il volto gentile dell’alleanza piuttosto che la complicazione e la freddezza della burocrazia». Tratto da Avvenire del 7 dicembre cc: Davide Re

"... Con Gentilezza": il discorso alla città di Milano dell'Arcivescovo Mario

... che in ogni tempo ti furono graditi

I defunti Vi siete mai domandati come si passa il tempo in paradiso? Dovremmo, innanzitutto, dire che in paradiso non c'è più il tempo ma l'eternità, il non-tempo, perché partecipi della vita di Dio. Ma tutto questo che cosa ci rivela? Alla curiosità circa questa verità della fede, a volte rispondono le nostre preghiere; per esempio, nell' "eterno riposo" noi parliamo di una condizione di quiete per i nostri defunti, come se essi stessero in una condizione di assoluta immobilità, a riposarsi su una nuvoletta delle fatiche e delle durezze avute in questa vita. Ma se ascoltiamo il libro della Sapienza ci viene incontro l'immagine di "scintille che scorrono qua e là" nel fuoco delle stoppie ad indicare una vivacità e una effervescenza di vita che contrastano con il riposo eterno. Quale attività, dunque, per i nostri morti? La fede ci dice che essi sono ben vivi in Dio, perché il Signore ha scritto il loro nome nel libro della vita. "Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata". E anche le nostre attenzioni al luogo del loro riposo testimonia la stessa cosa, altrimenti sarebbe inutile la cura che abbiamo delle loro tombe e la visita che facciamo ai cimiteri. Pregando per loro e visitando le loro sepolture noi affermiamo la fede nella loro esistenza che continua dopo la morte. Siamo certi che possiamo raggiungerli ancora con le nostre intercessioni e che anche essi possono fare qualche cosa per noi. Non sono assenti dalla nostra vita e non solo per il ricordo che ne abbiamo, ma perché sappiamo che possono intercedere per noi presso Dio. Non pensiamoli perciò distesi su una nuvoletta loro assegnata dal Signore ad oziare e riposarsi nella inattività, ma in continua connessione con noi, testimoni di una vita che deve essere vissuta nella comunione di fede, sulla scorta dell'esempio che ci hanno lasciato nel perseguire il bene e nella obbedienza alla legge del Signore. E smettiamo di essere inconsolabili per la loro dipartita da noi, come certe vedove che continuamente piangono la loro perdita; forse piangono per se stesse, dimenticando che i nostri cari li abbiamo "depositati" fra le braccia amorevoli di Dio: "Nelle tue mani depongo il mio spirito" diceva il Signore Gesù nel momento della sua morte. I santi Anch'essi sono attivi nella eternità del cielo, non come spesso li immaginiamo: non sono là con la mano a padiglione dietro l'orecchio come se fosse solo per ascoltare le nostre suppliche al fine di ottenere una grazia che ci sta a cuore. Anche questo è loro compito e facciamo bene a chiedere quanto ci sembra utile per la nostra vita; ma dovremmo chiedere la loro intercessione per comprendere la volontà di Dio su di noi. Dovremmo guardare a loro come l'esempio di come si possa incarnare il Vangelo dentro ai nostri giorni e alle nostre scelte. Se conoscessimo un po' delle loro vite ci accorgeremmo che ognuno di essi ha messo in luce una particolare caratteristica di Gesù: chi la mitezza, chi la mansuetudine, la capacità di perdono, la tolleranza, la carità, la devozione al compito che il Padre gli ha affidato, la determinazione nell'annunciare il Regno di Dio anche a costo delle propria vita. Questo dobbiamo chiedere: essere una nuova riproposizione dello splendore di Cristo e della sua umanità. Pregare i Santi non deve essere il lavoro di chi cerca di "scroccare" qualche cosa da loro ma di chi chiede loro di essere un vero discepolo di Cristo. Essi sono come un nuovo Vangelo scritto lungo la storia della Chiesa, lungo i secoli, perché la figura e il messaggio lasciatoci da Cristo sia sempre attuale per noi. Così sono vivi in noi i nostri defunti e i santi che veneriamo! Don Felice

... che in ogni tempo ti furono graditi

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Molti sono i momenti storici che hanno dato vita a questa iniziativa di preghiera ecumenica, a partire dal 1740 circa, quando in Scozia nasce un movimento pentecostale con legami in Nord America, il cui nuovo messaggio per il rinnovamento della fede chiamava a pregare per e con tutte le chiese. Il predicatore evangelico Jonathan Edwards invita ad un giorno di preghiera e di digiuno per l’unità, affinché le chiese ritrovino il comune slancio missionario. Fino al 1935 quando l’abate Paul Couturier, in Francia, promuove la “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” basata sulla preghiera per “l’unità voluta da Cristo, con i mezzi voluti da lui”. Da allora nel gennaio di ogni anno viene indetta questa settimana di preghiera che vuole coinvolgere tutti i cristiani nello sforzo di ricucire la tunica di Cristo. In precedenza questa settimana di preghiera era caratterizzata dall'idea che fosse una specie di crociata spirituale per il ritorno dei non cattolici. Ciò che si era affermato nella mentalità corrente era che la Chiesa di Oriente fosse la Chiesa della tradizione; che la Chiesa protestante fosse la comunità della Bibbia e la Chiesa cattolica quella dei Sacramenti e della gerarchia. Da questa mentalità ci siamo liberati solo con il Concilio Ecumenico Vaticano II, nonostante che ci siano stati spiriti profetici che hanno anticipato un pensiero nuovo. Tra questi, appunto, l'abate Couturier che scriveva: "L'ottavario ha per scopo una riunione di insieme di cui non sappiamo nient'altro che Dio la vuole, perché il Cristo ha pregato per l'unità. Si tratta di fare l'atto di completo abbandono e di assoluta fiducia nell'infinita bontà e nell'infinita potenza del Cristo risorto". Perciò lo spirito con cui dobbiamo affrontare questi giorni non è quello di pregare perché questi "eretici" o "separati" rientrino nella comunità della Chiesa cattolica ma che ogni credente, a partire dalla propria spiritualità, si renda docile allo Spirito, si lasci condurre da una fede viva verso la persona di Cristo, ma ciascuno nella propria confessione, dove, cioè, ha imparato ad amare Cristo. Questo non significa rinunciare alla pienezza della verità che appartiene alla Chiesa cattolica ma soltanto mettersi in sintonia con Cristo che nella sua preghiera sacerdotale ha pregato per l'unità. Di conseguenza la preghiera ecumenica non può domandare di ridurre gli altri alla nostra unità, bensì che "Dio realizzi l'unità che egli vorrà con i mezzi che egli vorrà". Questo modo di pensare ci ha permesso di superare quell'ecclesiocentrismo che ci soffocava; le Chiese hanno smesso di mettere se stesse al centro dell'universo religioso, misurando le altre con la propria misura: hanno messo Cristo al centro e si misurano con la sua grazia e le sue esigenze e si sono trovate tutte mancanti. Infine, dobbiamo all'ecumenismo l'approfondimento dell'idea stessa dell'unità della Chiesa: ci parla infatti dell'unità della Chiesa come "mistero" e non come "problema"; l'unità della Chiesa come partecipazione alla vita trinitaria. Non è questione di vivere NELL'UNITÀ ma di vivere DELL'UNITÀ. Bisogna, però, stare attenti a non ridurre la settimana di preghiera per l'unità ad un semplice fatto di devozione. Bisogna pregare "bene". Scrive il documento del Vaticano II: “Ora il Signore dei secoli, il quale con pazienza e sapienza persegue il disegno della sua grazia verso di noi peccatori, in questi ultimi tempi ha incominciato ad effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l'interiore ravvedimento e il desiderio dell'unione” (Unitatis Redintegratio 1). Il primo passo verso una spiritualità ecumenica consiste nell'accettare la pluralità delle spiritualità, conoscerle, apprezzarle e assimilarle nella misura del possibile, perché, come diceva il Card. Mercier, per unirsi bisogna amarsi e l'amore del Cristo dà la limpidità dello sguardo necessaria per conoscere l'altro nel suo mistero. Non si tratta solo di conoscere la dottrina delle altre Chiese, ma come diceva il Vaticano II, "bisogna conoscere l'animo dei fratelli separati". La speranza è che presto possiamo adempiere al desiderio di Cristo: "Che siano un sola cosa". Don Felice

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Le tre venute del Signore Gesù

Prendo lo spunto per questa riflessione sull’Avvento dai “Discorsi” profondi di un santo, abate e dottore della Chiesa: “Noi conosciamo tre venute del Signore: presso gli uomini, negli uomini, a giudizio degli uomini. Egli viene presso tutti indistintamente, ma non ugualmente in tutti e nel giudizio di tutti. Il primo e il terzo avvento sono noti, in quanto manifesti; il secondo, invece, è spirituale e nascosto” (San Bernardo). Il primo Avvento: “presso gli uomini” Nel Credo diciamo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. È il mistero del Natale di Gesù, che sceglie con umiltà il luogo della sua nascita e, soprattutto, sceglie, grazie al “sì” della giovane donna Maria, di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di nascere da un grembo umano: “Così, colui che aveva creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, diventato uomo, si fece riconoscere dagli uomini” (San Bernardo). Il primo Avvento ci invita a entrare con semplicità nel mistero del Natale per celebrare la memoria della sua nascita al mondo. Gesù ci raccomanda l’umiltà, che nella sua vita è diventata realtà viva da Betlemme a Gerusalemme: umile Bambino con i pastori alla Grotta, umile Redentore con il ladrone al Calvario, umile Risorto con le donne al Giardino. La cifra sintetica dell’esistenza di Gesù è l’umiltà: da ricco si è fatto povero, da Dio è diventato anche uomo umiliando se stesso fino alla morte di croce. La scelta di Gesù ci insegna ad essere come l’acqua “umile” cantata da San Francesco: l’acqua è umile perché scende sempre in basso, ma dove passa fa fiorire la valle e il deserto. Per questo non dovrebbe mai mancare l’acqua nei nostri presepi, perché ci ricorda l’umiltà di Gesù e la nostra di discepoli. Il secondo Avvento: “negli uomini” L’originalità del testo del santo abate la troviamo in quella che definisce la seconda venuta del Signore: “Il secondo Avvento è spirituale e nascosto e di esso il Signore medesimo dice: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo onorerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv 14, 23). Beato, Signore Gesù, colui presso il quale dimorerai” (San Bernardo). La parola di Gesù ci comanda di amarci a vicenda. La dimora di Dio tra gli uomini è quella dell’amore. Chi ama Gesù diventa tempio di Dio, luogo della sua presenza. E anche in noi Padre e Figlio pongono la propria dimora. Per questo è scritto: “Amatevi gli uni gli altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4, 7). Che bello sapere che Dio vuole mettere su casa in noi e farci diventare tempio di Dio nello Spirito (cfr Gv 14, 26). Se amiamo Gesù e osserviamo la sua parola anche il Padre ci ama: vengono a noi e dimorano in noi. Da Gesù impariamo a entrare con rispetto nella vita delle persone perché Dio abita anche in loro. Il terzo Avvento: “a giudizio degli uomini” Nella Messa diciamo di essere in attesa della venuta del Signore, il quale verrà a giudicare, alla fine, tutta l’umanità. È quello che San Bernardo chiama il terzo Avvento. Non devono spaventarci le immagini bibliche di genere letterario apocalittico, che amano esagerare e quasi intimidirci: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze, vi saranno fatti terrificanti nel cielo. E gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere. Le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Lc 21, 10-11.26). Il linguaggio violento ci vuole indicare solo il desiderio di Dio di distruggere il male, che opprime gli uomini e la terra per aprirli al bene e alla sua attesa. Infatti noi non aspettiamo la distruzione di tutto, ma la venuta del Signore: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria” (Lc 21, 27). Un teologo ha attualizzato bene le immagini apocalittiche: “L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue trentacinque guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti ... Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita! Gesù ama la speranza non la paura. Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio. La fede ci ripete che Dio è alle porte, è vicino e viene come un abbraccio” (Ermes Ronchi). La qualità della nostra attesa del Signore Il tempo di Avvento è un invito a interrogarci sulla qualità della nostra attesa del Signore e sulle qualità della nostra vita spirituale. Allora, domandiamoci: come vanno nella nostra esistenza di  battezzati: la fede, la preghiera, l’eucaristia, la riconciliazione, la parola di Dio, la carità, il servizio agli altri? Se qualche aspetto della nostra vita va rivisto affidiamoci al Vangelo perché ci indica la strada giusta, che è la nostra conversione! Dunque accorgiamoci delle tre venute del Signore e perseveriamo nel fare il bene con amore, perché nel terzo Avvento il Signore glorioso giudicherà la qualità del nostro amore: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce). Buon Avvento 2021. Don Francesco

Le tre venute del Signore Gesù

Di casa in casa portando la benedizione rinnovatrice di Dio

Carissimi,vi ricordate lo scorso Natale? Tutti chiusi in casa (o quasi), a difendersi dalla seconda ondata della pandemia, coprifuoco alle ore 22.00... niente benedizione alle famiglie in casa vostra! Quest’anno invece, pur con tutte le dovute precauzioni e in obbedienza alle normative vigenti, in occasione del Natale noi sacerdoti e le due suore della nostra Comunità pastorale veniamo a bussare alla vostra porta per donare a tutti quelli che lo desiderano, nelle vostre case, la benedizione di Dio. Non solo, sarà con noi anche un volto nuovo che verrà a visitarvi: don Feniasse, sacerdote mozambicano che sta aiutando la nostra Comunità Pastorale e che in queste settimane stiamo imparando a conoscere. Per noi Sacerdoti e suore è certamente un momento di grazia per il “bagno di umanità” di cui questo gesto molto semplice ci rende partecipi. Entriamo in tutte le vostre case per condividere quello che abbiamo di più caro: l’amicizia nel nome di Gesù. Siamo consapevoli che parecchi di voi portano nel cuore tante domande, dovute alle ferite che hanno accompagnato la loro vita in questo periodo e siamo altrettanto consapevoli di non avere risposte per tutte le domande. Non sappiamo cosa dire di fronte a tanti drammi e a tante sofferenze, ma proveremo a condividere le vostre gioie e sofferenze, le vostre fatiche e speranze. Veniamo per pregare un po’ con voi. Per pregare con chi è vicino nella fede, così che possa rafforzarsi la fede di entrambi e possiate continuare a servire meglio la Chiesa, senza stancarsi ma con un entusiasmo sempre rinnovato. Per pregare con chi non condivide le ragioni della fede, perché comprenda che la preoccupazione per i figli, per le cose vere della vita, per l'amicizia autentica..., offrono una ragione per vivere, amare e sperare e sono l’inizio per ricominciare a credere veramente, a riprendere o a intraprendere con persuasione il cammino della fede, oppure, più semplicemente, ad accettare la sfida del dialogo. Per pregare con chi soffre o si sente privo di speranza, perché sperimenti la consolazione di un Padre che non abbandona mai e che sulle vostre pene segrete, sulle sventure che visitano le vostre case, fa scendere il suo Spirito, il Consolatore che rinnova e dà vita. Veniamo infine ad invitarvi anche ad un gesto di corresponsabilità. La busta che avete ricevuto o che riceverete ricorda anche i tanti bisogni a cui le nostre 8 Parrocchie devono far fronte. Quello che potrete offrire sarà per il bene di tutti... anche vostro! Ci affidiamo alla vostra generosità, che il Signore saprà ricompensare. Ci fa un immenso piacere essere ospiti nelle vostre case, sederci idealmente alla vostra mensa perché un sacerdote e una religiosa hanno molto da imparare dalle finezze con cui si esprime l’amore e dalla fede con cui vivete le fatiche e le prove che segnano il correre dei giorni.Ma l’ampiezza della missione a noi affidata e le recenti normative per la prevenzione del contagio non ci permettono di compiere una visita così distesa nel tempo e dunque il nostro passaggio sarà un piccolo segno di vicinanza e affetto verso tutti anche se contenuto in un breve lasso di tempo. Nel rispetto della sensibilità e delle paure di ciascuno, nella busta, oltre al calendario allegato nel quale specifichiamo il giorno in cui uno di noi passerà a trovarvi, trovate anche un’immagine da appendere fuori sulle vostre porte o sul cancello di casa, con la quale esprimete il desiderio di ricevere la benedizione. Suoneremo ed entreremo solo dove troviamo tale immagine, questo per rispettare coloro che, per motivi vari - di credo religioso, di disaccordo con la chiesa, o di salute - decidessero di non ricevere la benedizione. Nella sua vita pubblica il Signore Gesù passava di casa in casa portandovi la novità di Dio... quella novità che, nel nostro piccolo, desideriamo portarvi anche noi! Nell’attesa di incontrarci Don Giampietro

Di casa in casa portando la benedizione rinnovatrice di Dio

Pace e Benedizione sulla casa che ama il Signore

La benedizione del libro dei Numeri è una bella formula, che è usata ancora oggi. Il triplice richiamo del nome divino, che divide in tre parti il testo della benedizione, sottolinea che il bene e la prosperità del popolo di Dio dipendono strettamente da Jahvé: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26). La benedizione viene dall’alto, dal Signore, ma per essere completa ha bisogno di una risposta che viene dal basso, da noi: è il nostro Amen! Ti benedica il Signore e ti custodisca Il verbo ebraico “custodire” (smr) esprime la premura di Jahvè per ogni momento dell’esistenza del suo popolo alleato, quindi non è solo la protezione per un immediato pericolo, che permette di mantenersi in vita. Pensiamo al Salmo 121 dove Dio custodisce nel presente, ma anche nel futuro: “Il Signore è il tuo custode. Il Signore è come ombra che ti copre. Egli proteggerà la tua vita”. Lasciamoci custodire da Dio! Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia Il volto splendente di Jahvè sul popolo è un augurio di prosperità e di benevolenza, di grazia. L’immagine del volto luminoso di Dio, segno di protezione, è frequente nei Salmi, anche come invocazione fiduciosa: “Fa splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia” (cfr Sal 31); “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (cfr Sal 119). La Luce rischiara il nostro buio! Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace L’augurio di benedizione e di benevolenza è che il volto di Dio resti sempre rivolto verso Israele: “Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato” (cfr Sal 30). L’attenzione di Dio è la premessa per il dono pieno della vita, lo shalom, che di solito si traduce con “pace”, ma il suo significato è più ricco rispetto alla moderna concezione della pace. Shalom è uno stato in cui si è liberi dalla necessità dal male. Nelle forme di saluto diventa augurio di una vita serena, equilibrata nella felicità materiale e spirituale: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (cfr Sal 127). Il Dio con noi va accolto in famiglia! La benedizione del Signore sul popolo e in famiglia La benedizione di Aronne (Nm 6, 24-26) era molto amata da San Francesco per i suoi frati in missione e da Santa Chiara per le sue monache in preghiera. Questa formula si può usare in alcune occasioni liturgiche come benedizione solenne da parte del sacerdote. Però sarebbe bello che i genitori non si limitassero a organizzare la festa di compleanno ai figli. Che il segno di croce tracciato sulla fronte dei battezzati continui anche nel tempo da parte dei genitori e dei nonni. Magari usando la benedizione dei Numeri e a volte pregare insieme in famiglia. Tutto è possibile! Leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede Nella giornata mondiale di preghiera per la pace (1 gennaio 2022), il Papa nel suo messaggio dice che “gli strumenti per edificare una pace duratura sono l’educazione, il lavoro e il dialogo tra le generazioni”. Sono tre contesti estremamente attuali e complessi su cui Francesco invita a riflettere e ad agire per il bene di tutti. “La pace seminata nell’intimità personale trasformi l’umanità nella fraternità” (Mario). Buon anno nuovo: sia ricco di benedizione e di pace per tutti e tutte! Don Francesco

Pace e Benedizione sulla casa che ama il Signore

Santa Cecilia, patrona della musica e del canto

Nobile romana vissuta tra il II e il III secolo e convertita a Cristianesimo, Santa Cecilia, vergine e martire, viene ricordata il 22 Novembre come patrona del canto e della musica. È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo. La spiegazione più plausibile sembra quella di un'errata interpretazione dell'antifona di introito della messa nella festa della santa. Il testo di tale canto in latino sarebbe: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar. Tradotto..."Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa". Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un'interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio... con l'accompagnamento dell’organo. Si cominciò così, a partire dal XV secolo a raffigurare la santa con un piccolo organo a fianco. Cantare in chiesa è partecipare attivamente alla messa, vuol dire essere in comunione con i propri fratelli che, in canto, innalzano le lodi a Dio. Ma nelle nostre chiese, sentiamo ancora la gente cantare? La risposta è: sempre meno. E la domanda successiva che scaturisce spontanea è: per quale motivo? La mia risposta, se pur personale, è che c’è carenza di educazione al canto, nella società, in famiglia, nella scuola, in chiesa. È sempre più difficile reperire persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, di prestare un servizio costante e duraturo se pur nelle possibilità di ciascuno di offrire il proprio tempo. Saper cantare è un dono di Dio, ma farlo sentire agli altri no... ci si vergogna. Ed ecco che nelle celebrazioni, spesso poco curate in questo aspetto, diventa sempre più difficile partecipare sentendosi parte di una comunità che prega ma si resta nella propria individualità senza “spartire nulla con i vicini”. Le voci guida e gli animatori della liturgia, devono aiutare le persone a cantare, ma non devono essere l’unica voce udibile in chiesa. Il canto, è una delle più alte forme di preghiera. Che peccato sarebbe perdere completamente questa splendida espressione di fede. Eppure in tante chiese, questo avviene già. La liturgia è accompagnata da canti registrati che il sacrista o addirittura il sacerdote fa partire al momento giusto...purtroppo mi è capitato di partecipare ad una celebrazione di questo tipo, esperienza che non consiglio. È importante preparare la messa scegliendo canti che favoriscano la partecipazione del popolo. È importante che persone musicalmente competenti, si rendano disponibili ad offrire un servizio di guida per gli altri, insegnando a riconoscere la bellezza in canti adatti alla liturgia e al periodo dell’anno liturgico o alla festività celebrata. È importante l’uso dell’organo, strumento indispensabile e perfetto per l’accompagnamento delle celebrazioni. Nelle liturgie solenni di Natale e Pasqua o in altre occasioni, si possono abbinare all’organo anche altri strumenti come il violino, il flauto, la tromba. La chitarra è uno strumento da utilizzare in assenza dell’organista, privilegiando l’arpeggio delle corde, in modo da ottenere un accompagnamento più raffinato e delicato. L’esperienza di direzione della Corale di Masnago, che porto avanti ormai da vent’anni, mi insegna che per tenere insieme un gruppo di persone coese e appassionate, è necessario essere sempre pronti, preparati, saper proporre sempre nuovi obiettivi ma soprattutto far conoscere la bellezza della musica sacra ricercando brani della tradizione in latino, abbinandoli però a composizioni più moderne in lingua italiana che permettono anche la partecipazione del popolo almeno nei ritornelli. Abbiamo la fortuna di avere alle spalle più di 500 anni di composizioni polifoniche, un patrimonio inestimabile tutto da conoscere e da apprezzare. Abbiamo la fortuna di abitare a Varese, città ricca di cori e maestri molto bravi e competenti dai quali possiamo imparare il gusto per il bello e la tecnica nella direzione corale. Non mancano a Varese anche compositori di musica sacra attenti alla liturgia, che collaborano strettamente con la diocesi di Milano e che propongono costantemente nuove composizioni corali e salmi armonizzati per ogni domenica dell’anno liturgico. Il coro, nelle comunità dove è ancora presente, ha il compito di accompagnare le solennità, proponendo canti di partecipazione popolare e canti polifonici che aiutino nella preghiera con il semplice ascolto dei fedeli. È importante che non si propongano delle “messe concerto”, ma bisogna sempre avere l’attenzione di riservare i giusti spazi alla partecipazione del popolo con il coro che sostiene il canto. A tutti coloro che hanno il desiderio di cantare in coro, rivolgo un invito caloroso a mettersi in contatto con me o con i responsabili dei cori delle parrocchie di appartenenza.Non ci resta che augurarci di poter ritrovare la voglia di mettersi a servizio della Comunità, affidandoci con una preghiera a Santa Cecilia: O Santa Cecilia, che hai cantato con la tua vita e il tuo martirio, le lodi del Signore e sei venerata nella Chiesa, quale patrona della musica e del canto, aiutaci a testimoniare, quella gioia del cuore che viene dal fare sempre la volontà di Dio e dal vivere con coerenza il nostro ideale cristiano. Aiutaci ad animare in modo degno la santa Liturgia, da cui sgorga la vita della Chiesa, consapevoli dell’importanza del nostro servizio. Ti doniamo le fatiche ed anche le gioie del nostro impegno, perché tu le ponga nelle mani di Maria Santissima, come canto armonioso di amore per Suo Figlio Gesù. Amen Marco Muzzoni

Santa Cecilia, patrona della musica e del canto

Il mese missionario: La Chiesa in cammino

Questo è il primo articolo che scrivo sul foglio “In Cammino: tante chiese... una sola comunità”. Quando mi hanno chiesto di scrivere un articolo parlando del mese missionario che finirà con la giornata mondiale delle missioni, mi sono venute in mente tante domande: perché hanno scelto me? Che cosa posso dire di nuovo se tante persone bravissime hanno già parlato dello stesso argomento? Come parlare delle missioni in questo anno atipico in cui dobbiamo stare tutti distanti? Erano tanti perché. Nel fondo del mio cuore si sono accumulati alcuni dubbi, quasi ad arrivare a dire: non voglio scrivere niente.Dopo alcuni giorni, però, ho pensato che la Chiesa in cammino ha bisogno anche di me; ha bisogno della mia testimonianza della fede in Gesù Cristo, che era sempre in cammino e percorreva i villaggi insegnando (Mc 6,6). È impossibile riconoscere il suo volto, cogliere realmente i suoi gesti, lasciarsi raggiungere dalle sue parole senza essere per strada con Lui. Lui sempre ci dà spazio e tempo per essere annunciatori. Quindi, tutti dobbiamo trovare spazio per l’evangelizzazione ovunque ci troviamo. La nostra fede ci spinge a muoverci verso gli altri, verso i fratelli e le sorelle, con tutto il cuore, portando la gioia nel Signore. Con questo il missionario diventa uno che “rompe le scatole”, come diceva S. Francesco d’Assisi nella sua preghiera. Nell’essere missionario ognuno diventa uno strumento di pace; porta l’amore dove c’è odio, porta il perdono dove c’è offesa, porta unione dove c’è discordia, porta fede dove c’è dubbio, porta verità dove c’è errore, porta speranza dove c’è disperazione, porta gioia dove c’è tristezza, porta luce dove c’è tenebre, cerca tanto di consolare quanto di essere consolato. Non è per caso che la nostra fede è frutto di una evangelizzazione degli altri che viene dal comando del Signore Gesù (Mt 28,19a). A questo proposito, vi racconto la storia di come ho ricevuto la fede: i Francescani Minori sono stati i primi che mi hanno avvicinato alla fede, quando ero ancora adolescente; parlavano della bellezza e della gioia di stare con Gesù. Poi sono stato battezzato dai missionari dell’Africa più conosciuti come i Padri Bianchi (il padre era scozzese) e ho vissuto nella parrocchia di origine con i padri di Belem più conosciuti come i padri della Svizzera. Ho studiato nel seminario propedeutico con i padri Belgi, ho studiato filosofia con i padri Comboniani, ho studiato la teologia con i padri diocesani, mi sono laureato con i padri gesuiti e nello stesso tempo ho vissuto con i padri Verbiti. Quindi tante congregazioni, ma una sola fede in Gesù Cristo. Perché raccontare la storia della mia della fede in questo articolo? Tutto questo è per mostrare la universalità della missione e la necessità dell’annuncio di Cristo. Tutti noi siamo chiamati ad annunciare Cristo ovunque siamo. Ognuno a modo suo, usando i doni e i talenti che abbiamo ricevuto da Dio. La Chiesa ci invita in questo mese di ottobre, mese missionario, a vivere in modo più intenso il comando del Signore Gesù: «Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho ordinato» (Mt 28, 19a). Anche Papa Francesco ci propone quest’anno un tempo di riflessione nella giornata mondiale delle missioni: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Questo comando è universale, nessuno è escluso. Per finire con un “piccolo” pensiero, faccio mie le parole di S. Paolo quando disse: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; la necessità mi spinge, e guai a me se non predico il vangelo!» (1Cor 9,16).A partire da questa necessità dell’annuncio del Vangelo da cui nessuno può scappare, concludo con questa canzone*: Quello che abbiamo udito, quello che abbiam veduto, quello che abbiam toccato dell’amore infinito l’annunciamo a voi Grandi cose ha fatto il Signore! Del suo amore vogliamo parlare: Dio Padre suo Figlio ha donato, sulla croce l’abbiamo veduto. ... Viene il regno di Dio nel mondoe l’amore rivela il suo avvento; come un seme germoglia nell’uomoche risponde all’invito divino. Che bello! Una canzone con un messaggio profondo che tocca e spacca il cuore.Allora che cosa abbiamo udito, abbiamo veduto, abbiamo toccato e che cosa dobbiamo annunciare agli altri? La Chiesa in cammino ha bisogno di te, mio fratello o mia sorella che hai letto questo piccolo articolo. Non avere paura. Gesù ha vinto la morte e ci annuncia la pace e il coraggio.Tutti insieme ce la faremo. Mese missionario ottobre 2021 Don Feniasse Maneira * testo di Maurizio Lazzarin dell'A.C. di Annone Veneto

Il mese missionario: La Chiesa in cammino

Con Maria e Giuseppe andiamo fino a Betlemme

Con Maria è giovane: vive a Nazareth; riceve la visita improvvisa e inaspettata dall’angelo Gabriele. Le dice: “Sii contenta, Maria; il Signore ti vuole bene”.Nove mesi dopo, Maria è ormai vicina al momento in cui partorirà il figlio. Era gioiosa; aveva preparato bene la sua casa a Nazareth; ... ma deve, per il censimento imposto dall’imperatore Cesare Augusto, andare a Betlemme; per circa 100 km, in groppa a un asino... Si affida a Giuseppe; prega il Signore. È comunque serena. Gesù nasce in una grotta, nella più assoluta povertà. Maria pensava: “Com’era bella e accogliente la mia casa a Nazareth”. Ma è felice quando dà alla luce Gesù. Ci sono gli angeli che cantano: “Gloria nel cielo e pace sulla terra agli uomini amati dal Signore”. Ci sono i pastori che guardano Gesù con stupore e con gioia e annunziano la sua nascita a tutte le persone che incontrano.Arrivano i Magi, uomini sapienti, da lontano; portano dei doni importanti e preziosi; tutti gioiscono. Arriva il Santo Natale anche per noi; e Gesù Bambino ci dice: “Siate allegri; io vi sono vicino; cammino accanto a voi e vi indico la strada giusta da percorrere: quella del volerci bene, dello stimarsi a vicenda, dell’evitare ogni atteggiamento di prepotenza e di cattiveria. Siate contenti perché cercate di voler bene a tutti.”. L’importante è comunque muoversi; per incontrare Gesù vale la pena di lasciare consuetudini e sicurezza. Se invece di un Dio forte e rassicurante, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, in una accoglienza segnata dalla miseria, non ci deve venire il dubbio di aver sbagliato il percorso. Da quella notte le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della grandezza del Signore. Da quel Natale il volto spaurito degli oppressi, le membra affaticate dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tante donne e di tanti uomini sulla terra sono diventati un luogo privilegiato dove Lui continua a donare la sua presenza. A noi il compito di cercare cordialmente il Signore Gesù nella nostra società. E saremo felici se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Riprendiamo il cammino, forse un po' affannato, senza paura. Il Natale di quest’anno vuole farci trovare nuovamente Gesù e, con Lui, la gioia di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, il piacere della collaborazione, lo stupore della libertà che permea il nostro vissuto, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche i nostri sguardi verso il futuro saranno liberi dallo smog, privi di segnali di distruzione; saremo, invece, illuminati dalle stelle; dal nostro cuore, non più reso duro dalle delusioni, strariperà la speranza. “Qualcosa di misterioso, in questo universo, è complice di coloro che amano soltanto il bene” S. Weil. Un sereno Natale a tutti, Don Peppino

Con Maria e Giuseppe andiamo fino a Betlemme

Sospinti dallo Spirito

9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». 12E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. (Mc 1,9-13)   Venerdì 22 ottobre con i giovani della nostra comunità e della città abbiamo sostato su questa pagina di Vangelo. In questo tempo che ci siamo donati mi ha colpito una cosa: quanto lo Spirito continua ad agire nelle nostre vite, nei nostri cammini e noi non ce ne accorgiamo, perché presi a cercare di sopravvivere dalla nostra vita frenetica. Interessante è invece l’agire di Gesù: si lascia spingere, Lui, il Figlio di Dio, si lascia accompagnare dallo Spirito, si fida e affida ai passi di crescita che prepara per lui! Affidarsi allo Spirito per cogliere la bellezza della nostra vita, ciò che ci rende vivi e su cui molte volte non sostiamo: questa è stata la scintilla che mi ha riscaldato nella fredda cripta della Brunella. E da qui mi ha pervaso un sentimento di gratitudine. Gratitudine per tutto quello che stiamo vivendo in questo tempo. Ci accorgiamo sempre delle cose che non vanno, delle fatiche,... e invece il primo atteggiamento che lo Spirito ci invita a  vivere è il rendere grazie, eucarestein, per quello che di bello viviamo nella nostra comunità. I tanti incontri delle feste, i momenti di preparazione della cresima, l’avvio dei doposcuola con i momenti di mensa e di gioco dove si spezza la gioia del vangelo tra un sorriso e un capriccio, una correzione e un gioco inventato, l’avvio di un nuovo cammino per tanti ragazzi come educatori e quindi l’accompagnarli in questa avventura, l’inizio dei cammini di Pastorale Giovanile, la ripartenza del consiglio dell’oratorio come un organo di scelte pastorali riflettute e condivise, il sognare nuovi progetti per la nostra comunità... quanti rendimenti di grazie! E poi rendere grazie per i giovani che continuano con il loro vissuto a provocarmi, anche con scelte autentiche: il matrimonio di qualche nostro educatore, l’essere genitori e sposi delle giovani coppie, la regola di vita consegnata da Giulia sabato scorso nelle mani dell’Arcivescovo, il ripensare i propri passi da parte di altri con il desiderio di nuove mete nella conoscenza teologica e nel percorso di fede. Lo Spirito sospinge una comunità se una comunità si affida al suo soffio e alle direzioni che lui indica: questo è l’augurio che faccio a ciascuno dei nostri ragazzi della cresima, ma soprattutto alle loro famiglie e a chi sta leggendo queste righe. Non chiudiamo le nostre orecchie al messaggio di amore che il Padre continua a donarci ogni giorno "Tu sei il Figlio mio l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", ma continuiamo insieme ad ascoltarlo e a saper condividere le gioie e le fatiche dei nostri cammini, a saper condividere la bellezza di accompagnare verso nuove mete. Sì questa è la grazia bella che ho ricevuto, anzi che abbiamo ricevuto, ognuno nella sua vocazione, il mandato che abbiamo rinnovato domenica scorsa di fronte alla domanda dell'Eunuco a Filippo: Come posso capire se nessuno mi aiuta? Una domanda che è nostra, che è dei nostri ragazzi, che è di tutti... una domanda a cui lo Spirito non rimane sordo, e la cui risposta sta proprio nella gioia del camminare con stima sincera e attenzione reciproca insieme! Don Matteo

 Sospinti dallo Spirito

La via del popolo cristiano in quest’oggi. Per esser parte di chi si alza

Cosa c’entriamo noi con il percorso sinodale che la Chiesa universale intraprende oggi? Domanda paradossale: perché sarebbe come dire cos’ha a che fare con noi credenti la Chiesa. Possiamo chiamarla in cento modi affettuosi, tutti belli e giusti: madre, casa, famiglia, maestra... Ma è anche e soprattutto «il popolo santo di Dio», come ama dire il Papa: siamo noi. Noi cattolici della domenica, noi impegnati nelle sue molteplici attività, noi che stiamo più fuori che dentro, noi che stiamo così dentro da far parte del consiglio pastorale, noi catechisti o educatori, noi distratti partecipanti a qualche liturgia ogni tanto, laici e consacrati, dediti o scettici, mistici o gente di poca preghiera, iper-responsabili o perennemente "sulla soglia". Noi così come siamo, imperfetti e sgualciti, senza pagelle né lista dei buoni e dei "rivedibili". E allora, tanto per cominciare il Sinodo aperto questa mattina dal Papa in San Pietro consiste nel tornare a vederci per quello che siamo semplicemente perché battezzati: popolo di Dio, Chiesa. Con tutto ciò che comporta in termini di partecipazione, corresponsabilità, impegno di condivisione, diritto di parola e dovere di ascolto. La Messa domenicale (o più frequente), la cattolicità poco più che anagrafica o lo stesso coinvolgimento in un’attività pastorale non esauriscono l’appartenenza al corpo vivo della Chiesa. Per quella è più che sufficiente essere ciò che siamo, sentendoci chiamati proprio per questo a esser parte di chi si alza in piedi. E se la Chiesa cui apparteniamo viene messa in cammino dal Papa per un viaggio alla riscoperta di se stessa dentro questa società così multiforme e disorientante la cosa ci riguarda direttamente. Non occorre essere specialisti, o affrontare chissà quale tirocinio, per contribuire a scrivere questa pagina nuova, ciascuno con la sua calligrafia. Si tratta di informarsi, capire e cercare il proprio posto in un viaggio che ha per orizzonte e obiettivo «collaborare meglio all’opera di Dio nella storia», secondo le parole del Papa, e come stile l’ascolto della voce dello Spirito: non poco, certo, ma è quello che dovremmo fare sempre. Non c’è tempo per restarsene in attesa di sviluppi e istruzioni, non sono previste le gradinate per gli spettatori, non c’è margine per lo scetticismo, che negli ambienti ecclesiali è tossico come erba infestante. Il "percorso sinodale" al quale papa Francesco chiama da oggi la Chiesa ci mette in moto tutti, dagli animatori di parrocchia a chi se la cava con quattro pratiche rituali. Perché la Chiesa – cioè tutti noi – è sinodale per natura, e nessuno può sentirsi escluso quando essa avvia un «processo in divenire» e si apre a una «partecipazione vera» per «prendere sul serio il tempo che abitiamo». È il passaggio dalla condizione adolescenziale del non sentirsi mai davvero chiamati in causa perché "non tocca a me" alla consapevolezza adulta di essere dentro una famiglia nella quale ognuno è insostituibile. Le forme di questo "percorso" verranno, un passo dopo l’altro: non facciamoci divorare dalla fretta di vedere, capire, giudicare. La Chiesa italiana si accinge a farci partecipi di una scansione di tempi e modi da qui al 2025. Ma l’essenziale oggi non è neppure questa mappa generale, pur decisiva per orientarci nel tempo lungo che ci attende. Oggi conta saperci Chiesa, sentircene sanamente orgogliosi e lieti, per il semplice fatto che siamo stati chiamati a farne parte attiva portandoci dentro tutto di noi stessi, limiti e incoerenze compresi. A mettersi in cammino oggi non è la "nazionale dei già santi", o un manipolo di professionisti della pastorale, ma tutto il popolo, uno per uno. Diversamente si rischia di mettere in scena una sacra rappresentazione poco credibile e ancor meno attrattiva, che deraglia dalla strada tracciata da «comunione, partecipazione e missione» – sono sempre le parole del Papa,meditando ieri sulla strada per la quale si inoltra lui davanti a tutti –, cedendo alle perenni lusinghe del «formalismo», dell’«intellettualismo» e dell’«immobilismo». Qui c’è ben più di un «evento», di un «gruppo di studio», del «si è sempre fatto così». Fermiamoci un attimo a considerare l’occasione, e a meditare la scena che si apre davanti ai nostri occhi. Perché torna a passare accanto alle nostre reti vuote il Signore che mi chiama per nome, come in un nuovo mattino sulla riva del mondo. Francesco Ognibene, da "Avvenire" del 9 ottobre 2021

La via del popolo cristiano in quest’oggi. Per esser parte di chi si alza