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Beato Carlo d'Asburgo

 

Chi visita la Chiesa di Velate resta colpito da un quadro collocato di fianco all’altare del Crocifisso: è il ritratto di Carlo e Zita d’Asburgo, ultimi sovrani dell’Impero austro-ungarico. Uno dei nipoti dell’Imperatore, l’Arciduca Martino d’Asburgo Este, nel 2006 ha donato alla Chiesa di S. Stefano in Velate una preziosa reliquia del nonno che è stato l’ultimo  Beato proclamato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004. Papa Wojtyla era particolarmente legato alla figura dell’Imperatore Carlo perché suo padre, ufficiale dell’esercito polacco, gliene parlava spesso e aveva scelto per lui nel 1920 il nome (Karol) del giovane imperatore in esilio. Questo grande Papa ha voluto che il Beato Carlo venisse ricordato il giorno 21 ottobre (data del suo matrimonio con Zita, Serva di Dio) e la Chiesa ha scelto il 22 ottobre per fare memoria di Papa Wojtyla …. Lo spazio a disposizione per questo numero di “In cammino” è limitato, prossimamente pubblicheremo una traccia biografica del Beato Carlo d’Austria. La sua vita merita di essere conosciuta per il suo grande impegno nel cercare la pace durante la Prima Guerra Mondiale e la sua grande testimonianza di fede.                  Don Chi visita la Chiesa di Velate resta colpito da un quadro collocato di fianco all’altare del Crocifisso: è il ritratto di Carlo e Zita d’Asburgo (foto a lato), ultimi sovrani dell’Impero austro-ungarico. Uno dei nipoti dell’Imperatore, l’Arciduca Martino d’Asburgo Este, nel 2006 ha donato alla Chiesa di S. Stefano in Velate una preziosa reliquia del nonno che è stato l’ultimo Beato proclamato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004. Papa Wojtyla era particolarmente legato alla figura dell’Imperatore Carlo perché suo padre, ufficiale dell’esercito polacco, gliene parlava spesso e aveva scelto per lui nel 1920 il nome (Karol) del giovane imperatore in esilio.Questo grande Papa ha voluto che il Beato Carlo venisse ricordato il giorno 21 ottobre (data del suo matrimonio con Zita, Serva di Dio) e la Chiesa ha scelto il 22 ottobre per fare memoria di Papa Wojtyla …. La sua vita merita di essere conosciuta per il suo grande impegno nel cercare la pace durante la Prima Guerra Mondiale e la sua grande testimonianza di fede.                  Don Adriano Breve traccia bibliografica Carlo di Asburgo, nacque in Austria nel castello di Persenburg il 17 agosto 1887. Dotato di notevole intelligenza, ricevette una formazione universitaria e militare. Il 21 ottobre 1911 sposò la principessa Zita di Borbone Parma e fu un matrimonio di  intenso amore e profonda fede.Il 28 giugno 1914 a Sarajevo venne ucciso l’erede al trono Franz Ferdinand,  attentato che innescò il  primo conflitto mondiale.Il 21 novembre 1916 morì l’imperatore Francesco Giuseppe I e nel pieno della guerra Carlo divenne imperatore d’Austria e re d’Ungheria. I suoi principi religiosi e morali lo portarono, da imperatore, a credere in una radicale riforma dello stato e a porre l’obiettivo della pace al centro di tutti i suoi sforzi. Dotato di un fortissimo senso di responsabilità sociale, conduceva anche una vita ricca di fede e di spiritualità. Divenuto sovrano, soppresse le manifestazioni sfarzose della vita di corte, introducendo uno stile di vita decisamente sobrio.Promosse tutta una serie di iniziative sociali a favore dei suoi popoli, specie i più poveri. Sollevò subito dall’incarico il feldmaresciallo Conrad, comandante dello stato maggiore, perché insensibile al tema della pace. Carlo, benché fornito di ottima preparazione militare, fu l’unico fra i belligeranti ad accogliere l’accorata richiesta di pace di papa Benedetto XV che dichiarò la guerra una inutile strage. Fin dall’inizio del suo governo, in un famoso discorso, dichiarò esplicitamente che la Pace era il suo principale obiettivo.Intraprese varie iniziative di pacificazione con le altre potenze, senza riuscire a prevalere nella cerchia dei generali e statisti tedeschi; non andarono in porto nemmeno due tentativi di pace separata sostenuti anche dalla diplomazia vaticana.Così da parte degli alleati, da parte tedesca e da parte di austriaci pangermanici, venne sempre più isolato e fu imbastita una enorme propaganda contro il giovane sovrano.Non riuscì, anche se la progettò con lungimiranza, a realizzare una riforma costituzionale dello Stato in forma confederale perché non trovò attorno a sè nessun uomo politico, disposto ad appoggiare i suoi piani di riforma. Il 4 novembre 1918, a seguito del crollo militare sul fronte italiano, firmò l’armistizio con l’Italia e, come conseguenza, la monarchia danubiana decadde e in Austria venne proclamata la Repubblica. Carlo si ritirò, per evitare spargimenti di sangue e una guerra civile,  ma senza abdicare come sovrano (sentiva che Dio gli aveva affidato il futuro dei suoi popoli) e per questo fu privato di tutti i suoi beni. Il capodanno del 1919 a guerra perduta Carlo fece cantare il Te Deum di nella Cattedrale di Vienna per ringraziare il Signore della pace sopraggiunta.Dopo varie vicissitudini fu esiliato insieme alla moglie Zita ed ai figli a Funchal nell’isola portoghese di Madeira. Senza risorse economiche, la famiglia dovette vivere in uno stato precario (ma diceva a Zita “abbiamo perso tutto, ma abbiamo la fede che è il tesoro più grande”) Nella primavera del 1922, per il freddo e l’umidità della casa dove abitava in gravissime ristrettezze economiche, l’imperatore Carlo fu colpito da una forte influenza che si trasformò in broncopolmonite e lo portò alla morte il primo aprile di quell’anno. Ultimo sovrano della duplice monarchia austro-ungarica, ne dovette subire il crollo, pur essendo tanto superiore ai suoi predecessori, per religiosità, dirittura morale, visione sociale e riforma dello Stato in senso confederale. Anatole France, premio Nobel per la Letteratura nel 1921, ateo e dichiaratamente anticlericale, scrisse di lui: “L’imperatore Carlo è l’unico uomo decente, emerso durante la guerra, ad un posto direttivo; ma non lo si ascoltò. Egli ha desiderato sin­ceramente la pace, e perciò viene disprezzato da tutto il mondo. Si è trascurata una splendida occasione”. Questa brevissima biografia può essere ampiamente integrata andando sul sito www.beatocarloinitalia.it Nella chiesa di Velate nel  terzo venerdì di ogni mese viene celebrata alle 18.00 una Santa Messa per la Pace dei Popoli all’altare del Crocifisso dove è collocata l’urna con la reliquia del Beato Carlo.La Parrocchia di Velate con questa iniziativa si è inserita nella Gebetsliga (Lega di Preghiera) con modalità ben descritte nel sito appena citato.Chi volesse aderire può prendere contatto con la Parrocchia. 

Beato Carlo d'Asburgo

Racconta e testimonia la Parola di Dio

 

Nella prima lettera ai Corinti (9,16), Paolo afferma: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. E’ il riferimento per la nostra vita di credenti. Diversi Giudei si erano avvicinati alla comunità cristiana di Gerusalemme, subito dopo la Pentecoste. Presto però devono lasciare la Città Santa; la lapidazione di Stefano aveva dato inizio a una persecuzione capillare; i cristiani dovevano essere scovati e condotti in tribunale. Tante persone della comunità cristiana lasciano i loro fratelli di fede, in particolare gli apostoli. Loro stessi li invitano a rifugiarsi lontano dalla Giudea. Diversi di essi arrivano ad Antiochia, città molto conosciuta dell’Anatolia del sud, dedita al commercio; città molto ricca e vivace intellettualmente. Lì si recano dapprima nella sinagoga a raccontare di Gesù ai fratelli ebrei; poi si recano in piazza e dialogano con i greci, abitanti della città; erano tutti pagani. “E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore” (Atti 11,21). Anche a noi il Signore chiede di annunciare e di testimoniare. Si diventa determinati a vivere secondo il Vangelo e a testimoniarlo agli altri quando ci si sente accompagnati quotidianamente dal Signore Gesù e dal suo Spirito. L’amore, gratuito e abbondante, che ci viene offerto chiede di essere messo a disposizione di coloro che incrociamo nella nostra esistenza quotidiana. Occorre oggi ridire il Vangelo con forza e convinzione. Occorre promuoverlo per amore del Signore e per amore di questo mondo in cui il Signore ci ha posto. Il nostro Arcivescovo Tettamanzi ci ricorda: “Una semplice pastorale di conservazione, oltre che ad essere sterile, si dimostra irresponsabile e oggettivamente peccaminosa, perché sorda alla voce di Dio e alla sua chiamata”. La formazione ad una fede adulta esige l’educazione a “pensare” la fede, a rafforzare, pertanto, con una consapevolezza che ci aiuta a “rendere ragione della speranza che è in noi”. Non esiste una fede vera che non sia una fede pensata, che evidenzi l’adesione d’amore al Signore Gesù. La missione ha essenziale e irrinunciabile bisogno di comunione; essa costituisce il fine e, in un certo senso, la sostanza stessa della missione. Ci conferma chi è il Signore Gesù e di quale qualità è la sequela del discepolo. Occorre promuovere e conservare la dolce e confortante gioia dell’evangelizzare, anche quando si semina, nonostante la sofferenza e le lacrime. Tante persone, spesso un po' smarrite, ricercano, a volte nell’angoscia, a volte nella speranza, di dare risposte alle domande che attraversano la loro esistenza. E’ necessario che abbiano a ricevere la Buona Notizia, non da evangelizzatori tristi e ansiosi ma da ministri del Vangelo, la cui vita dona speranza a motivo della gioia che, per primi, hanno ricevuto dal Signore Gesù. Forse diventa realmente necessario convertire il nostro cuore. Don Peppino

Racconta e testimonia la Parola di Dio

Le scuole: la vita che riprende

 

Cari genitori, abbiamo ripreso la scuola materna con grande gioia nostra e dei vostri figli, la bellezza di sentire le voci nei corridoi, gli abbracci alle maestre , il correre all'armadietto per portare un disegno fatto per mamma e papà. La vita che riprende dentro un piccolo spazio di normalità, così come scendere in giardino e usare finalmente i giochi che da tanto tempo ci stavano aspettando. E non fa nulla se poi si deve sanificare perché la gioia del sorriso di un bambino non ha prezzo. Non c'è nulla di più bello che sentirsi amati ed è quello che si percepisce qui. Amati da Gesù amiamo così come sappiamo con i nostri limiti e i tanti doni ricevuti che a volte ci dimentichiamo di avere. A queste due righe allego con piacere l'articolo del dott.Pala che come psicologo ci segue facendo un percorso formativo per le maestre e se riuscissimo sarebbe bello iniziare un percorso di conoscenza per argomenti anche con voi. Buona lettura e buon inizio anno.                                                                         Suor Gioia RICOMINCIARE AD ANDARE A SCUOLA La scuola riapre: forse si, forse no, chissà come e cosa potrà succedere, speriamo di non dover richiudere di nuovo. Quante volte in queste settimane abbiamo sentito queste frasi! Da un lato l’attesa di una conferma, dall’altro i dubbi, l’incertezza sul quando e come sarebbe avvenuta questa apertura. Anche la nostra Scuola ha riaperto e il come lo ha fatto è il risultato del lavoro preparatorio che ha impegnato durante l’estate tutte le persone che, a vario titolo, ci lavorano. Si è così riusciti non solo a definire e concretizzare tutte le procedure richieste dalle Autorità, ma soprattutto a garantire ai bambini e alle loro famiglie la possibilità di “stare a scuola” non solo in sicurezza ma per un tempo significativo. Questo partendo dalla consapevolezza che la vera sfida era riuscire a garantire ai bambini e alle loro famiglie la sensazione di “sentirsi accolti” nonostante i vincoli imposti dalle procedure di protezione e distanziamento. Del resto la specificità dell’Asilo Nido e della Scuola dell’infanzia, rispetto ad altri ordini di scuola, è quella di essere un luogo fondato sull’incontro quotidiano fra più generazioni (i bambini, le educatrici, i genitori e anche i nonni!). Allora per noi la frase chiave è che se è vero che dobbiamo metterci la mascherina sulla bocca e sul naso e questo copre il nostro sorriso e rende più ovattata la nostra voce non per questo abbiamo la mascherina sugli occhi! E allora si tratterà di trovare nuovi modi per stare in contatto. A volte basta “rispondere a uno sguardo” per far sentire all’altro che ci siamo, siamo lì con lui. E questo avviene quando il rispondere non è qualcosa di formale, un “atto dovuto per buona educazione” ma ha i tratti del cor-rispondere, a partire dal cuore, dalle emozioni che si sentono. E su questo ci hanno commosso gli slanci di gioia dei bambini quando il primo giorno di scuola hanno re-incontrato le loro “maestre”, la loro voglia di correre loro incontro, di abbracciarle. E in questo c’è tutta la differenza rispetto a quanto abbiamo vissuto nel periodo del lockdown. C’è una frase che, nella sua “durezza” che toglie il fiato, sintetizza quel periodo: “Noi che cantavamo dai balconi e contavamo i morti”. E’ indubbio che questa pandemia è stata per molti anche l’esperienza del dolore per la perdita delle persone care e che c’è la paura che tutto questo ritorni. Ma anche allora “cantavamo dai balconi”, ci dicevamo: ce la faremo anche se ci parlavamo da lontano: dai balconi o attraverso una videochiamata con whatsapp. Continuavamo a sperare. E adesso questa speranza si è concretizzata. Possiamo tornare a scuola, ritrovare i nostri ritmi quotidiani. Certo tante cose sono cambiate. Non ci si può abbracciare, stringere la mano. Ci si può salutare toccandosi con i gomiti. Che a questo punto non è certo dare una gomitata, ma un modo per essere in contatto anche fisico che ha la forma, con un gioco di parole, del CONTATTO. Un contatto fatto con tatto, senza violare le regole del distanziamento ma senza, per questo, rinunciare alla prossimità!                                                                                Dott. Luigi Pala, psicologo

Le scuole: la vita che riprende

8 Novembre - giornata nazionale dei poveri

 

“IO HO VISTO IL MARE” In questa giornata dei poveri mi viene in mente il racconto di un poeta slavo che, essendo nato in alta montagna, da piccolo aveva il grandissimo desiderio di vedere il mare. I suoi genitori, che non erano ricchi, fecero di tutto per realizzare questo suo grande desiderio e finalmente un giorno si poterono permettere il viaggio per andare al mare. Arrivato alla spiaggia il ragazzo si sedette assorto in contemplazione, stette a lungo a guardare e poi si girò verso i genitori con gli occhi colmi di lacrime e piangendo ripeteva: “Io non vedo il mare!“. I genitori sconfortati lo portarono in una locanda lì vicina per mangiare qualcosa prima di ripartire e mentre aspettavano entrarono marinai e pescatori di rientro da una lunga giornata di fatica. Il ragazzo guardò a lungo i loro occhi stanchi e i solchi del vento e del sale sui loro volti, eccitato esclamò: “Ora ho visto il mare!“. La verità di ogni cosa non la si capisce attraverso ragionamenti astratti ma nella relazione con chi la vive e ne è testimone. Se in questo racconto il mare è parabola di Dio Padre, allora chi sono coloro che lo manifestano e ci mettono in relazione con Lui? Chi dobbiamo guardare negli occhi per conoscerlo, chi ci mostrerà il suo volto? Il Figlio Gesù ce lo ha raccontato, lui che è stato nomade, emigrato, straniero, povero, solo, abbandonato, allontanato, malgiudicato, sofferente... lui che nel supremo fallimento della morte in croce come bestemmiatore ci ha mostrato il volto di Dio.  Tendere la mano al povero è entrare in questo mistero, fermarsi a guardare negli occhi il disperato è vedere la sua bellezza, servire in umiltà chi ha bisogno è comprendere che siamo una cosa sola in Lui e che non possiamo amare Dio senza amare il fratello… anche quello che non ci piace. Questo tempo di pandemia e di fatica   ci ha reso tutti un po’ più poveri e fragili  ma ha fatto fiorire nel cuore di molti tanta generosità e impegno, testimonianza di un Dio che dà senso alla sofferenza, che la abita per starci vicino. Non torniamo indietro fratelli non lasciamoci prendere dalla paura, non lasciamo indietro nessuno e, nella carità reciproca, ripetiamo con il poeta (Leopardi stavolta) ch’è dolce naufragare in questo mare. In questa domenica nella S. Messa prefestiva di Avigno e in quella delle 11 a Bobbiate, i volontari della Caritas della Comunità riceveranno il mandato (privilegio direi!) di servire Dio Padre nei suoi figli più poveri: non sentirti estraneo e sii anche tu vicino al fratello che soffre con quello che puoi e con quello che sei e là dove non riesci ad arrivare incoraggialo a rivolgersi a noi. Nessuno sia lasciato da solo perché tutti siamo fratelli e sulla stessa barca attraversiamo il mare dell’amore infinito di Dio.  Suor Maura Come contattare la CARITAS? Secondo le norme stabilite dalla Caritas Diocesana il Centro d’ascolto in questo periodo di pandemia riceve solo su appuntamento quindi occorre telefonare al numero 0332229543 o scrivere una mail   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   per poi essere richiamati.  Se vuoi puoi rivolgerti  direttamente a Suor Maura 3490089930 che ti metterà in contatto con chi poi ti potrà dare una mano. Se non hai telefono o mail lascia pure il tuo recapito ai volontari della distribuzione (venerdì in via Bolchini - Masnago) o ai sacerdoti della comunità che riferiranno alla suora o al CDA: troveremo il modo di venirti a trovare!  

8 Novembre - giornata nazionale dei poveri

Un nuovo anno scolastico: la preghiera dell'Arcivescovo

«Noi contiamo su di voi perché siamo convinti che la scuola non sia anzitutto una organizzazione burocratica», «ma una comunità rassicurante per tutti, capace di contrastare le prepotenze del bullismo, lo scoraggiamento delle frustrazioni, la decadenza della pigrizia», perché testimoniate «che vale la pena diventare adulti», «perché siete una pluralità di competenze che rendono credibile che si possa diventare comunità educante e non solo liberi professionisti», perché siamo persuasi che «l’investimento irrinunciabile è sulla cultura, l’educazione, la speranza». Inizia con queste parole il videomessaggio che l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha voluto rivolgere agli insegnanti di tutte le scuole di ogni ordine e grado a pochi giorni di una riapertura resa quest’anno più complicata dalle misure di contenimento della pandemia di Covid 19. «Ogni inizio è segnato da promesse e interrogativi, quest’anno poi in modo particolare si affollano inquietudini e incertezze. Tuttavia noi crediamo che i docenti siano capaci di vincere l’ossessione dei protocolli, l’angoscia dell’imprevedibile, la tentazione di scansare le responsabilità – continua monsignor Delpini -. Quello che importa sono i contenuti dell’insegnamento, la qualità dello stare insieme, l’attenzione ai percorsi degli studenti nella singolarità delle loro situazioni e possibilità», sottolinea l’Arcivescovo. «La comunità cristiana è alleata della scuola», dice ancora monsignor Delpini in conclusione: «In questo anno scolastico rinnoviamo il proposito e la dedizione, gli investimenti e la creatività per rendere desiderabile il futuro, accessibile il mondo del lavoro, realizzabile la vocazione di ciascuno»

Un nuovo anno scolastico: la preghiera dell'Arcivescovo

Perchè i santi?

 

I nostri amici protestanti non approvano il culto dei Santi. Perché, invece, noi cattolici ci facciamo un principio di celebrarli lungo l'anno liturgico, in occasione delle loro feste? I Santi sono il vangelo vivente lungo la storia dell'umanità. Se guardiamo alla figura del Signore Gesù, ci accorgiamo che Egli è così perfetto in ogni aspetto della sua umanità che subito ci appare impossibile imitarlo totalmente. Ci sono così tante sfumature nella sua personalità e santità che un solo uomo non potrebbe mai sognarsi di riprodurle nella sua vita: la sua mitezza, la sua umiltà, il servizio dato fino alla morte, la sua sapienza, la sua fedeltà, la povertà... Se abbiamo letto la vita di qualcuno dei santi, avremo certamente notato che ognuno di essi ha messo in luce in modo prevalente, come una sua personale caratteristica,  una prerogativa della figura di Cristo: chi la carità estrema, chi il servizio al popolo di Dio, chi l'arte di educare, chi la povertà, chi la mansuetudine, chi il profondo legame con Dio nella preghiera... Ognuno dei santi ha una sottolineatura spirituale specifica con la quale ha cercato di dare unità all'intera sua vita. In questo i santi sono come una traduzione attualizzata lungo i secoli di come si debba vivere almeno un aspetto del vangelo, sono un vangelo vissuto e testimoniato per noi. Ognuno di noi dovrebbe indagare quale virtù del Cristo più lo affascina per farne il centro propulsore della propria crescita spirituale, così come hanno fatto i santi. E non sarebbe errato scegliere quel santo che meglio l'ha attuato e farlo diventare nostro modello da imitare. I santi: amici di Dio e degli uomini. Essi ora dimorano presso il Signore, nella  gloria del cielo, ma sono consapevoli delle loro radici avute qui sulla terra. Hanno praticato lo sforzo ascetico per emendarsi dai loro difetti, hanno meditato a lungo sulla Parola di Dio, hanno chiesto perdono per le loro colpe, hanno pregato per ottenere la forza di vincere il maligno, hanno sofferto con gli uomini del loro tempo e alcuni di essi sono morti per testimoniare il Signore Gesù e la nostra fede. Sanno bene la fatica del divenire cristiani, giorno dopo giorno. Per questo, ora che sono presso Dio, come suoi amici, intercedono  per noi e lo pregano ancora per i fedeli del suo Figlio. Noi sappiamo che possiamo ricorrere a loro e contare sulla loro intercessione, in forza  della comunione dei santi che non si estende solo tra i membri della Chiesa terrena, ma si  allunga anche fino alle soglie del cielo. Correggendo l'errore di molti che ai santi si rivolgono solo per chiedere grazie materiali, impariamo a domandare il progresso nelle virtù cristiane come essi hanno praticato: non sono dei mediatori del nostro benessere sulla terra (anche se a volte ci ascoltano perfino in questo) ma esempi che possiamo seguire da vicino, proprio perché compagni di vita e di fede. E per questo è cosa bella e giusta saperli pregare. Ma la santità è ristretta solo ai cittadini del cielo? Non dimentichiamo che San Paolo chiamava "santi" i fedeli cui indirizzava le sue lettere perché resi santi dal Battesimo, dalla grazia dello Spirito e dalla Parola di Dio. Tutti noi, dunque, siamo santi e perciò chiamati a manifestare tale condizione con tutta la nostra vita. E questo mi richiama ad un altro pensiero del quale spesso ci dimentichiamo: la santità "feriale" che molto spesso abbiamo visto (e dovremmo imitare) nei nostri "vecchi"; tanti papà e mamme, tanti nonni e nonne che ci hanno insegnato la via della fede, prima ancora che con le parole, con la loro vita di sacrifici e la testimonianza di fiducia nella provvidenza di Dio. C'é una "saggezza teologica" e una profondità di fede da fare invidia anche al più istruito dei dottori della dottrina cristiana: Una "sapienza cristiana" che è entrata nella loro carne anche se molte volte non la sanno esprimere con concetti elaborati come quelli dei teologi. Proprio in questo mese, il 16 ottobre, ricorreva la memoria del Beato Contardo Ferrini il quale ci propone questa sua riflessione: "Ah! quante volte la povera vecchierella della mia montagna che apprese a creder nel Figliuolo del fabbro ed ha conforto e lume in quella fede, potrebbe insegnare a voi e dire meravigliata le parole evangeliche: «Come! tu sei maestro in Israele e ignori queste cose?» (Gv.3,10). Donde tanto lume di Dio nelle anime sante, umili e semplici e senza farina di mondo, senza ingombro di libri? Donde tanto alto sentimento di lui? Quante volte, stanco d'una lunga giornata di cammino sui monti, assiso all'ombra d'un abete che mi difendeva dal sole cadente, ho ragionato col pastore dell'Alpi, colla povera donna, figlia della montagna! E ogni volta fui meravigliato e confuso: tanta era la sapienza della vita, tanto il senso della Provvidenza divina, tanto bassa la stima delle cose terrene, tanta la pace intima e il gaudio d'una vita intemerata! (...) Quanto infinito in quella madre solerte, che educa le generazioni venture e perpetua l'opera di Dio, onoranda per un sacerdo­zio nobile ed efficace; in quella venerabile canizie che narra ai nipoti le uniformi vicende di una vita lunga e povera, ma degna e intemerata". C'è molta santità anche qui sulla terra. Tocca a noi saperla scoprire.                     Don Felice

Perchè i santi?

La prima riunione del Consiglio Pastorale: non ancora un programma, ma un progetto

 

Domenica 6 settembre si è svolto il primo Consiglio Pastorale del nuovo anno 2020/21. A motivo della delicata e incerta situazione che tutti stiamo vivendo per la pandemia, non siamo stati in grado di stilare un programma dettagliato delle iniziative annuali, ma sono veramente grato a tutti i Consiglieri partecipanti perché, attraverso le loro considerazioni e riflessioni, hanno formulato alcuni principi base su cui impostare le iniziative che, periodo dopo periodo, decideremo di attivare. Ne è uscita una sorta di “carta comune d’intenti” che evidenzia bene i “binari” su cui indirizzarci come Comunità Pastorale. Questi “binari” possono essere raccolti attorno a 3 parole-chiave 1.        Chiesa. È risuonata forte questa parola. C’è tanta voglia di essere Chiesa così come la vuole Gesù, che deve tornare ad essere sempre nelle nostre decisioni la premessa e il contenuto di quello che facciamo. Una Chiesa che sia quella del “non fare” tanto per fare, del “non fare” a tutti i costi qualcosa tanto per dimostraci che siamo bravi, siamo capaci, siamo attivi, bensì una Chiesa che sa aiutare a ritornare a ciò che è essenziale, che veramente sostiene la vita quotidiana con le sue provocazioni. Si è avvertita una grande passione del cuore perché la Chiesa, la nostra Comunità concreta, torni ad essere tale perché al proprio interno“sente” la presenza di Gesù, superando il concetto che si è chiesa semplicemente perché ci si lavora dentro. 2.        Insieme. Abbiamo condiviso racconti di esperienze vissute in questi mesi di pandemia che hanno aperto la nostalgia in ciascuno diconoscersi, per imparare a stimarsi e aiutarsi a volersi bene. È stato edificante per me parroco prendere atto che i parrocchiani che è chiamato ad accompagnare e condurre verso il Signore hanno una profonda “sete” di comunicare amicizia e fraternità, che desiderano e chiedono di poter diventare responsabili delle nostre relazioni di comunità. Si avvertiva un profondo desiderio di “essere chiesa” non da soli, ma “in compagnia” e che vivere il Vangelo sostenendoci vicendevolmente è più efficace che non provare a viverlo da soli. Dopo tutto quello che abbiamo passato, ho avvertito la ficcante richiesta di non essere lasciati soli… attraversiamola insieme questa fase della vita! 3.        Camminare. L’ultima parola-chiave che è risuonata in tanti interventi. A questo punto non posso far altro che ringraziare il Signore per essere stato chiamato a guidare una Comunità Cristiana che non ha proprio voglia di sedersi, che non si lascia bloccare dalla paura di ciò che abbiamo attraversato, che non si accontenta di gestire l’esistente, ma chiede di essere aiutata nell’apprendere la difficile arte dell’imparare a discernere, eliminando la tentazione di tentare di tornare a come si era prima. Ho avvertito un desiderio grande di accompagnare cammini, compito che prima veniva considerato proprietà esclusiva dei preti; un desiderio grande di ascoltare e di essere ascoltati; un desiderio grande di esperienze che portino a condividere il Vangelo… Cosa aggiungere? Che il nuovo programma pastorale è ancora tutto da scrivere perché ancora dipendiamo dalle decisioni che di volta in volta verranno prese dai singoli decreti ministeriali… ma il progetto pastorale è certamente ben definito: qualunque siano le attività che verranno proposte, dovranno necessariamente 1.       evidenziare un volto ben preciso di Chiesa 2.       “costringere” a lavorare insieme e non più ciascuno per proprio conto 3.       proporre cammini che aiutino a guardare avanti  … perché tutti abbiamo voglia di vita bella (che non è esattamente una … bella vita!).                                                                                  don Giampietro

La prima riunione del Consiglio Pastorale: non ancora un programma, ma un progetto

"Eccomi, manda me" (Is 6,8)

 

“La missione, la “Chiesa in uscita” non sono un programma una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. E’ Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito ti spinge e ti porta”. Questo ci ricorda papa Francesco nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2020, a cui ha dato il titolo “Eccomi, manda me”. Quando ho risposto per la prima volta con parole simili al vescovo di Milano che mi chiamava per l’ordinazione ministeriale in vista della missione pensavo che bastasse lo slancio iniziale e che comunque fossi uno dei pochi volonterosi, pronti a partire per rifare il mondo. Dopo Padre Adelio toccava a me. La voglia di partire subito era cosi forte che neanche chi mi aveva suggerito di laurearmi in medicina e poi partire era riuscito a trattenermi. L’entusiasmo dei primi giorni si è presto scontrato con le difficoltà dell’ inculturazione, della mole di lavoro, dell’ambiente ostile e delle malattie, ma anche del capire davvero che cosa sia la missione. E mano a mano che la provvidenza mi aiutava a superare un ostacolo e me ne faceva capitare un altro ho capito che quella disponibilità che mi era stata chiesta all’inizio doveva poi essere riconfermata di volta in volta.  Così sono partito con l’aria del benefattore e mi sono ritrovato in missione con la netta sensazione di un beneficiario. Ho imparato che mettersi a disposizione vuol dire saper ascoltare Dio che mi parla attraverso gli altri, sapersi mettere in discussione, saper lavorare con gli altri, saper trasmettere lo stesso entusiasmo agli altri. Quando arrivai in Guinea Bissau, la chiesa locale non era ancora Diocesi, quindi non aveva un vescovo e neppure dei sacerdoti locali. Ora le diocesi sono due, con due vescovi locali, 55 sacerdoti e 30 suore locali. Tre sacerdoti sono stati ordinati nel PIME e si trovano già in missione e una decina di seminaristi maggiori si stanno preparando per partire a loro volta come missionari. Forse la cosa giusta o per dirla con papa Francesco, la disponibilità che viene chiesta ad ogni battezzato è quella di accogliere il testimone per poi passarlo a chi darà continuità alla missione ricevuta. E questa é la missione di ciascuno di noi che il Signore affida con una vocazione speciale ad ognuno nel posto e nell’impegno che gli è stato affidato. L’altra cosa importante che ho imparato in missione è che pur facendo tante cose utili ne rimangono molte altre da fare e comunque da soli risolviamo poco. La persona che si trova a operare in missione è come un relè che permette alla corrente dello Spirito di passare da una parte all’altra. Quante persone sono connesse con me per poter realizzare quelle opere che si sentono di dover condividere. Per me il loro sostegno è utilissimo perché mi permettono di fare “miracoli” e per loro io sono utile permettendo che si realizzino come missionari. Una capillarità enorme della Chiesa che le permette di arrivare fino alle estreme periferie.  Ringrazio la comunità di Velate che non mi ha mai lasciato solo e che mi ha fatto capire che lo Spirito che con loro ho imparato ad ascoltare è ancora Lui che mi “spinge e mi porta” in Guinea Bissau. Un cordiale saluto “a distanza” a tutta la comunità pastorale “Maria Madre Immacolata” e al parroco don Giampietro che con i confratelli sacerdoti la sta guidando. Padre Alberto

"Eccomi, manda me" (Is 6,8)

Sempre dalla parte della vittima amando le umane diversità

 

Luigino Bruni - "Avvenire", martedì 6 Ottobre La fraternità non è una parola semplice. Perché le fraternità sono molte, e non sono tutte né buone né cristiane. Ci sono sempre state persone e comunità che in nome delle loro fraternità hanno scartato e umiliato donne e uomini che non rientravano in quella loro fraternità, che per chiamare alcuni fratelli hanno offeso e ucciso i nonfratelli. Il grande racconto di Caino ci dice che la fraternità del sangue non garantisce nessuna amicizia, e che il fratello può essere il primo assassino. Altre fraternità non hanno visto né voluto le donne, e le hanno eliminate in nome di una fraternità parziale e sbagliata. Molto raramente i fratelli hanno incluso  tutti  i fratelli, ancora più raramente le sorelle tutte. Era perciò importante che papa Francesco in  Fratelli tutti  ci dicesse subito quale fosse la  sua  fraternità. E ce lo ha detto scegliendo la parabola del Buon Samaritano come principale e in certo senso unico impianto teologico ed etico del suo discorso. E scegliendo questa parabola ha fatto una scelta di campo forte, partigiana e parziale. Ci ha voluto dire che la sua è  fraternità universale centrata sulla vittima. Ce lo ha detto fin dal suo primo viaggio, quando scendendo dalla sua Gerusalemme (Roma) scelse Lampedusa come sua Gerico. Una scelta partigiana e parziale, perché l’etica del Samaritano è certamente una base solida e inequivocabile per una civiltà della prossimità e della misericordia, ma è meno ovvia come fondamento di un’etica della fraternità, perché le manca la dimensione decisiva della reciprocità. È meno ovvio perché la fraternità non è solo contenuto dell’azione dell’individuo, non è soltanto un comando rivolto a ciascuno di noi preso isolatamente; la fraternità è anche, e forse soprattutto, un comando che ci viene rivolto in quanto comunità, chiesa, società, umanità, un verbo coniugato alla forma plurale: 'amatevi gli uni gli altri...'. La parabola del samaritano non parla di fratelli di sangue (né prodighi né maggiori), né è direttamente interessata a qualche forma di azione reciproca: c’è una vittima, ci sono due individui separati che passano oltre, e c’è un terzo, il samaritano, che si china e si prende cura di quella vittima. Tra i vari protagonisti non scatta una qualche forma di interazione reciproca – se si eccettua, paradossalmente, quella finale tra il samaritano e l’albergatore. Perché allora il Papa la sceglie come pietra angolare del suo discorso sulla fraternità, dandole una centralità tale da trascurare altri fondamentali passi biblici sulla fraternità nell’Antico e Nuovo Testamento? Dove si trova la 'perla' di quel racconto di Luca, così preziosa da vendere ogni altro tesoro pur di comprare il campo che la contiene? Fratelli tutti  ce lo dice molto chiaramente: la scelta della parabola del Buon Samaritano è essenziale per annunciare oggi una fraternità incentrata sul  contrasto tra prossimità e vicinanza,  che da chiave di lettura della parabola di Luca diventa la chiave di lettura dell’intera terza Lettera enciclica di papa Francesco. A chinarsi e a soccorrere l’uomo mezzo morto imbattutosi nei briganti non furono i due passanti che erano quelli oggettivamente  più vicini  alla vittima – il levita ed il sacerdote erano, come la vittima, giudei, e per di più addetti alla cura in quella società, essendo funzionari del tempio. Erano i più vicini, ma non diventano prossimi. Chi si chinò sulla vittima fu invece il più lontano, da ogni punto di vista (religioso, etnico, geografico, e forse, solo lui, passava anche sul lato opposto della strada). Divenne prossimo colui che aveva  meno ragioni di vicinanza, e per di più appartenente a un popolo 'scomunicato'. Diventa prossimo perché decide di diventarlo, perché, durante un suo viaggio, si imbatte in un evento inatteso, vi riconosce una vittima e sceglie la prossimità. Fratelli di sangue si nasce, prossimi e fratelli nello spirito si diventa scegliendo di diventarlo, oltre ogni ragionamento sui legami di vicinanza. Scrive Francesco: «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. ... Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo » (Ft 67 e 70). Ecco il suo grande messaggio, la perla preziosa, la pietra angolare della sua fraternità: Il prossimo, il fratello e la sorella del Vangelo non sono il vicino. La fraternità di Francesco, che nasce dalla prossimità del Vangelo, si differenzia e si allontana così da tutte le altre fraternità che la storia ha conosciuto e conosce. Allora questi fratelli (e sorelle) non sono i connazionali, non sono quelli che fanno parte della mia stessa comunità, non sono i simili. Non è la fraternità dei tanti 'comunitarismi' e dei tanti 'noi' che oggi stanno fortemente occupando la scena dei popoli e della Chiesa. Non è la fraternità dei vicini, è la fraternità dei lontani. Non è la fraternità degli uguali, è la fraternità dei diversi, non è la fraternità semplice, è la fraternità improbabile: «I gruppi chiusi e le coppie autoreferenziali, che si costituiscono come un 'noi' contrapposto al mondo intero, di solito sono forme idealizzate di egoismo» (89). Questa, invece, è la fraternità di Francesco: finora ce lo aveva detto con mille gesti e tante parole, ora le parole le ha riunite in una lettera al mondo intero. 

Sempre dalla parte della vittima amando le umane diversità

La mancanza: il saluto di Don Nicola

 

Appena arrivato a Varese, Nicolò e Luca (inviati speciali per conto della redazione del fù-Agorà) intervistandomi mi chiesero cosa mi aspettassi da questa nuova esperienza pastorale. Risposi che non avevo delle particolari aspettative, mi sarei messo in ascolto di Dio e avrei fatto il possibile per non intralciare il lavoro che Lui stava già facendo, accompagnando e favorendo un incontro con Lui. È andata così? L'opera di Dio la si riconoscerà come in trasparenza guardando, con una sempre maggior distanza, alcuni iniziali segni che posso avere il sapore dei frutti. Quindi sarà il tempo a dirlo. Intanto io porto a casa una significativa esperienza di comunione (che ho già descritta su queste pagine lo scorso giugno), diverse relazioni di stima e amicizia e un'accresciuta maturità umana e pastorale offertami dal complesso contesto delle nostre otto parrocchie e delle sue molteplici iniziative. E anche molto altro di diversa rilevanza. Mi porto via un ulteriore dono, che vorrei accoglieste anche voi come uno dei più preziosi che ci fa il Signore. La mancanza.Ma non tanto la mancanza di qualcuno o qualcosa: un prete, delle amicizie, delle abitudini o altre particolari responsabilità che nuovi contesti non ripropongono. No. La mancanza in quanto tale. Quella che non devo colmare con la nostalgia, il rimpianto o le corse compulsive a visitare qualcuno o a cercare una relazione ?perduta?. Perchè ogni mancanza, in fondo, è mancanza di Dio. E solo se la si accetta come incolmabile e si è man mano capaci di non riempirla con qualsiasi cosa che sia umana o terrena (anche la più significativa relazione), allora sarà colmata da Dio. L'unico che ne ha vera capacità. E' come un posto vuoto, dentro di noi, che possiamo scegliere di tenere appositamente libero; perchè aspettiamo Qualcuno.Non ci è subito chiaro chi sia. E i molteplici desideri della nostra vita lo contengono sempre, anche se in maniera talora molto spuria. Ma solo la capacità di non soddisfare ogni desiderio (a maggior ragione se scade in una banale ?voglia?) permette di farne emergere la più profonda aspirazione. Allora sarà più chiaro chi è questo Qualcuno, che avete lungamente e meritatamente atteso. Rimanere ?vuoti? perchè l'attesa sia colmata da qualcun'Altro ha quindi una prima forma per entrambi: per me e per voi. Quale vostro dono mi accompagnerà lasciando Varese? Che non riempia ma permetta ad entrambi di rimanere un po' ?vuoti??Necessità materiali non ne ho; qualche futilità sì...ma le futilità ritengo sia bene le misuri da me col mio portafoglio. Converrete che non è tempo di spese futili. Ecco allora che se qualcuno ha piacere di lasciarmi un segno di comunione e riconoscenza ne offro due modalità: 1. la prima: un album di foto; di ciascuna parrocchia, di ciascun gruppo di lavoro...raccolte come preferite. Le custodirò ricordandomi di voi nel pensiero e nella preghiera.2. La seconda: un aiuto economico nel redistribuire ricchezze da Varese verso altre destinazioni dove vivono persone più bisognose. Per questo indico tre iban: i primi due con reali necessità materiali e il terzo giusto per conoscenza e per il valore educativo che ha e che mi pare importante si possa pian piano cogliere sempre più. Eccoli:Caritas della Parrocchia San Giovanni Crisostomo, via Cambini 10 Milano: IBAN: IT19F0311101637000000010285 ? causale: "donazione liberale per famiglie povere"Caritas Ambrosiana Onlus - Donazione detraibile/deducibile. IBAN: IT17Y0521601631000000000578 ? causale: "fondo San Giuseppe" Entrambe queste destinazioni andranno per situazioni di famiglie che stanno vivendo gravi disagi a causa della pandemia ancora in corso.   ? Con la terza si gioca in casa. Le nostre ci paiono sempre necessità, ma rispetto ad altre sono irrisorie. Pertanto mi preme solo ricordare ancora l'alto valore educativo che ha per una comunità investire nelle risorse educative per le giovani generazioni. Il sostegno che è importante continuare a dare (in termini economici, ma soprattutto di tempo e risorse umane) è per le iniziative educative della nostra comunità pastorale tramite la raccolta fondi Insieme Ingioco. L'iban non sto ad indicarlo, lo si trova comodamente sul sito della CP. Qualcuno di voi mi ha già fatto avere un presente: se era denaro, dopo avervi ricordato in una messa, è stato destinato ad una delle necessità di cui sopra. Se era un dono concreto vi suggerirei (per onestà nei confronti dei poveri) di poter devolvere, almeno la stessa cifra della spesa per il mio regalo, per loro. Non sia mai che vi assumiate la responsabilità di aver donato ad un ricco avendo dimenticato i poveri! E vi aspetto poi domenica 20 settembre a Bobbiate per un ultimo saluto! Vi chiedo anche di pregare con me e la mia nuova comunità domenica 27 settembre, giorno in cui farò l'ingresso formale. Purtroppo non potrò ospitarvi per via dell'esiguo numero di posti in chiesa che attualmente non permette nemmeno a tutti i parrocchiani di partecipare. Troveremo certamente un'occasione successiva per ricevere la vostra visita in quel di Dumenza.Grazie ancora e buon cammino!                                                                                     Don Nicola

La mancanza: il saluto di Don Nicola