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“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due” (Gaudete et exsultate, 141)

 

La tematica proposta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni per tutto l’anno pastorale e in particolare per la Giornata Mondiale delle Vocazioni del prossimo 25 aprile, si ispira ad una espressione di papa Francesco, contenuta nella Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, 141 nella quale viene evidenziata l’importanza della comunità: “la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”. Il motto di quest’anno vuole sottolineare quella dimensione forse ancora troppo poco evidenziata ed approfondita che riconosce alla vocazione una dimensione personale e, proprio per questo, comunitaria. La vocazione non è mai soltanto mia ma è sempre anche nostra: la santità, la vita è sempre spesa insieme a qualcuno e per qualcuno. E questo è un elemento essenziale di ogni vocazione nella Chiesa.  Anche Papa Francesco, nel messaggio scritto per questa giornata, presentando la figura di San Giuseppe come custode delle vocazioni, ci ricorda proprio questo: “Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). L’epidemia di covid-19, nel picco raggiunto nella scorsa primavera, ha fatto emergere una consapevolezza sottolineata anche da papa Francesco in quell’iconico momento di preghiera del 27 marzo 2020: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca” (Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).  Siamo tutti sulla stessa barca e nel tempo della tempesta possiamo diventare solidali, perché riconosciamo il legame che tutti ci unisce e che solo dà vita oppure possiamo lasciar emergere i pensieri peggiori, iniziando ad odiarci gli uni gli altri, a guardarci come avversari, nemici, come incursori o come minacce.  In questo tempo diventa urgente riflettere, pensare, contemplare il legame come elemento essenziale della nostra persona. Che la vita e la storia sono intessute in un intreccio di legami che soli offrono la possibilità di lasciar scorrere la vita dello Spirito, cioè la vita stessa. Senza, la vita, non è possibile. La vocazione è così: “Se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. [Il patriarca Bartolomeo] ci ha proposto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare e non semplicemente a rinunciare. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che voglio io a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. È la liberazione dalla paura, dall’avidità, dalla dipendenza” (Francesco, Laudato si’, 11).  La vocazione è la mia parte, quella che posso fare e che posso fare io soltanto, sempre insieme agli altri. Tutto questo è accompagnato dalla nostra fedeltà al Signore come ricorda sempre Papa Francesco: “Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte. Ciò corrisponde alla laboriosità mansueta e costante con cui svolse l’umile mestiere di falegname (cfr Mt 13,55), per il quale non ispirò le cronache del tempo, ma la quotidianità di ogni padre, di ogni lavoratore, di ogni cristiano nei secoli.  Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). Don Michele Galli,  Vice Rettore del Biennio Teologico del Seminario Arcivescovile di Milano

“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due”  (Gaudete et exsultate, 141)

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

 

Il nostro Arcivescovo, nella lettera inviata all'intera comunità diocesana per la celebrazione della Quaresima e della Pasqua, ha un  passaggio molto importante sul tema dei percorsi penitenziali, sottolineando che "il sacramento della riconciliazione è un dono troppo trascurato". Eppure è il centro di tutta la nostra fede! Che è venuto a fare tra noi il Signore Gesù se non per riconciliare l'umanità peccatrice con il Padre? E perché questo avvenga, bisogna che i credenti facciano penitenza e confessino i loro peccati. Molti sono i modi con cui chiediamo il perdono di Dio. Un atto sincero di contrizione, quando non fosse possibile accedere alla confessione sacramentale, in attesa di poterci accostare al sacramento della Penitenza. Nella celebrazione eucaristica attraverso l'atto penitenziale all'inizio della messa; nella preparazione alla comunione  (O Signore io non sono degno ...),  in varie preghiere e acclamazioni (Kyrie eleison) noi già chiediamo perdono per le mancanze di ogni giorno. Ma la fede che professiamo ci ha indicato due modi fondamentali per chiedere il perdono dei peccati: la confessione individuale e quella comunitaria. La confessione individuale, innanzitutto: "Credo che oggi sia più che mai importante l'incontro con il confessore per dialogare, aprirsi alla Parola di Dio, porre domande, accogliere consigli, invocare quel perdono che lo Spirito Santo ci fa desiderare". È da notare, però, che anche la più segreta delle confessioni individuali è, comunque, un atto ecclesiale perché avviene dentro alla Chiesa (non tanto l'edificio quanto la comunità credente)  perché non è solo questione di "mettere a posto la propria coscienza" ma di comprendere che ogni peccato ferisce l'intera comunità dei fedeli, così come ogni atto virtuoso la rende più bella. C'è sempre dentro ad ogni confessione personale oltre che  il vincolo assoluto di segretezza (pena la scomunica del confessore) una dimensione ecclesiale, perché nel riconoscimento del proprio peccato è insito il riconoscimento che tutte le nostre colpe dimostrano che siamo fratelli anche nella lontananza dalla legge di Dio. Come dicevamo nelle brevi catechesi sulla liturgia, ci viene detto di cogliere il riflesso comunitario di ogni peccato: perciò, nello stesso modo che ogni gesto buono e nobile, secondo i comandamenti del Signore, innalza il livello di santità della Chiesa, ogni peccato macchia il volto della sposa di Cristo, dunque non ci è dato di poterci confessare "direttamente" a Dio.  Il Signore perdona immediatamente (cioè senza mediazione) ogni peccato tutte le volte che, sinceramente pentiti ci rivolgiamo a Lui per ottenerne il perdono; ma è necessario essere riammessi alla comunione con il corpo ecclesiale di Cristo mediante la confessione dei peccati e l'attestazione del pentimento fatte al ministro della Chiesa. Una cosa la nostra comunità pastorale non ha ancora colto: la bellezza della celebrazione comunitaria della penitenza. È conseguenza di quanto appena è stato detto: il penitente che chiede perdono assieme agli altri attesta di essere una persona inserita in una comunità. È la solidarietà che Gesù ha manifestato verso la nostra condizione umana. Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. (Romani 5, 12-19). La Parola di Dio ci guida in questo cammino di conversione;  perciò fare insieme l'esame di coscienza ed ascoltare l'insegnamento che ci viene dal Signore ci porta alla consapevolezza che dobbiamo rispondere a Lui che ci chiama e ci aiuta a leggere la nostra vita con lo sguardo della sua misericordia. La celebrazione comunitaria  mette in evidenza la grazia del perdono come gesto ecclesiale  che rinnova il dono battesimale e incoraggia alla perseveranza nel bene e alla coerenza della vita. Al contrario della confessione personale questo non è il luogo della direzione spirituale: questa deve essere lasciata ad un colloquio personale, in altro tempo che sia più confacente a tutti quei chiarimenti e consigli  che vogliamo ricevere dal confessore. Non è nemmeno il luogo della verbosità nell'accusa. bisogna esser semplici nell'ammettere e descrivere i propri peccati. Ci sono tanti penitenti che sembra vogliano svolgere  un trattato di teologia per  descrivere lo stato della loro coscienza.  Brevità, semplicità e consapevolezza di essere fratelli nel peccato oltre che nella grazia sono le caratteristiche della celebrazione comunitaria della penitenza insieme alla solennità del rito con cui riconosciamo davanti al Signore tutta la nostra indegnità. Chissà se la prossima Pasqua ci vedrà più numerosi e interiormente convinti in questa dimensione del sacramento della riconciliazione! Don Felice

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

 

Anche i Vesperi, come le Lodi, nella Liturgia ambrosiana hanno una struttura diversa rispetto all’Ufficiatura romana. In particolare la nostra preghiera dei Vesperi è ricca di simbolismi, che sono in continuità con l’antica tradizione dell’ufficiatura “cattedrale”. Mentre la liturgia romana ripete sostanzialmente la stessa struttura delle Lodi (con la sostituzione, naturalmente, del “Benedictus” con il “Magnificat”), quella ambrosiana ha uno sviluppo del tutto autonomo rispetto a quello delle Lodi. Lo descriviamo: Parte lucernale: Rito della luce Inno Eventuale responsorio Parte salmodica: Salmi (a doppio schema: festivo o feriale) Prima orazione “Magnificat” Seconda orazione Parte stazionale o processionale: Commemorazione del Battesimo oppure lode in onore del Santo Terza orazione Intercessioni Padre Nostro Benedizione finale Passiamo alla descrizione di tutti questi momenti: IL RITO DELLA LUCE E’ ritenuto il rito più antico dell’ufficiatura dei Vesperi; affonda le radici nel sacrificio vespertino giudaico nel quale si preparavano le lampade e si offriva l’incenso sull’altare. Con tale rito, da subito, la comunità cristiana intendeva rendere grazie al Signore per il dono della luce che aveva riportato tutto all’evidenza; questa era, però, segno della “luce divina” della rivelazione; in questo ambito nacquero testi di lode a Cristo, acclamato come “Luce del mondo”. I nuovi lucernari, di cui la Liturgia ambrosiana si è arricchita nei secoli, sviluppano anche il tema del cristiano e della Chiesa che diventano, a loro volta, luce attraverso una testimonianza coerente del Vangelo. LA SALMODIA E IL “MAGNIFICAT” Due sono gli schemi della salmodia ambrosiana, quello feriale e quello festivo. Il primo prevede la recita di due salmi adatti alla celebrazione vespertina; questa è un’attenzione che ha anche la liturgia romana; frequenti sono anche i temi tipici della conclusione della giornata: l’abbandono fiducioso in Dio, la speranza in Lui, la gratitudine per i doni ricevuti. Lo schema festivo invece prevede un solo salmo (ricordiamo l’esigenza di brevità della Liturgia “cattedrale”), seguito da due brevi salmi di lode: 133 e 116; il primo di questi salmi è, ancor oggi, utilizzato nella liturgia ebraica. Segue la prima orazione che attinge ai temi fondamentali evidenziati dai salmi appena recitati. Vertice della salmodia vespertina è il “Magnificat”, preghiera di grande intensità, che unisce i due sentimenti di lode e di ringraziamento. Segue la seconda orazione, di contenuto vespertino; parallela alla prima orazione delle Lodi, di contenuto mattutino. LA COMMEMORAZIONE DEL BATTESIMO E’ l’ultima parte. Presenta una triplice strutturazione: feriale, festiva, dei santi. Nei primi due casi si parla più propriamente di Commemorazione del Battesimo; anticamente si poteva snodare una processione verso il Battistero; e questo a memoria della rinascita battesimale. E’ un richiamo costante a rivisitare le scelte battesimali e le concretizzazioni che poniamo nel quotidiano. San Paolo ci ricorda che “….. siamo stati sepolti in Cristo, in una morte simile alla sua, per risorgere con Lui in una vita nuova” (Rom 6,5). Dovremmo promuovere, nel nostro cammino spirituale, la consuetudine di sostare a pregare davanti al Battistero. La Lode ai santi. Nelle feste e nelle solennità dei santi la parte stazionale diventa un atto di lode al santo, che si ricorda. Per due volte, a cori alterni, si recita una particolare antifona, chiamata sallenda, inframmezzata dal Gloria. Al termine si prega con la terza orazione. A questo punto ci sono le intercessioni; a differenza delle acclamazioni alle Lodi, queste preghiere riguardano maggiormente le situazioni dell’esistenza concreta che viviamo; l’ultima è sempre dedicata ai defunti.Si termina con il Padre Nostro e la Benedizione finale. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

L'ombra del Padre

 

Mi accompagna da sempre il desiderio di approfondire la conoscenza di San Giuseppe attraverso i testi del Vangelo. È il Santo di cui porto il nome. Negli anni ’80 ho letto un libro di Jan Dobraczynsky, uno scrittore polacco, dal titolo: “L’ombra del Padre”. L’autore ricostruisce, sotto la forma di un romanzo, l’esperienza di Giuseppe; un libro veramente affascinante. Torno frequentemente a leggerne qualche pagina.  Un secondo riferimento: in una delle sue prime omelie, il 19 marzo 2013, sei giorni dopo la sua elezione, Papa Francesco si chiedeva: “Come vive la sua vocazione il custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto non tanto al proprio”.  L’ascolto della Parola, anche quella suggerita nei sogni, è la caratteristica fondamentale che attraversa la vita di Giuseppe; una Parola accolta nel silenzio e nella determinazione ad affidarsi. Non sempre comprende del tutto quanto gli viene chiesto; sceglie comunque di essere docile alle sue indicazioni. Del resto Maria, al termine dell’annuncio dell’Angelo Gabriele, riflette e afferma: “Sia fatta la tua volontà”. Giuseppe, infatti, diventa custode perché stupisce di fronte alla Parola; ritorna su quanto ha ascoltato e dichiara, consapevolmente, la sua disponibilità; si lascia guidare dal Signore. Sa leggere con realismo gli avvenimenti; è attento a ciò che lo circonda; cerca sempre di prendere la decisione più saggia. Ogni tanto penso, ad esempio, alla grandissima fatica che può essere stato per lui il viaggio in Egitto: un cammino lunghissimo, a piedi, con una giovane donna, poco più che adolescente e con un bambino appena nato. Nel silenzio, e con premura, assume questa responsabilità e la vive concretamente; con determinazione; la conduce a compimento. L’importanza di Giuseppe nella storia della salvezza sta senz’altro nel ruolo assunto: quello di essere padre di Gesù e sposo di Maria. Intenso e significativo è il passaggio di Papa Francesco, nella lettera “ Patris Corde ”, là dove sottolinea come la grandezza di Giuseppe sta nella sua scelta vocazionale, quella di essere accanto al Figlio di Dio e a Maria, ponendosi al servizio del disegno di amore che il Padre aveva pensato per la salvezza dell’umanità. Alla sua famiglia ha donato tutto, a partire da quella indicazione che aveva ricevuto dall’Angelo, in sogno. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (Mt 1, 18-21) Papa Francesco, a questo proposito, ricorda come, ricorrendo i 150 anni della dichiarazione con cui Pio IX  l’8 dicembre 1870 indicava San Giuseppe come Patrono della Chiesa Cattolica, abbia pensato di collegare la vita silenziosa, docile e sapiente del falegname di Nazareth alla percezione chiara che “le nostre vite, in maniera particolare in questi mesi di pandemia, sono tessute e sostenute da persone comuni, solitamente dimenticate, che non compaiono nei titoli dei giornali ... ma che oggi stanno scrivendo pagine decisive per la nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti ai supermercati, alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose, ... senza dimenticare mamme, papà, educatori ...; hanno compreso che nessuno si salva da solo”. E sono veramente tante le persone che ci circondano e che ogni giorno vivono le relazioni con grande pazienza, infondono speranze e consolazione, allontanano sentimenti di delusione e di amarezza. È necessario che anch’essi facciano memoria di San Giuseppe; lui, pur essendo accanto alle due creature più importanti dell’umanità, è passato praticamente inosservato; ha vissuto un’esistenza quotidiana nascosta e discreta; ha sostenuto i passi e le scelte della sua famiglia, ha testimoniato a tutti l’importanza dell’affidamento al Signore; anche quando non si riesce a comprendere totalmente il suo disegno. Il piccolo Gesù ha potuto vedere la tenerezza di Dio nella figura di Giuseppe; una vera luce per i suoi passi; ha respirato quell’atmosfera che noi tutti vorremmo donare alle persone a cui vogliamo bene. Il Signore vuole scrivere pagine belle anche attraverso le nostre scelte quotidiane; chiede a ciascuno di noi di essere portatori di speranza. Giuseppe è luce per il cammino di ciascuno di noi. Don Peppino

L'ombra del Padre

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

 

All’interno del discorso ampio e generale sulla storia della Liturgia delle Ore scegliamo di inserire il discorso sull’ufficiatura della Chiesa Milanese, connotata con l’aggettivo di “ambrosiana”. I documenti che sono la fonte della nostra Liturgia delle Ore risalgono all’epoca medioevale; documentano però uno stadio più arcaico dei testi utilizzati; parte dei quali risale ai secoli V-VII. L’impalcatura ufficiale è rimasta pressoché immutata fino all’inizio del Concilio Vaticano II; la fisionomia globale pertanto è rimasta sostanzialmente inalterata attraverso i secoli. In particolare, in questa riflessione, ci soffermiamo sulle Lodi, chiamate anche Lodi mattutine. La struttura di questa preghiera del mattino è notevolmente diversa tra il rito romano e quello ambrosiano. Le mettiamo a confronto: Liturgia romana Inno Salmo mattutino Cantico dell’Antico Testamento (nelle solennità) Salmo laudativo Lettura breve e responsorio Cantico di Zaccaria (Benedictus) Intercessione Padre Nostro Orazione Benedizione Liturgia ambrosiana Cantico di Zaccaria (Benedictus)       Prima orazione Antifona ad crucem con orazione (nelle solennità) Cantico dell’Antico Testamento Salmi laudativi Salmo diretto  Seconda orazione Inno Acclamazione al Signore Padre Nostro Benedizione Descriviamo la struttura della liturgia ambrosiana - Il Cantico di Zaccaria (Benedictus) è un solenne inno biblico di apertura della preghiera del mattino; è l’invito, che si rinnova ogni giorno, ad accogliere la visita del Signore Gesù, che è “il sole” che illumina le tenebre del mondo: “verrà a visitarci un sole che sorge dall’alto”. Si fa memoria del testo di Malachia (3,20): “Per voi, invece, cultori del mio Nome, sorgerà il sole di giustizia…” Questo “sole di giustizia”, preannunciato dai profeti, è il Signore Gesù. - La prima orazione sottolinea gli atteggiamenti da assumere all’inizio di una giornata. - Nelle principali feste e solennità è prevista l’antifona “ad Crucem”. Nasce come antico rito, probabilmente originato nella liturgia bizantina. Durante il canto di questo testo veniva portata all’altare una croce circondata da ceri accesi; davanti alla croce il presbitero celebrante recitava una seconda orazione, che si riferiva alla solennità che si stava celebrando. - La salmodia: è costantemente strutturata in tre parti: cantico dell’Antico Testamento, salmi laudativi, salmo diretto. Nelle solennità è normalmente recitato il primo cantico di Mosè (Esodo 15), il canto pasquale della tradizione ebraica; nelle normali festività viene, invece, ricordata la prima parte del Cantico dei Tre Fanciulli (Deut. 3); è la lode di tutte le creature per il Signore che le ha portate alla luce. Fanno parte del nucleo originario delle Lodi i salmi “in laudate” dove ritorna continuamente il concetto dell’importanza di lodare il Signore per il grande amore che quotidianamente ci dona. A questi si aggiunge poi il salmo 116, che chiama tutti i popoli a lodare il Signore. La salmodia si conclude con il “salmo diretto”; è recitato da tutti. È scelto a partire dal suo riferimento, all’inizio della giornata; normalmente identifica un tema a cui ci si riferisce poi per l’intera giornata. L’orazione che segue riesprime, in riferimento a Cristo e alla Chiesa, il contenuto principale del salmo diretto. - L’inno e le acclamazioni a Cristo Signore. L’inno (alla domenica si utilizza quello di Sant’Ambrogio, Splendor Paternae Gloriae = Splendore della gloria del Padre) esprime, attraverso immagini poetiche, la fede nel Cristo Signore, figlio di Dio. In particolare utilizza il simbolo della luce, per rendere lode a Cristo, sole e aurora per la vita dei cristiani.  Le sei acclamazioni che seguono, a cui si risponde Kyrie eleison, sono nell’Ufficiatura delle Lodi e sono in totale 188; si riferiscono a Gesù, a partire da quello che Lui, nel Vangelo, ha detto di sé stesso; prendono spunto anche da altri testi della Scrittura. Sono una quotidiana catechesi sulla figura di Gesù Cristo. - Padre Nostro e conclusione. Il Padre Nostro è, nell’Ufficiatura ambrosiana, la vera orazione conclusiva; ad essa non si deve aggiungere nulla. Dopo aver proclamato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, ogni altra preghiera umana, per quanto intensa e bella, si rivelerebbe superflua. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

Proclamiamo la tua risurrezione!

Dalla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua "Celebriamo una Pasqua nuova" Il mistero pasquale risplende nel suo centro sorgivo dell’annuncio della risurrezione, impopolare, incomprensibile per la cultura del nostro tempo. Anche nei secoli passati, anche al principio della missione cristiana nel mondo, anche nella tradizione biblica il tema della speranza nella risurrezione è piuttosto straniero. La sapienza di Gesù Ben Sira (l’autore del libro del Siracide, ndr) offre molti spunti utili per la vita, ma non affronta i temi ultimi, come molta parte della tradizione biblica e della cultura antica. E il fallimento della predicazione di Paolo ad Atene attesta che la risurrezione della carne suonava fantasia ridicola alla sapienza della cultura ellenistica. Nel nostro tempo non siamo molto originali: anche la cultura contemporanea, almeno quella che si respira nel contesto europeo, mi sembra incline a escludere la risurrezione della carne dall’orizzonte del pensiero e dell’immaginazione. Mi sembra quindi che si possa dedurne che la speranza di vita eterna non trova casa in Europa: la risurrezione di Gesù e la promessa che ne viene suonano affermazioni incomprensibili e incredibili. Per conto mio, ne ricavo l’impressione che il ritorno di interesse per la spiritualità o addirittura la ricerca di Dio siano espressione di una ricerca di qualche forma di contributo per “stare bene con se stessi”. Talora si ha l’impressione che i cristiani siano smarriti e timidi nel custodire questa differenza decisiva rispetto a coloro «che non hanno speranza» (1Ts 4,13). I cristiani sembra che siano più riconoscibili per una specie di malumore nei confronti del tempo in cui vivono, per un richiamo a precetti morali, invece che, in primo luogo, per il fatto che confessano lieti la risurrezione di Gesù, credono la risurrezione della carne e la vita eterna, sperano nella risurrezione con lui, per sé e per tutti. Sento la responsabilità di fare quello che posso e invitare tutti a rinnovare l’annuncio della risurrezione e la testimonianza nella nostra fede nel Crocifisso risorto. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

Proclamiamo la tua risurrezione!

Gli Esercizi Spirituali

 

Nell'A.T. Abramo (Gn 12,1), Mosè (Es 3, 1-6; 19,3-25) ed Elia (1 Re 19,1-8) sono stati chiamati da Dio per un incontro personale in un momento di solitudine e di preghiera. Da sempre Dio è  colui che "attira a sé e conduce nel deserto per parlare al cuore" (Osea 2,16). Proprio il riferimento al deserto ci induce a leggere in questa ottica il tempo degli esercizi spirituali che stiamo per vivere in questa quaresima. Non possiamo dimenticare l'esperienza di Giovanni il Battista  (Luca 3,2) raggiunto dalla Parola di Dio che gli rivela la sua missione di "voce che grida nel deserto" e di Gesù (Luca 4,1-2) che nel superare le tentazioni  accoglie il progetto del Padre sul modo della redenzione. Nella preghiera tutti costoro si incontrano con Dio, ne comprendono la volontà di salvezza e conoscono i mezzi di cui servirsi per ottenerla in dono. Come nel deserto, negli esercizi spirituali dobbiamo cercare, innanzitutto il silenzio e la solitudine. Nel deserto non ci sono voci o folle: siamo soli con noi stessi e con Dio, se ci rivolgiamo a lui. Nell'affrontare questa settimana di interiorità sarà necessario liberarci da tutti gli scalpori della nostra vita quotidiana, saper spegnere tutti gli strumenti che possono distrarci dall'ascoltare l'unica voce che vogliamo udire, quella di Gesù, che parla al nostro cuore seduto al pozzo di Sichar come con la samaritana. Certamente in una famiglia non sarà possibile evitare l'impegno che le incombenze quotidiane danno come necessarie  ai genitori e ai figli; ma un po' di digiuno televisivo, soprattutto dei programmi fondati sul gossip e il pettegolezzo, un po' di meno di musica e di chiacchiere  con amici e conoscenti, potrebbero essere un primo modo di ascoltare seriamente la voce del Signore e la sua Parola, perché "non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Nel deserto ci serve solo ciò che è essenziale: l'acqua e il cibo. È l'esperienza fatta dall'antico Israele nel suo cammino verso al Patria Promessa. C'é un'acqua "che zampilla per la vita eterna" ed è quella che dobbiamo chiedere, come la Samaritana: "Dammi di quest'acqua perché io non abbia più sete" ed è l'acqua dello Spirito  che ci permetterà di adorare in spirito e verità; ed è il cibo delle Eucaristia, la nuova manna, cibo di viaggio verso l'incontro con Dio. La celebrazione della S. Messa domenicale, che molti per pigrizia sostituiscono con l'ascolto domestico, dimenticando la dimensione comunitaria della nostra fede, sarà il luogo sacro della nostra quaresima. Nel deserto è necessario saper camminare con una meta da raggiungere, per non perderci nella solitudine. È ciò che Abramo ha fatto, fidandosi di Dio: "Esci dalla  tua terra  va' dove ti mostrerò". La fede di Abramo è quella di chi non vuole chiedere conto a Dio della strada che ci fa fare nella vita o del perché di certi passi o circostanze: è quella di chi si affida alla sapienza del Signore che vede ogni nostro passo e ci sorregge con amore, anche in ciò che non comprendiamo. Solo così compiremo "le opere del Padre nostro" come ha fatto Gesù. Il libro dell'Esodo ci narra che il popolo di Dio camminava alla luce di un nube luminosa per lui e tenebrosa per gli Egiziani. Senza la luce che viene dal Signore, senza la sua Parola "che illumina i nostri passi" non è possibile raggiungere la meta alla quale il Nostro Dio vuole condurci: la Patria Promessa. Se la nostra cecità ci impedisce di ammirare il volto del Figlio di Dio, venuto in mezzo a noi, è necessario andare alla piscina dell'Inviato, come il cieco nato.  Quaresima è tempo di illuminazione per ciò che è veramente necessario  alla nostra fede e alla nostra vita. Siamo già stati tuffati nel bagno battesimale: è ora di rivivere quotidianamente gli impegni che in quel giorno i nostri genitori hanno preso per noi e che ognuno di noi si è assunto personalmente con gli altri Sacramenti della iniziazione cristiana: "Voi siete la luce di questo mondo" ci ha detto il Signore. e questa luce è quella sapienza il cui dono dobbiamo chiedere: "Dammi la Sapienza che siede in trono accanto a Te". Questo cammino non può che portare alla grande speranza che è racchiusa nel  cuore di ogni vero credente: la vita eterna. Marta, Maria e Lazzaro  ne sono la testimonianza piena: "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto". Ma Gesù è qui, in questi giorni santi della quaresima, per rinnovare in noi la consapevolezza che il nostro cammino non termina su questa terra ma è verso quella Patria Promessa che ci attende presso il nostro Padre nei cieli. Questo è il principio della gioia del credente; un cristiano non può esser triste; anche la penitenza quaresimale deve essere accompagnata dalla letizia. Noi dobbiamo avere sempre qualche ramo di palma e di ulivo da agitare perché l'incontro con il nostro  Signore sia prodromo alla gioia eterna del cielo e alla gioia che farà sussultare i nostri cuori all'annuncio  "Christus Dominus resurrexit". Ci siamo accorti che le sei domeniche di quaresima, oltre che ad essere una profonda catechesi battesimale, sono anche una pista  tracciata per non vivere superficialmente un tempo di grazia che il Signore, anche quest'anno, ci sta donando. Don Felice

Gli Esercizi Spirituali

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

 

Vogliamo rispondere alla domanda: “Qual è il senso profondo di questa preghiera che la Chiesa ci offre per accompagnare il nostro cammino spirituale?” C’è un approccio al Signore, che potremmo definire “culto naturale”; racconta di una umanità che cerca di raggiungere Dio per placare il suo possibile risentimento a motivo dei nostri peccati; per intercedere ed ottenere da Lui qualche favore. La liturgia cristiana, invece, in continuità con la visione del culto propria anche dell’ebraismo biblico, parla di un Dio che discende verso ogni donna ed ogni uomo; a loro chiede innanzitutto l’accoglienza della proposta di salvezza che Lui ci offre; è Lui che ci viene incontro, che butta nel profondo del mare il nostro peccato ed intesse con noi un dialogo. All’origine c’è il mistero di un Dio che si rivela a noi; la sua presenza è Grazia che eccede ogni possibile nostra richiesta. Secondo la scuola benedettina la Liturgia è “opus Dei”; è l’opera che il Signore mette in atto per la nostra salvezza, per dare luce e profondità al nostro percorso interiore. Il centro della nostra preghiera è la scelta del Signore di donarci la sua salvezza. Solo dopo aver accolto, nella fede, un regalo così grande, il credente può rispondere con la sua preghiera di gratitudine e di lode per quanto riceve ogni giorno; può immergersi nella misericordia del Signore; può chiedere di essere sostenuto dentro le sue fragilità. La Liturgia delle Ore è contemporaneamente accoglienza della Parola che salva ed espressione di lode, di ringraziamento, di supplica. Essa è la preghiera “ufficiale” di una Chiesa che riconosce la presenza di un Signore che, ogni giorno, bussa alla sua porta (Ap. 3,20). Non vuole mortificare la libertà di una preghiera personale che deve, invece, fluire di pari passo con la preghiera della comunità. E’ una preghiera che ha sfidato la prova del tempo in ogni Chiesa del mondo cristiano; essa, pur nella varietà delle diverse tradizioni orientali e occidentali, è giunta inalterata fino a noi nelle sue modalità fondamentali e nelle sue finalità. La fonte che ispira la Liturgia delle Ore è la Sacra Scrittura; è la parola di Dio; è l’inesauribile serbatoio da cui attinge testi e da cui è illuminata nelle varie orazioni che rivolge al Signore. Il libro dei Salmi è l’elemento portante dell’intera ufficiatura. Ci aiuta a promuovere il dialogo di salvezza tra il Signore Dio e la sua comunità; non si affievolisce mai. Ci chiediamo: perché la Chiesa di ogni tempo e di ogni tradizione ha scelto i Salmi per strutturare la sua preghiera ufficiale? Essi hanno una straordinaria capacità di leggere, anche con modalità altamente poetiche, i sentimenti, le attese, i timori, la sete di Dio presente nell’umanità di ogni tempo. Da subito poi, nella Chiesa dei primi secoli, si percepisce come i Salmi possano essere concretamente riletti come preghiere capaci di parlare già, tanti secoli prima, della figura di Gesù Cristo e del Vangelo che ha annunciato. Un’antica tradizione, risalente addirittura al II secolo, aveva sintetizzato la sua riflessione, a questo riguardo, affermando: “Il Salmo è la voce di Cristo; il Salmo è preghiera diretta a Cristo”. In definitiva con la salmodia della Liturgia delle Ore, il Signore Gesù indica alla comunità cristiana di ogni momento della storia una Parola di salvezza; la Chiesa, che sceglie di essere fedele a Lui ritrova, in questo incontro quotidiano, il senso della propria missione nel mondo. Lasciarsi educare dalla presenza, nella nostra vita, della Liturgia delle Ore è un rimedio sicuro contro gli eccessi e le esagerazioni del devozionalismo soggettivo. Una sapiente preghiera, formulata dai credenti, non può essere esclusivamente eucaristica o mariana, o penitenziale; occorre sia una sintesi equilibrata delle riflessioni e dei sentimenti che attraversano l’esistenza umana. Santa Gertrude (1256-1302), monaca cistercense, considerata la più grande mistica del secolo XIII, chiedeva al Signore che la sua preghiera fosse sempre in armonia con la liturgia della Chiesa; è la strada sapiente a cui ci educa la Liturgia delle Ore. Don Peppino

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

Alleluia!

 

D alla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Celebriamo una Pasqua nuova” Alleluia! Alleluia! C’è un’esultanza nel canto dell’alleluia pasquale che ha un’intensità unica. Le espressioni “trattenute” del nostro giubilo sembrano quasi una costrizione della gioia nell’angustia di un adempimento. La storia della musica e del canto liturgico propongono tante interpretazioni dell’alleluia e le nostre corali nei giorni di Pasqua sanno far vibrare non solo le vetrate ma anche i cuori dei presenti. È la gioia che viene da Dio: alleluia! La morte è stata vinta, Gesù è risorto! Alleluia! Viviamo di una vita che non finisce, la vita di Dio! Alleluia! La morte in croce di Gesù ha rivelato il compimento dell’amore e la potenza di Dio che ha irradiato la sua gloria per riempire tutta la terra! Alleluia! Con il battesimo siamo introdotti nel popolo santo di Dio! Alleluia! La vita nuova che ci è donata è principio del popolo nuovo, Chiesa dalle genti, che percorre la terra per annunciare la speranza: Alleluia! I nostri peccati sono stati perdonati! Alleluia! L’amore che viene da Dio ci rende fratelli e sorelle con legami d’amore che ci rendono un cuore solo e un’anima sola: Alleluia! La celebrazione della Pasqua si distende per cinquanta giorni e lo Spirito di Dio ci aiuta a entrare nel mistero accompagnati dai riti della liturgia. Invito ogni comunità a curare le celebrazioni. Il gruppo liturgico, le corali, il Consiglio pastorale, le diverse tradizioni culturali e abitudini celebrative presenti nella Chiesa dalle genti, tutti possono essere chiamati a contribuire per interpretare e predisporre i segni del convenire, la festosa cornice dell’ambiente, le luci, i profumi, i canti, tutto quello che precede e segue la celebrazione. Sarebbe bello che tutto l’ambiente circostante si rendesse conto che i cristiani stanno celebrando la Pasqua, la festa che dà origine a tutte le feste, non solo per un solenne concerto di campane, ma soprattutto con un irradiarsi della gioia, della carità, delle parole della speranza. Mario Delpini Arcivescovo di Milano

Alleluia!