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La mancanza: il saluto di Don Nicola

 

Appena arrivato a Varese, Nicolò e Luca (inviati speciali per conto della redazione del fù-Agorà) intervistandomi mi chiesero cosa mi aspettassi da questa nuova esperienza pastorale. Risposi che non avevo delle particolari aspettative, mi sarei messo in ascolto di Dio e avrei fatto il possibile per non intralciare il lavoro che Lui stava già facendo, accompagnando e favorendo un incontro con Lui. È andata così? L'opera di Dio la si riconoscerà come in trasparenza guardando, con una sempre maggior distanza, alcuni iniziali segni che posso avere il sapore dei frutti. Quindi sarà il tempo a dirlo. Intanto io porto a casa una significativa esperienza di comunione (che ho già descritta su queste pagine lo scorso giugno), diverse relazioni di stima e amicizia e un'accresciuta maturità umana e pastorale offertami dal complesso contesto delle nostre otto parrocchie e delle sue molteplici iniziative. E anche molto altro di diversa rilevanza. Mi porto via un ulteriore dono, che vorrei accoglieste anche voi come uno dei più preziosi che ci fa il Signore. La mancanza.Ma non tanto la mancanza di qualcuno o qualcosa: un prete, delle amicizie, delle abitudini o altre particolari responsabilità che nuovi contesti non ripropongono. No. La mancanza in quanto tale. Quella che non devo colmare con la nostalgia, il rimpianto o le corse compulsive a visitare qualcuno o a cercare una relazione ?perduta?. Perchè ogni mancanza, in fondo, è mancanza di Dio. E solo se la si accetta come incolmabile e si è man mano capaci di non riempirla con qualsiasi cosa che sia umana o terrena (anche la più significativa relazione), allora sarà colmata da Dio. L'unico che ne ha vera capacità. E' come un posto vuoto, dentro di noi, che possiamo scegliere di tenere appositamente libero; perchè aspettiamo Qualcuno.Non ci è subito chiaro chi sia. E i molteplici desideri della nostra vita lo contengono sempre, anche se in maniera talora molto spuria. Ma solo la capacità di non soddisfare ogni desiderio (a maggior ragione se scade in una banale ?voglia?) permette di farne emergere la più profonda aspirazione. Allora sarà più chiaro chi è questo Qualcuno, che avete lungamente e meritatamente atteso. Rimanere ?vuoti? perchè l'attesa sia colmata da qualcun'Altro ha quindi una prima forma per entrambi: per me e per voi. Quale vostro dono mi accompagnerà lasciando Varese? Che non riempia ma permetta ad entrambi di rimanere un po' ?vuoti??Necessità materiali non ne ho; qualche futilità sì...ma le futilità ritengo sia bene le misuri da me col mio portafoglio. Converrete che non è tempo di spese futili. Ecco allora che se qualcuno ha piacere di lasciarmi un segno di comunione e riconoscenza ne offro due modalità: 1. la prima: un album di foto; di ciascuna parrocchia, di ciascun gruppo di lavoro...raccolte come preferite. Le custodirò ricordandomi di voi nel pensiero e nella preghiera.2. La seconda: un aiuto economico nel redistribuire ricchezze da Varese verso altre destinazioni dove vivono persone più bisognose. Per questo indico tre iban: i primi due con reali necessità materiali e il terzo giusto per conoscenza e per il valore educativo che ha e che mi pare importante si possa pian piano cogliere sempre più. Eccoli:Caritas della Parrocchia San Giovanni Crisostomo, via Cambini 10 Milano: IBAN: IT19F0311101637000000010285 ? causale: "donazione liberale per famiglie povere"Caritas Ambrosiana Onlus - Donazione detraibile/deducibile. IBAN: IT17Y0521601631000000000578 ? causale: "fondo San Giuseppe" Entrambe queste destinazioni andranno per situazioni di famiglie che stanno vivendo gravi disagi a causa della pandemia ancora in corso.   ? Con la terza si gioca in casa. Le nostre ci paiono sempre necessità, ma rispetto ad altre sono irrisorie. Pertanto mi preme solo ricordare ancora l'alto valore educativo che ha per una comunità investire nelle risorse educative per le giovani generazioni. Il sostegno che è importante continuare a dare (in termini economici, ma soprattutto di tempo e risorse umane) è per le iniziative educative della nostra comunità pastorale tramite la raccolta fondi Insieme Ingioco. L'iban non sto ad indicarlo, lo si trova comodamente sul sito della CP. Qualcuno di voi mi ha già fatto avere un presente: se era denaro, dopo avervi ricordato in una messa, è stato destinato ad una delle necessità di cui sopra. Se era un dono concreto vi suggerirei (per onestà nei confronti dei poveri) di poter devolvere, almeno la stessa cifra della spesa per il mio regalo, per loro. Non sia mai che vi assumiate la responsabilità di aver donato ad un ricco avendo dimenticato i poveri! E vi aspetto poi domenica 20 settembre a Bobbiate per un ultimo saluto! Vi chiedo anche di pregare con me e la mia nuova comunità domenica 27 settembre, giorno in cui farò l'ingresso formale. Purtroppo non potrò ospitarvi per via dell'esiguo numero di posti in chiesa che attualmente non permette nemmeno a tutti i parrocchiani di partecipare. Troveremo certamente un'occasione successiva per ricevere la vostra visita in quel di Dumenza.Grazie ancora e buon cammino!                                                                                     Don Nicola

La mancanza: il saluto di Don Nicola

Perdono d'Assisi

 

Da mezzogiorno del 1 agosto a tutto il giorno successivo i fedeli possono lucrare l’indulgenza della Porziuncola visitando una Chiesa parrocchiale o una Chiesa francescana e recitando il “Padre Nostro” e il “Credo”.   È richiesta la confessione (anche nei giorni precedenti o successivi), la Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa. TURNI E ORARI CONFESSIONI: Avigno 16.30 don Francesco Lissago 17.00 don Felice Bobbiate 16.30 don Giampietro Masnago 16.30 don Matteo Capolago 17.00 don Nicola Velate 16.30 don Adriano STORIA E SIGNIFICATO DEL PERDONO DI ASSISI: Le fonti narrano che una notte dell’anno 1216, san Francesco è immerso nella preghiera presso la Porziuncola, quando improvvisamente dilaga nella chiesina una vivissima luce ed egli vede sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli dice il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice, il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”. COS'È L'INDULGENZA: Dal Codice di Diritto Canonico, cann. 992-4: L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della chiesa, la quale, come ministra della redenzione, dispensa ed applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati. Ogni fedele può lucrare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie. Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1472-3: Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cfr. Concilio di Trento: DS 1712-1713; 1820]. Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cfr. Ef 4,24]. La distinzione tra pena temporale e colpa preserva e ci permette di tenere insieme: la trascendenza di Dio e l’eccedenza della Sua misericordia; l’autentica libertà dell’uomo (quindi la dignità conferitagli dal Creatore e la conseguente capacità di compiere sempre scelte libere e responsabili); la storicità ed il valore temporale degli atti compiuti, con le relative conseguenze ed il dovere della riparazione; la chiamata a partecipare all’Opera Redentiva di Cristo, per sé e per i fratelli.

Perdono d'Assisi

AAA Cercasi... Volontari per i controlli nelle S. Messe e le pulizie dopo le celebrazioni

Il consiglio pastorale ha deliberato la ricerca di volontari che controllino l'ingresso, l'uscita e che accompagnino i fedeli a vivere in sicurezza e secondo le normative vigenti la celebrazione della S. Messa. Per chi si vuole rendere disponibile, può contattare i seguenti referenti parrocchiali:  Bobbiate :Sara Minazzi 3401950109 Capolago: Paola Acchini 3405572117   Cartabbia: Elisabetta Macchi 3317996457 Masnago: Chiodi Jizel 3387575584 Avigno: Campiglio Alessandra 3495960247 Calcinate del Pesce: don Felice 3930328506 Lissago: Liliana 3389629642 e Franca 3285477029 Velate: Norberto Silvestri  3356928685   AVVERTIAMO ANCHE CHE: E' fatto divieto di partecipare alla messa a chi presenta sintomi influenzali respiratori, temperatura corporea uguale o superiore ai 37,5° C, o è stato in contatto con persone positive a SARSCoV-2 nei giorni precedenti; è chiesto  - l’obbligo di rispettare sempre nell’accedere alla chiesa il mantenimento della distanza di sicurezza, l'osservanza di regole di igiene delle mani, l'uso di idonei dispositivi di protezione personale, a partire da una mascherina che copra naso e bocca; - prendere visione del numero massimo di partecipanti consentito in relazione alla capienza della propria chiesa, oltre tal numero non sarà possibile accedere in alcun modo. - di attenersi a tutte le indicazioni che verranno date dai resposabili dell'accoglienza.

AAA Cercasi... Volontari  per i controlli nelle S. Messe  e le pulizie dopo le celebrazioni

#PieniDiStupore 11: La Chiesa continua a dimorare nello Spirito di Dio

 

«La comunità dei credenti continua a vivere dello Spirito di Dio, continua a partecipare dell’evento di Pentecoste. Perciò la Chiesa continua a dimorare nello stupore. Come sarà la gente che “dimora nello stupore”? Tutti i fedeli della diocesi ambrosiana, come tutti i credenti in Cristo, si sentono convocati a sperimentare quell’essere «stupiti e fuori di sé per la meraviglia» (At 2,7) che la folla dalle molte provenienze e dalle molte lingue ha vissuto a Gerusalemme. Dimorare nello stupore è una condizione spirituale che rende leggeri, lieti, contenti: suggerisce che l’esperienza cristiana è una grazia sorprendente. Prima dei doveri da adempiere, prima delle verità da imparare, prima dei problemi da affrontare, prima delle procedure da osservare, la convocazione di tutti i popoli sul monte del Signore è una festa da celebrare, una sorpresa che commuove e trafigge il cuore». Sono parole del nostro Arcivescovo dalla Lettera introduttiva al documento finale del Sinodo Minore Chiesa Chiesa dalle genti. Lo sguardo ai nostri patroni, la bellezza delle loro vite che possiamo intuire e contemplare nelle immagini sacre che custodiamo nelle nostre chiese, è la bellezza dei credenti stessi. Vogliamo guardare anche a nostri volti e alle nostre vite, alle nostre comunità, ritrovando questo stupore; come dice il nostro Arcivescovo:  l’esperienza cristiana è una grazia sorprendente!  Lo racconterà bene il video che stiamo preparando e di cui avrete già certamente visto il breve trailer; ma vogliamo raccontarcelo anche attraverso queste pagine di In Cammino da ora e fino alla celebrazione del decennio della nascita della nostra comunità pastorale (febbraio 2021). Lo faremo proponendovi alcuni testi, alcune domande, alcune provocazioni a cui potrete anche rispondere. Vogliamo cominciare lanciando per il prossimo mese il tema della PREGHIERA: la relazione con Dio che è anima della nostra fede e della vita di una comunità. Con voi condividiamo queste tre citazioni che ci paiono provocanti rispetto alle nostre esperienze di preghiera. «Non sono un uomo di lettere o di scienza, ma pretendo umilmente di essere un uomo di preghiera. È la preghiera che ha salvato la mia vita. Senza preghiera sarei impazzito da molto tempo. Se non ho perso la pace dell’anima, nonostante tutte le prove, è perché questa pace viene dalla preghiera. Si può vivere alcuni giorni senza mangiare, ma non si può vivere nemmeno un giorno senza pregare. La preghiera è la chiave del mattino e il chiavistello della sera». Mahatma Gandhi, politico e filoso indiano «È la voce della Chiesa che si fa sentire nel canto comune. Non sono io a cantare, ma è la Chiesa, e a me è consentito di partecipare a questo canto come suo membro». Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante in Vita comune «...non è un'evasione fuori dalla storia o un'abitudine alienante che deresponsabilizza l'uomo. La preghiera, infatti, ti spinge a collocarti nella compagnia degli altri uomini e con loro davanti a Dio, per impegnarti in una relazione viva e operativa. […] La tua preghiera responsabile potrà rendere la vita bella a chi ti circonda!» Enzo Bianchi, monaco in Lettere a un amico sulla vita spirituale

#PieniDiStupore 11: La Chiesa continua a dimorare nello Spirito di Dio

Pt. 2 «La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

 

Proseguiamo la pubblicazione di quella parte della Lettera Pastorale “La situazione è occasione” dell'arcivescovo Mario che introduce il tempo di Pentecoste che vivremo fino alle festa della Decollazione di Giovanni il Battista. La lettera risale a settembre 2019 quando ancora non si prevedeva quanto abbiamo attraversato in questi ultimi mesi. Leggerla ci chiederà di cogliere come declinare i principi della Pentecoste nel contesto storico, così ferito eppure così bisognoso delle medesime attenzioni, che stiamo attraversando. 2. Christus Vivit L’annuncio festoso della risurrezione del Signore è destinato a tutti i popoli e a tutte le età. Ma il sinodo dei Vescovi sulla fede e il discernimento vocazionale dei giovani e la pubblicazione dell’esortazione apostolica di papa Francesco, Christus Vivit, impegnano tutti i giovani e tutti coloro che hanno responsabilità nell’ambito della pastorale giovanile a una lettura attenta, a una verifica delle proposte pastorali tradizionali e attuali, a un rilancio della missione ai giovani. Le problematiche spesso rilevate, la constatazione dei risultati stentati raccolti da una dedizione che pure è generosa e intelligente, non devono indurre allo scoraggiamento oppure a un’impostazione selettiva ed elitaria. Piuttosto siamo chiamati ad essere sempre fiduciosi, a continuare ad annunciare il Vangelo e a chiamare a conversione. Dovremmo domandarci come sia possibile che i giovani siano missionari presso i giovani. Non mancano esperienza né riflessioni. Abbiamo però bisogno di fiducia, di gioia, di stima. Non possiamo immaginare strategie complessive né ricette risolutive. Piuttosto siamo chiamati a vivere il tempo come occasione per seminare. L’impegno per la continuità e il rinnovamento del Servizio per i giovani e l’università della diocesi di Milano è una dichiarazione dell’intenzione che la diocesi vuole continuare a investire nella cura per la fede e il discernimento pastorale dei giovani. Tutte le diocesi lombarde si impegnano per una riflessione condivisa, per individuare percorsi promettenti, per invitare forse a un incontro che celebri la gioia di essere giovani cristiani, con un vivo senso di appartenenza alla Chiesa cattolica e la consapevolezza della responsabilità per la testimonianza della fede pasquale presso i coetanei. Sarà forse possibile realizzare un evento per avviare percorsi promettenti di pastorale giovanile. 3. Oratorio 2020 La proposta di raccogliere valutazioni, promuovere riflessioni e qualificare quella struttura provvidenziale, tipica della nostra tradizione che è l’oratorio ha già compiuto molti passi e coinvolto molte persone e comunità. Le acquisizioni che si consolidano orientano a far sì che in ogni comunità pastorale e in ogni parrocchia si costituisca il consiglio dell’oratorio e si avvii la stesura del progetto educativo dell’oratorio. In ogni comunità deve crescere un senso di responsabilità per il proprio oratorio: consentirà di definire meglio il ruolo del prete e di avviare una proposta educativa e gestionale che conservi l’istituzione oratorio nella sua intenzione profonda e nella sua funzionalità attuale. Il coinvolgimento di laici che insieme con il clero si appassionino all’impresa è necessario, tanto più nella costatazione di alcuni dati evidenti. Il numero dei giovani preti si sta riducendo. Si devono interessare dei giovani non solo i preti giovani. Gli stessi preti giovani non devono dedicarsi con tale impegno agli aspetti organizzativi e gestionali dell’oratorio da non aver più né tempo né energie per curarsi di tutti i giovani, anche di quelli che non “vanno all’oratorio” e per essere coinvolti nella complessiva vita della parrocchia. 4. Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa Paolo si commuove per la generosità dei Filippesi: hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo e sentono doveroso aiutare economicamente Paolo perché possa dedicarsi totalmente al suo ministero. Le nostre comunità hanno una tradizione di generosità che ha sempre consentito di disporre di strutture per le attività pastorali: chiese, oratori, edifici per le scuole, per la carità, sale della comunità, case per i preti. Il clero ha sempre avuto la possibilità di dedicarsi a tempo pieno al ministero senza doversi preoccupare del proprio sostentamento. L’introduzione del sistema dell’8x1000 ha reso disponibili risorse che sono state amministrate con sapienza e lungimiranza per la carità, il culto e la pastorale e per il sostentamento del clero. Questo sistema si è rivelato provvidenziale. Ha però avuto, in qualche caso, l’effetto collaterale di delegare al sistema il compito di sovvenire alle necessità materiali della Chiesa. Si è così affievolito il senso di responsabilità dei fedeli per il sostentamento del clero e per le necessità materiali della propria comunità. Invito pertanto a far rifiorire la vostra premura nei riguardi dei preti che svolgono il ministero a servizio della comunità, a contribuire con generosità alle collette proposte per le necessità della Chiesa locale e universale. L’auspicato incremento delle offerte deducibili per il sostentamento del clero e le altre forme tradizionali di offerte per le messe e per le diverse occasioni della vita della parrocchia consentiranno di disporre di risorse maggiori per le necessità dell’aiuto ai poveri nel nostro paese e nei progetti di solidarietà con Chiese di altri paesi. Il capitolo dell’amministrazione dei beni della Chiesa, della cura per le strutture e per la loro destinazione, della gestione ordinaria e degli interventi straordinari si presenta sempre più complesso e gravoso. È un ambito in cui laici competenti, attenti alla normativa e alle finalità specifiche dei beni ecclesiastici, disponibili ad assumere responsabilità, possono offrire un aiuto determinante che sollevi il responsabile della comunità pastorale e il parroco dal dovere di investire in esso un tempo eccessivo. Desidero incoraggiare i membri del consiglio degli affari economici delle parrocchie ad affrontare la questione, ad accogliere le proposte di formazione e di aggiornamento fatte dalla diocesi. Desidero trovare un’occasione per esprimere il mio apprezzamento e le mie raccomandazioni per questo servizio alla Chiesa. Carissimi, giunga a tutti il mio saluto e la mia benedizione. Viviamo un tempo di grazia. Che la grazia porti frutto.

Pt. 2 «La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

Orari delle S. Messe e precetto festivo

1. Le messe in orario feriale di ogni lunedì a partire DA LUNEDÌ 25 MAGGIO avranno carattere festivo e assolveranno il precetto. Sono particolarmente consigliate per chi non lavora e ha più di 65 anni di età. Si aggiunge una s. Messa a Velate, il cui orario verrà comunicato settimana prossima.  2. Le messe a MUSTONATE e a SAN CASSIANO sono sospese e celebrate nello stesso orario nelle rispettive chiese parrocchiali di Lissago (venerdì alle 8.30) e Avigno (il mercoledì alle 17.30). Per gli orari delle S. Messe confronta la pagina Liturgia, Orari S. Messe

Orari delle S. Messe e precetto festivo

#PieniDiStupore 10: vivere la Comunione, il congedo di Don Nicola

 

Dieci domeniche fa, con il gruppo per la comunicazione, abbiamo iniziato a raccontarvi la fede delle nostre parrocchie a partire dalle storie dei santi patroni che le proteggono (iniziammo con san Giovanni Battista di cui celebriamo la festa liturgica proprio nei prossimi giorni e, quindi, oggi la festa patronale di Avigno).  In questo numero mi permetto qualche prima riga di congedo mentre ne approfittiamo per rilanciare il prossimo decennale della comunità pastorale.  È la comunione che fa da denominatore comune. Quella delle nostre collaborazioni in parrocchia, quella della sinergia tra le otto parrocchie della nostra comunità pastorale; con il gruppo per la comunicazione lo abbiamo voluto esprimere anche nel logo di Pieni di stupore: otto cerchi diversi per colore e dimensione che tratteggiano un unico cerchio. Ma questo logo non è che una semplice copertina, una bella carta esterna che prelude a qualcosa di più. Vogliamo introdurvi man mano a questo di più. E oggi lo facciamo presentando il trailer di un documentario che uscirà il prossimo autunno (visibile sui social e sul sito della comunità pastorale da oggi) e che fa parte delle diverse iniziative con cui vogliamo sottolineare il prossimo nostro decennale. Esso racconterà e testimonierà che solo quando un Amore più grande ci coglie di sorpresa e ci stupisce, allora gli uomini e le donne credenti rinsaldano la comunione, diventano comunità. E’ la nostra storia, simbolicamente raccontata nella sua interezza da testimonianze di alcuni di noi che la scorsa estate hanno accolto l'invito di questa iniziativa.  Storia di luci e di ombre, di consolazioni e desolazioni, di corse e rallentamenti. Come ognuno di noi sa ed ha sperimentato in questi dieci anni. Questo è il Vangelo. Non la perfezione innata. Ma la costante fiducia dei miseri (che siamo noi e le nostre povere comunità) in Colui che tutti fa perfetti. Attraverso la comunione.  Avviando il congedo da questa comunità pastorale, mi permetto di iniziare ad esprimere riconoscenza a questa esperienza comunitaria per aver educato il mio cuore e il mio ministero di prete a questa importante verità. Annunciare il Vangelo è vivere la comunione.  Innanzitutto sono profondamente persuaso (so che qualcuno sorriderà all’udire questa espressione che sa mi piace particolarmente usare!) che le comunità pastorali il Signore le abbia volute, e la Chiesa umilmente si lasci anche ferire da chi nei confronti di esse si mostra recalcitrante, perché le singole parrocchie avrebbero potuto essere un ostacolo alla comunione tra credenti, fonte di divisioni e rivalità, che talvolta abbiamo ben conosciuto.  In secondo luogo annunciare il Vangelo è vivere la comunione tra singoli credenti. Ringrazio l’esperienza di diaconia condivisa prima con don Mauro e ora con don Giampietro e gli altri sacerdoti e suore. L’esperienza di fraternità con alcuni sacerdoti del decanato. Le diverse iniziative pastorali con i giovani, i gruppi famiglia, gli adulti con cui ho condiviso le vacanze estive del cosiddetto “Turno zero”, l’avanguardia del Team di raccolta fondi per gli oratori che abbiamo chiamato Insieme Ingioco e i diversi servizi in parrocchia a Bobbiate (per citare solo alcune delle più belle occasioni di stretta condivisione). Occasioni in cui ho goduto della bellezza di relazioni che mi hanno concesso di andare ben oltre il ruolo e hanno toccato livelli di profondità che non cessano con un trasferimento di luogo. E, vedete, pieni di stupore si è non perché è stato bello, appagante e duraturo (anche!); ma perché mettendo in gioco il poco che hai, quello che ne viene fuori è sorprendentemente molto di più della somma delle singole parti! Vi auguro di poterlo vedere anche voi. Il trailer e il prossimo documentario ve ne daranno occasione. Guardateli con libertà: dai preconcetti, dai pregiudizi, dai facili entusiasmi. Fatene occasione per dialogare nelle singole parrocchie e tra comunità. Dopo questi mesi di forzato distanziamento sociale ne abbiamo ancor più bisogno. Anche per curare le ferite degli avvicendamenti di preti e suore. Concedete al Signore la possibilità che sia solo Lui, attraverso (ma non esclusivamente) le altre persone della comunità, ad appagare la vostra vita, proprio per mezzo della comunione tra donne e uomini credenti. Buon cammino!                                                                                                    don Nicola

#PieniDiStupore 10: vivere la Comunione, il congedo di Don Nicola

«La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

 

Diamo inizio oggi alla pubblicazione continua di quella parte della Lettera Pastorale “La situazione è occasione” dell'arcivescovo Mario che introduce il tempo di Pentecoste che vivremo fino alle festa della Decollazione di Giovanni il Battista. La lettera risale a settembre 2019 quando ancora non si prevedeva quanto abbiamo attraversato in questi ultimi mesi. Leggerla ci chiederà di cogliere come declinare i principi della Pentecoste nel contesto storico, così ferito eppure così bisognoso delle medesime attenzioni, che stiamo attraversando. Carissimi, siamo un cuore solo e un’anima sola per grazia di Spirito Santo: le differenze che sono tra noi, le difficoltà di intesa e di collaborazione che talora sperimentiamo, le divergenze nella lettura della situazione del paese e anche della Chiesa non bastano a dividerci, non devono dividerci. Siamo chiamati a costruire la Chiesa dalle genti, a far sì che differenze ben più marcate contribuiscano a una sinfonia che canti le lodi del Signore! Molte difficoltà di relazione sono dovute a meschinità e miopie: avremo la grazia di superarle, se lo chiediamo con fede e consentiamo allo Spirito di Gesù di abitare in noi. Siamo i discepoli inviati come missionari per portare a tutti gli uomini, in tutte le lingue, la buona notizia della risurrezione. Le diffidenze, le timidezze, le complicazioni che incontriamo, che ci mettono in imbarazzo e mortificano il nostro desiderio di condividere la gioia pasquale potranno essere superate se accogliamo lo Spirito Santo. La grazia di Pentecoste porta frutto specialmente nella carità fraterna e nella missione. Tutte le lettere di Paolo possono ispirarci nel vivere il tempo dopo Pentecoste. Per questo ne propongo qualche frammento tratto dalla Lettera ai Filippesi. Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. (Fil 2,1-4) Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare. La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito. (Fil 4,10-23)   1. «I cieli e la terra sono pieni della sua gloria» Il dono dello Spirito consente di scrivere una “storia dopo Pentecoste”, la storia della Chiesa.È la storia della missione, quell’obbedienza al comando del Signore che il dono dello Spirito rende possibile perché insegna come annunciare e ascoltare l’annuncio pasquale in tutte le lingue, cioè in ogni tradizione culturale. È la storia vissuta nella luce dell’alleanza nuova ed eterna che il dono dello Spirito sigilla: quindi questa tribolata storia presente può diventare storia di salvezza e ogni giorno, ogni luogo può essere pieno della gloria di Dio. Infatti, la gloria di Dio è lo Spirito Santo, quel dono d’amore che rende capaci di amare. La Pentecoste ci ricorda l’effusione dello Spirito sui discepoli che si spalancano così ad una missione senza confini; preghiamo in questo tempo per ricevere i doni dello Spirito Santo. La Pentecoste ci ricorda anche il dono dei diversi carismi che arricchiscono il popolo di Dio e che il Paraclito non fa mai mancare alla Chiesa perché possa sempre rispondere con generosità in ogni tempo al compito di annunciare efficacemente il Vangelo (cfr.Lumen Gentium 12). Ognuno è chiamato a mettere i doni dello Spirito Santo a servizio della Chiesa e della sua missione. Per questo i discepoli non sono autorizzati al lamento, né alla rassegnazione, né alla nostalgia sterile, né a screditare se stessi o il tempo che vivono: i cieli e la terra sono pieni della gloria di Dio. Con quale ardire possiamo disprezzare le persone e screditare il presente come inadatto alla missione? Lo Spirito di Dio con i suoi doni ci aiuta a riconoscere che questa situazione è occasione.

«La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

Il vero desiderio dell’Eucaristia scatena l’immaginazione

Il vero desiderio dell’Eucaristia scatena l’immaginazione Come diaconia condividiamo alcune riflessioni di esperti e teologi su questo tempo e su come possa riprendere la vita della comunità a partire dal 18 maggio, convivendo con il Coronavirus.    Pensare a modalità concrete per riprendere le celebrazioni comunitarie non deve alimentare polemiche o trasformarsi in ossessione. L’auspicio deve invece spronarci a immaginare itinerari, luoghi (a partire dalla famiglia) e strumenti per i quali la Parola corre di don Mario ANTONELLIVicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della fede Le fedi e il virus, nuovi modi di essere comunità Quando si accorsero che l’Amore della loro vita non sarebbe tornato nella sua gloria in tempi così brevi come supponevano, cominciarono di buona lena a battere strade e praticare lingue per raccontare a tutti il Vangelo; si chiesero come gesti e parole di Gesù dessero forma di comunione al loro riunirsi e spargessero profumo di carità fraterna a ogni compito nelle comunità. Forti non già di oro e argento, né di prestigio sociale, né di discorsi persuasivi, ma dello Spirito della Pasqua, osarono immaginare il possibile sulle note del Vangelo. In tanti abbiamo vagheggiato che l’emergenza potesse risolversi presto, una parentesi trascurabile. Mentre cantavamo l’Alleluia pasquale in chiese vuote e in case liete, mentre sentivamo dire di “Fase 2” e sognavamo il Pane di nuovo spezzato e condiviso, papa Francesco scriveva: «È urgente discernere e trovare il battito dello Spirito per dare impulso, insieme ad altri, a dinamiche che possano testimoniare e canalizzare la vita nuova che il Signore vuole generare in questo momento concreto della storia». E ancora: «Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci». Come immaginare il possibile con il realismo del Vangelo senza desiderare l’Eucaristia, la sua celebrazione comunitaria? Quando accogliamo il Vangelo, siamo immersi nella vita nuova del Figlio benedetto e nella gratitudine gioiosa celebriamo il suo corpo offerto e il suo sangue versato, per noi e per tutti, principio della nostra vita nuova nella comunione fraterna e nell’amore del prossimo, sogno intimo di ciascuno, attesa del mondo. In nome di questo desiderio abbiamo immaginato modalità concrete che consentano la ripresa delle celebrazioni comunitarie della Messa, declinando responsabilmente parole d’ordine inderogabili come distanziamento, protezione, scaglionamento, controllo. Abbiamo studiato scrupolosamente protocolli da seguire, preoccupati, più che dalla valutazione delle autorità civili, dal rischio – reale – che quel cumulo di condizioni finisca qui e là per snaturare il senso dell’Eucaristia e del suo frutto, la sua evidenza sommamente desiderabile di comunione grata con il Signore Gesù e di comunione ecclesiale. Troppo per l’Eucaristia, troppo poco per la salute? Reale il rischio; forse, sostenibile. Peraltro, il desiderio dell’Eucaristia non si esaurisce in questa lodevole immaginazione di una sua celebrazione. Anche per questo non ci si abbatte se la valutazione dell’autorità suona deludente. Non si spuma rabbia né, spazientiti, ci si incaponisce come in una fissazione ossessiva che spegne la sensibilità allo Spirito e ottunde l’intelligenza pastorale. Quando “non si vede l’ora” si rischia di non vedere l’oggi degli uomini, di disertare l’oggi di Dio e della sua opera. L’ossessione di un’idea strozza la storia. Porta a saccheggiarla, violandone la sacralità; quella laica, quando si paventa un ritorno alla dittatura, disonorando uomini e donne che l’hanno patita e combattuta; quella religiosa, quando si evocano scenari di persecuzione e martirio, profanando le schiere di ogni confessione religiosa che ieri e oggi hanno versato il sangue per la fede. L’autentico desiderio dell’Eucaristia invece scatena l’immaginazione; la alimenta e la mantiene nella sua qualità evangelica. Se desideriamo l’Eucaristia, desideriamo quanto a essa conduce; desideriamo passi di uomini e donne che vanno all’Eucaristia in quanto credenti, battezzati nel nome dolcissimo di Gesù. E immaginiamo allora tutto quanto concorre al sorgere e al risorgere della fede, alla sua crescita. Sul battito dello Spirito, quel desiderio ci sprona a immaginare itinerari e luoghi e strumenti per i quali la Parola corre, visitando i cuori, interrogando le coscienze, invitando alla fede: in primo luogo, nelle pagine sacre della Scrittura. In questo, querida Amazonia, quanto ci strattoni e ci consoli con le tue comunità che non vedono uno straccio di Eucaristia per mesi e mesi! Se desideriamo l’Eucaristia, desideriamo il santo popolo che la celebra come culmine e fonte della sua vita divina. Ed ecco trame di amorosa fraternità nel tempio domestico dove abbonda la grazia, risuona la Parola, si uniscono le voci nella preghiera. Immaginiamo la comunità cristiana nella sua forma bella, quella della creativa vitalità del corpo di Cristo: a tessere legami tra streaming e telefono, ad aprire cuore e spazi ai piccoli, a liberare disabili dalla solitudine, ad aiutare gli anziani, a consolare gli afflitti, a soccorrere i poveri, compresi quelli nuovi, a sostenere le famiglie e i lavoratori in una ripresa onerosa, a seppellire i morti. Anche in questo, querida Amazonia, quanto ci strattoni e ci consoli con le tue comunità che non vedono uno straccio di Eucaristia per mesi e mesi! Il desiderio è sempre doloroso: così non sarà il dolore dell’agonia, ma quello di un parto. Veramente pasquale.     Altre riflessioni che riteniamo utili per gli approfondimenti sono: Lettera di un prete di Bergamo educatore del seminario: https://patronatosanvincenzo.it/blog/lettera-di-un-prete-di-bergamo-gia-educatore-in-seminario-e-docente-di-teologia/ Intervista a don Davide Milani, prevosto di Lecco:  https://formiche.net/2020/04/fase-2-chiese-fedeli-consumatore-milani/ Riflessione di don Pierluigi Banna, docente di patrologia presso il Seminario di Milano: https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/ripartire-si-ma-da-dove-319158.html

Il vero desiderio dell’Eucaristia scatena l’immaginazione

#PieniDiStupore 9: San Carlo Borromeo in Lissago

 

E’ una delle figure più significative della riforma conciliare post-tridentina. Nasce ad Arona il 2 ottobre 1538 dall’illustre famiglia dei Borromeo, secondogenito e perciò destinato, secondo il costume del tempo, a intraprendere la carriera ecclesiastica. A 21 anni si laurea a Pavia “in utroque iure” ed è chiamato a Roma dallo zio, fratello della madre Margherita Medici, papa Pio IV, che lo associò a sé nel governo della Chiesa, nominandolo – come oggi si direbbe – segretario di Stato. Inizia così la sua vertiginosa ascesa alle più alte cariche ecclesiastiche; nominato cardinale a 22 anni, diventa poi nel 1560 amministratore della vasta e ricchissima diocesi di Milano. Accanto allo zio, ebbe un’influenza determinante nella riapertura del Concilio di Trento e poi nella sua conclusione (1562-1563); sotto la sua spinta i decreti conciliari furono subito approvati dal papa e fu creata la Congregazione del Concilio per la loro applicazione nelle diocesi. Alla morte del fratello, divenendo, a 24 anni, erede legittimo del casato, si pensò, nella curia romana, che avrebbe abbandonato lo stato ecclesiastico. La sua decisione di farsi ordinare sacerdote colse tutti di sorpresa. Carlo imboccò decisamente questa strada dopo un corso di esercizi spirituali fatti sotto la guida di un santo gesuita, il padre Ribera, durante i quali si convinse che Dio lo aveva portato a Roma proprio per condurlo alla scelta radicale di totale rinuncia al mondo, perché potesse servirlo con tutta la vita nei fratelli, secondo il modello di uomini esemplari del suo tempo, quali Gaetano da Thiene, Ignazio di Loyola e Filippo Neri. Il 7 dicembre 1564 fu consacrato vescovo e si preparò, secondo i dettami del Concilio, ad assumere direttamente il governo della sua vasta archidiocesi, dove si insediò nel 1565. A Milano si consacrò totalmente alla sua missione pastorale e attese con straordinaria energia all’opera della riforma, celebrando diversi concili provinciali e numerosi sinodi, visitando assiduamente la sua vasta diocesi, istituendo seminari per la formazione del clero, ripristinando la disciplina nelle famiglie religiose. Si oppose all’introduzione dell’inquisizione spagnola nella sua diocesi, patrocinata dal potente Filippo II, difendendo con fermezza i diritti e la libertà della Chiesa, e si rivelò, oltre che pastore infaticabile, anche un grande riformatore e organizzatore sia della vita ecclesiale che della vita civica. Così nella peste del 1576 organizzò l’assistenza nel lazzaretto pubblico e negli ospedali di emergenza, impegnando tutte le risorse della diocesi e vendendo il suo principato napoletano di Oria per soccorrere la miseria del momento. In quest’ora di prova per i milanesi, l’arcivescovo fu l’unico punto di riferimento e di conforto. La peste fu superata e Milano riprese la sua vita normale; ma la vita del Borromeo era ormai minata dalle fatiche sopportate senza risparmio. Stava facendo gli esercizi spirituali nel suo santuario preferito, sul Sacro Monte di Varallo, quando fu colto da una febbre insistente; stremato di forze fu trasportato a Milano, dove morì il 3 novembre 1584. Aveva solo 46 anni.Il 1° novembre 1610 Paolo V lo proclamava santo, additandolo come modello a tutti i pastori della Chiesa.  Nella chiesa di Lissago lo veneriamo contemplandone la statua (del 1902) opera della bottega di Giuseppe Speluzzi da Milano. Sostituì una vecchia opera di cartone posizionata sin da quando, nel 1821 il parroco don Giuseppe Fontana fece costruire la nicchia stessa proprio in onore di san Carlo. Tale nicchia sovrasta l'altare laterale in fondo alla navata di sinistra. Nell'attuale opera san Carlo è vestito con l'abito corale: veste talare rosso ponsò (termine con cui si identifica il rosso scarlatto delle vesti proprie cardinalizie), rocchetto (la cotta in pizzo), mozzetta e tricorno sempre rosso ponsò. La scelta di raffigurarlo in tale abito (piuttosto che con i paramenti sacri e le insegne solenni) è probabilmente dovuta al fatto che così la gente era abituata a vederlo nelle frequenti visite pastorali di cui era stato ripristinatore dopo il Concilio di Trento. A ricordo del suo contributo dato al Concilio, l'effigie lo raffigura anche con i decreti promulgati in quella sede sotto il suo braccio.  San Carlo, patrono di Lissago e della nostra diocesi, proteggi la nostra comunità e guida il nostro arcivescovo perché, come un solo gregge, possiamo amare e servire l'unico buon Pastore, il Signore Gesù!

#PieniDiStupore 9: San Carlo Borromeo in Lissago

Il ritorno alla Messa con i fedeli … una ripresa per "cuori forti"

 L’abbiamo attesa per tanto tempo… finalmente è arrivata la notizia sperata: con lunedì 18 maggio potremo tornare a celebrare la S. Messa con la presenza dei fedeli. Al riguardo sono già state dette tante cose, scritte tante parole… che ora non ho nessuna intenzione di ripetere. Lasciatemi solo aggiungere: vi stiamo aspettando perché siamo molto felici di potervi incontrare di nuovo! Noi sacerdoti e suore della Comunità Pastorale avvertiamo una sorta di liberazione: ciò che abbiamo di più caro, la Comunione con il nostro Signore Gesù Cristo, possiamo finalmente tornare a condividerla con tutti voi. Lo sappiamo bene: ci saranno limitazioni di spazi, di procedure, accorgimenti particolari da attivare… tutto vero! Ma lasciateci gioire per il traguardo raggiunto e la possibilità che ci viene nuovamente offerta: nessuna limitazione – pur doverosa – riuscirà a toglierci la gioia di poter ripartire. Inizieremo con le messe feriali secondo il calendario e gli orari che già conoscete e che finalmente potete ritrovare nuovamente sull’ultima pagina del foglio “In cammino”… e queste messe feriali ci permetteranno di fare “le prove generali” per riaprire le porte in maniera ufficiale sabato 23 e domenica 24 maggio. Le avvertenze le conosciamo bene, e comunque le troveremo all’ingresso di ogni chiesa accompagnate anche dai volontari che ogni comunità parrocchiale farà trovare in loco. Ritorneremo anche ad offrire, con sabato 23, la disponibilità per le confessioni individuali; non nei confessionali perché non idonei a garantire la necessaria distanza di sicurezza, ma nei luoghi più ampi che in ogni chiesa vedrete segnalati… Al riguardo, ognuno … “inizi a preparare la lista dei peccati arretrati che in tutti questi mesi si sono accumulati”… permettiamoci anche una piccola battuta... Sguardo in avanti Sarebbe molto deprimente se il nostro nuovo inizio fosse all’insegna del: “però non possiamo abbracciarci, non possiamo fermarci sul sagrato a chiacchierare, dobbiamo stare attenti alle distanze…” Sguardo in avanti: non si piange su “come era prima” ma si guarda al modo di ritornare ad essere Chiesa fraterna oggi. Sappiamo bene che dovremo convivere parecchio tempo con questa situazione, che la paura sarà sempre all’erta, che il “rischio zero” non sarà mai garantito… ritorniamo a vivere! Abbiamo messo a fuoco nuovi obiettivi e verso quelli profonderemo i nostri sforzi e i nostri entusiasmi. Sabato 23 e domenica 24 vorrei vedere entusiasmo negli occhi di tutti e quasi anche un pizzico di emozione. Le nostre bocche saranno nascoste dalla mascherina (obbligatoria mi raccomando!), ma i nostri occhi saranno liberi di sprigionare vita nuova… usiamoli per guardare avanti, non per piangere su ciò che non potrà tornare ad essere come prima. Linguaggio comune Finora abbiamo lasciato parlare gli altri: governati, virologi, medici, sociologi… ora ritorniamo a parlare noi con il linguaggio che ci è stato sequestrato in questi mesi, quello della preghiera comunitaria! Lo faremo senza più avere lo schermo di un pc o di un cellulare come interposta persona, lo faremo con la nostra voce, ma soprattutto con il nostro cuore che si sprigionerà nella preghiera. Sarà bellissimo sentirci recitare insieme il “Padre Nostro”, il “Gloria”, “l’Ascoltaci Signore”. Abbiamo un linguaggio che ci accomuna, quello della preghiera e finalmente potremo ritornare ad usarlo insieme per esprimere il nostro essere famiglia. Cuore grande È quello che ci occorre per essere ottimisti, semplicemente perché non si vede l’ora di poter ritornare. Un cuore grande per stimarci e apprezzarci oltre gli impedimenti che dovremo comunque osservare, anzi, forse proprio a motivo degli impedimenti che ci limiteranno. Un cuore grande per amare la nostra Chiesa e contribuire a renderla sempre più “casa nostra”, con la personalizzazione di ricchezza umana e spirituale che ciascuno potrà fornire. Non vi ho detto niente di particolarmente nuovo, ma vi ho comunicato ciò che più sentivo caro nel cuore… sì perché sono convinto che la ripartenza della vita liturgica, sacramentale, spirituale, affettiva… insieme a tutti le attenzioni che siamo chiamati ad osservare, sia prima di tutto … una questione di cuore! In attesa di incontrarci don Giampietro

Il ritorno alla Messa con i fedeli … una ripresa per "cuori forti"

#PieniDiStupore 13: la Messa e la Comunità

 

Sul tema della preghiera vogliamo condividere con voi alcuni “assaggi” da documentazione del prossimo autunno. Eccoli: Ho iniziato a frequentare la parrocchia di Bobbiate quando il mio primo figlio aveva 7 anni. Ci eravamo appena trasferiti, ero apolide della messa (andavo alle messe più comode). Mio figlio un giorno torna dall'oratorio e mi dice: "In oratorio ho conosciuto una suora che si vede proprio che ci tiene a Gesù, che vuole che impariamo a pregarlo". Questa cosa mi ha colpito e incuriosito; da lì ho scelto e cominciato ad andare a messa a Bobbiate, a frequentare la comunità e a creare dei legami. Ora quando vado lì a messa è come se andassi in famiglia.  (Giada) Il desiderio di andare tutte le volte che puoi proprio in quel luogo che è significativo e che è segno di una compagnia tra la gente non scelta da me, ma di chi si riconosce "messo insieme". (Isa) Ricordo quando da bambina, in Sicilia, andavamo al paese dei miei genitori nel giorno della domenica. E lì, quando lo ricordo mi commuove ancora, vedevo tutte le persone vestite a festa, in particolare gli uomini, e questa cosa mi colpiva. E allora ho pensato: "E' un giorno particolare questo!". E da quel momento ho vissuto l'importanza di quel giorno in maniera diversa. Patrizia

#PieniDiStupore 13: la Messa e la Comunità

#PieniDiStupore 8: Santissima Trinità di Capolago in occasione della festa Patronale

 

Oggi celebriamo la festa liturgica della SS. Trinità. E celebriamo la festa patronale della parrocchia di Capolago.  Nell'Antico Testamento il mistero della Trinità è soltanto prefigurato e non ancora rivelato apertamente. Tutto l'Antico Testamento testimonia la vitalità e la pienezza della vita in Dio. Perciò esso parla già dello spirito di Dio per indicare l'interiorità divina e la sua manifestazione quale dono per gli uomini (cfr. Ez 36,27). La luce della rivelazione del Nuovo Testamento aiuta a intravedere nell'Antico tracce di una distinzione di termini in Dio, specialmente nei Libri Sapienziali: nella figura della Sapienza, (cfr. Pr 8,22-31) che prepara la rivelazione della persona del Figlio (Sap 9,1). Altri testi sono interpretati nel Nuovo Testamento in relazione al Messia-Figlio di Dio (Sal 2,7; Sal 110; Dn 7,13). Il Nuovo Testamento mette in chiaro l'unità e la contemporanea distinzione fra Gesù e suo Padre (Gv 10,30; 14,9): Gesù non è il Padre, ma ha ricevuto completamente se stesso, ivi inclusa la propria figliolanza, da lui. Centro e motore propulsore dell'annuncio di Gesù e della sua prassi è il suo rapporto con Dio come Padre con il quale vive un'intimità di auto comunicazione piena e permanente. Il passo di  Mt 11,25-27 fa vedere che il cuore dell'esperienza di Gesù è il suo rapporto col Padre. È fondamentale poi il dato della forma aramaica con cui Gesù si rivolge al Padre, con la parola che i bambini usavano per rivolgersi al loro padre, Abbà (Mc 14,36). Tale termine dice gratitudine assoluta verso di lui, totale e fiducioso abbandono al suo volere e, insieme, libertà di un rapporto fatto di intima comunione. La relazione di Gesù con il Padre è poi illuminata dai racconti del suo Battesimo (Mc 1,9-11), dai quali traspare che l'opera che egli inizierà da lì a poco con l'inizio della sua predicazione ha la sua radice nell'adesione profonda al volere del Padre, nella linea del Servo del Signore di Isaia (42,1-9); da parte sua il Padre lo proclama suo figlio amato , nel quale ha posto la sua compiacenza (cfr. Is 42,1); lo Spirito di Dio, che già      aveva consacrato i profeti (cfr. Is 61,1) e che era stato promesso in sovrabbondante pienezza per i tempi messianici (Gl 3,1-2) lo spinge e lo consacra. Nella sua trasfigurazione (17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36), Gesù cambia d'aspetto mentre prega, ed è trasfigurato in gloria; nell'orientamento verso la sua passione (cfr. l'esodo di cui parla con Mosè ed Elia in Lc 9,31), una voce, dalla nube, proclama la figliolanza di Gesù. Mediante la glorificazione pasquale di Gesù i suoi discepoli sono inseriti nella relazione tra Gesù e il Padre attraverso il dono dello Spirito Santo, che è annunciato come portatore misterioso dell'amore tra Padre e Figlio giunto al suo compimento (Gv 14,1-16,15). La Persona dello Spirito Santo è meno definita di quella di Gesù, ma non mancano testi che ne asseriscono la condizione divina: Rm 8,11; 1Cor 3,16. In Tt 3,5 si dice che lo Spirito è mandato a noi dal Padre per mezzo del Figlio. La mutua relazione delle tre Persone divine è espressa in Gal 4,4-6. La dottrina della Trinità si è poi precisata nell'ambito del Cristianesimo antico: prima nel credo del primo concilio di Nicea (325), poi nel Simbolo niceno-costantinopolitano (381), dove venne affermato come primo articolo di fede l'unicità di Dio e, come secondo, la divinità di Gesù Cristo figlio di Dio e Signore, a seguito, tra le altre, della controversia suscitata dal teologo Ario, che negava quest'ultima. Il dogma della "trinità" è in relazione alla natura divina: esso afferma che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua "sostanza", ma comune a tre "persone" (o "ipòstasi") della stessa numerica sostanza (consustanziali) e distinte. L'iconografia ci propone molte raffigurazioni della Trinità. Dalle famose icone (nota è quella dell'ospitalità offerta da Abramo a Dio presentatosi nei tre viandanti in Gn 18, 1ss) ai dipinti del medioevo e rinascimento che privilegiano il soggetto del cosiddetto Trono di Grazia: il Padre in trono sostiene e presenta il Figlio crocifisso mentre sono sormontati dalla colomba e circonfusi dalla luce dello Spirito Santo.  La statua composta nella nicchia sopra il tabernacolo dell'altare maggiore presso la Chiesa parrocchiale di Capolago presenta una variante a questo soggetto. Il Padre è assiso in trono ma non regge la croce da cui pende il Figlio, bensì sostiene, adagiato sul suo grembo, il corpo morto del Figlio stesso. È un'immagine non più di offerta ma di profonda compassione, di sacrificio consumato e raccolto dal Padre come profumo soave (Nm 28,8). Contempliamo questa immagine di amore offerto, consumato e accolto e chiediamo, attraverso l'offerta della nostra vita di partecipare a questo mistero.

#PieniDiStupore 8: Santissima Trinità di Capolago in occasione della festa Patronale