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Per un'ecologia dell'amore

Complice la siccità di quest’inverno e la devastazione provocata dalla guerra in Ucraina nel cuore della nostra Europa, il grido d’allarme per la salute del nostro pianeta si è levato altissimo in questi ultimi mesi. L’inquinamento, che la cupidigia degli uomini e la ricerca del benessere a tutti i costi hanno provocato, sta lacerando la nostra terra e la sta soffocando sotto una montagna di rifiuti. Abbiamo raggiunto alti standard di vita ma in effetti non è che stiamo troppo bene e non possiamo più restare indifferenti a questi problemi perché la posta in gioco per la nostra sopravvivenza e quella dei nostri figli sta diventando troppo alta. Da dove verrà la soluzione che ci permetterà di andare avanti? Certo anche da decisioni politiche adeguate ma soprattutto dalla coscienza di ciascuno che invoca una conversione e l’assunzione di comportamenti corretti nelle scelte e nei gesti di tutti i giorni. Il mondo si salva se ognuno fa la sua parte. Ma più che l’inquinamento della terra e dell’atmosfera c’è qualcos’altro che ci toglie l’aria e ci fa boccheggiare sfiniti: è il degrado dell’amore. La società in cui viviamo sottovaluta, inquina o addirittura deride la forza propulsiva di questa attitudine che ci rende davvero uomini e tutto intorno a noi ci seduce a cercare in altro la realizzazione della nostra felicità. Ma così restiamo soffocati e seppelliti sotto la spazzatura di quello che ci fanno credere sia amore ma amore non è. Parole come fedeltà, pazienza, perdono, rispetto hanno perso mordente, anzi, sembrano non significare più nulla : accidenti però quanta immondizia c’è in giro, quanta tristezza nella vita di chi non si sa amato e non sa più amare! Ma non vogliamo cadere in depressione … quindi adesso basta con i piagnistei perché ci siete voi carissimi sposi, ci siete voi che siete qui a ringraziare il Signore che vi ha concesso lunghi anni d’amore fedele. Voi ci fate respirare la bellezza di Dio e con il vostro esempio rendete la terra un luogo più bello e vivibile. Come è più facile accorgersi di un albero che cade rovinosamente piuttosto che di una foresta che cresce silenziosamente così è più facile puntare il dito sui fallimenti che contemplare quanto amore ancora c’è … un amore che salva il mondo. Forse non ve ne accorgete ma con il vostro donarvi reciproco e con la fatica dei gesti quotidiani di perdono e pazienza voi vi ponete come gli spazzini di Dio che impediscono al male di soffocarci, siete l’energia rinnovabile che permette al sole della carità di Dio di scaldare la terra e di farla fiorire. Voi siete la speranza concreta che l’amore è possibile e sa andare oltre qualsiasi crisi e inquinamento. Con voi anche noi oggi siamo qui a ringraziare il Signore per la vostra testimonianza che semina germogli di vita eterna in questo mondo esausto e che saprà cambiarne il volto contro ogni previsione dei profeti di sventura. Che il Signore vi accompagni ancora a lungo nel vostro cammino e benedica tutti noi con la meraviglia del vostro amore. Suor Maura

Per un'ecologia dell'amore

Imparare dalla Storia

C'è un libro della Bibbia che sembra scritto da uno scettico, disilluso dalla vita "1,2Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. 3Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? 3,1Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. 2C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, ... 3Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. 4Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. 8Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.” Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme. “ 8,8Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c'è scampo dalla lotta; l'iniquità non salva colui che la compie". Queste parole sembrerebbero dare ragione a chi, ai nostri tempi, vive con l'angoscia per tutto quello che negli ultimi anni stiamo vivendo: la pandemia e la guerra in Ucraina. Certamente abbiamo l'impressione di vivere un tempo catastrofico con conseguenze irrefrenabili; ma abbiamo il senso della storia? Se pensiamo che il secolo scorso ha portato con sé i più atroci genocidi, le guerre più efferate e le pandemie più letali, perché meravigliarci di una umanità che non impara mai dai suoi errori? Questo viene detto non per rassegnarci alle follie del nostro mondo ma per accogliere la sapienza che viene dalla narrazione delle vicende umane: la lezione della storia, appunto. Ci eravamo illusi di avere eliminato dall'orizzonte dell'uomo il rischio per la vita e ci troviamo allo stesso punto di partenza: incapaci di praticare una cultura della prevenzione, continuiamo a fare spese folli per le guerre, a non investire nella medicina, a non diversificare le fonti energetiche, a non curarci del dissesto idrogeologico. E, purtroppo, pensiamo che è solo questione di mettere in atto delle tecniche che ci diano soluzioni, mentre, invece, i problemi possono essere affrontati solo come scelte politiche. Qui è la grande carenza delle menti che governano il nostro mondo! Per nostra fortuna, se consideriamo bene le cose, ci appare subito che ci sono realtà che queste vicende ci possono insegnare: La scienza che ha saputo produrre vaccini in brevissimo tempo, cosa impensabile fino ad ora La solidarietà dimostrata in questi giorni non solo verso i profughi ucraini, ma anche nel venire incontro a coloro che per la pandemia si sono trovati in situazioni di grave necessità Il desiderio di riprendere relazioni personali e non solo virtuali come la diffusione dei media e dei social tendevano a farci avere: il cantare sui balconi di mezza Italia ne è stata una prova evidente Impareremo finalmente dalla storia o dovremo attendere la prossima catastrofe? E che cosa può fare ciascuno di noi se non avere in sé gli stessi sentimenti di Cristo che, da buon samaritano, si è fermato ai bordi della strada di questa umanità ferita per soccorrerla? Ma non soltanto bei propositi ma azioni concrete, soprattutto forzando la mano dei politici di questo mondo perché ragionino non solo in termini di potere e di sfere di influenze geopolitiche ma di bene comune per tutta l'umanità. Don Felice

Imparare dalla Storia

Il Signore è la mia Salvezza

In Quaresima, ci aiutano per la catechesi, tre temi: Salvezza, Peccato, Riconciliazione, che sono proposti con il Quaresimale alle 20.45 in Comunità: venerdì 18/3 a Capolago, venerdì 1/4 a Bobbiate e mercoledì 6/4 a Velate. Per questo vi offro una scheda sul primo tema: la Salvezza. Con il termine “salvezza” si può intendere la realizzazione piena e definitiva di tutte le aspirazioni del cuore umano nelle diverse espressioni della sua vita. La radice latina “salvus” significa essere sano, stare bene, essere realizzato. Nel latino ecclesiastico- teologico questo significato è rimasto, ma si è aggiunta una nota più spirituale che rimanda alle cose ultime e all’idea che la salvezza dell’uomo viene dall’alto. L’ebraico esprime la salvezza con “jsc” che indica l’azione di Dio che libera dai nemici, crea spazio, aiuta, guarisce. Ad esso corrisponde il termine greco dei LXX “soterìa” che ha un significato analogo. Nel Primo Testamento Israele fa esperienza della salvezza prima di tutto come popolo liberato dalla schiavitù e introdotto nella terra promessa dove può vivere in libertà nel servizio al suo Dio. La benedizione di Dio e la fedeltà all’alleanza sono le condizioni di una esperienza di vita realizzata a livello sociale e personale, che si concretizza nella numerosa discendenza, nell’abbondanza dei frutti della terra, nella pace interna e nella sicurezza dai nemici esterni (cfr Dt). L’infedeltà al Dio alleato è considerata, soprattutto nei profeti, la causa di perdita di tale situazione di felicità. Pertanto il pentimento, la conversione e la penitenza sono visti come la condizione del ritorno alla felicità. Con l’insediamento di Israele nel gioco delle potenze del Medio Oriente l’aspetto della libertà politica viene messo maggiormente in risalto (cfr Is). Invece nell’Esilio la salvezza di Dio viene sperimentata principalmente come esperienza della vicinanza e benedizione di Dio ad un cuore puro e fedele all’alleanza (cfr Tb). Così la salvezza di Dio è da accogliere con fede e perseveranza nel fare il bene. Il Nuovo Testamento vede compiute queste esperienze e queste speranze di vita benedetta e felice nella venuta storica di Gesù di Nazaret. Una felicità piena con Dio promessa in Cristo crocifisso e risorto. La nascita di Gesù come Salvatore è già motivo di gioia e letizia. La sua predicazione e il suo impegno a favore dei malati e dei poveri è la visita del Dio liberatore che nel suo Figlio ridona speranza e gioia al popolo. E la missione di Gesù, mandato dal Padre, è luce, ristoro, intimità filiale con lui, che troveranno espressione piena nella vita futura. La comunione con Gesù, tuttavia, non esclude la croce come segno del suo donarsi al Padre, affinché gli uomini suoi fratelli rientrino nell’alleanza con Dio. Questo grazie al “Tutto è compiuto” di Gesù sulla croce (cfr Gv 19,30), che rende possibile la redenzione. L’apostolo Paolo annuncia la salvezza operata da Dio in Cristo Gesù come apertura misericordiosa di Dio, che perdona e offre una possibilità nuova di esistenza nel suo Spirito. Ma nello stesso tempo la salvezza è desiderio umano e tensione verso una pienezza di esistenza salvata. Infatti l’uomo intero: spirito, corpo, e anche il mondo saranno pervasi dalla potenza dello Spirito divino e saranno pienamente in Dio e Dio in loro. Questa pienezza di vita, tuttavia, sarà solo eredità di coloro che ora seguono le orme del Cristo sofferente: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Nel corso dei secoli la teologia cristiana ha riflettuto sull’annuncio della salvezza dell’uomo in Cristo, privilegiando alcuni aspetti culturali legati alle varie epoche storiche.  La riflessione Patristica. I Padri orientali, ad esempio, hanno annunciato prevalentemente la salvezza come compimento dell’uomo e del cosmo nella vita di Dio attraverso il Cristo Verbo Incarnato giunto alla gloria della risurrezione (cfr Atanasio).I Padri occidentali, invece, hanno tematizzato con preferenza la salvezza in Cristo come perdono del peccato e remissione delle sue conseguenze temporali ed eterne da parte di Dio mediante il Ministero della Chiesa. La ricostruzione del rapporto spirituale vivo con Dio avviene attraverso la mediazione di Cristo accolta nella fede vissuta nella comunità ecclesiale, come spazio di salvezza. Questa linea iniziata da Tertulliano è stata elaborata in forma sistematica da Anselmo e attraverso la grande Scolastica è arrivata sino ai nostri giorni. La Riforma con Lutero le ha dato grande impulso per il fatto che ha messo al centro l’esperienza salvifica della giustificazione del peccatore: ”Tutti sono giustificati gratuitamente per la grazia di Dio, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Noi riteniamo che l’uomo è giustificato (reso giusto) per la fede, indipendentemente dalle opere della legge” (Rm 3, 24.28). In entrambe le tradizioni teologiche è da notare una vistosa perdita di sensibilità per la dimensione storica, sociale e politica dell’esistenza. Così la positiva salvezza che Gesù ha portato e porta all’uomo con la sua venuta e la sua presenza nel mondo, si è come affievolita. Ma, oltre la teologia, la vita di Carità, l’amore verso Dio e il prossimo, non è mai venuta meno nella storia ecclesiale: “La fede se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. L’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede” (Gc 2, 17.24). La teologia contemporanea, pur non trascurando la dimensione della salvezza messe a tema e a frutto della lunga tradizione cristiana, si è impegnata a valorizzare le dimensioni storiche e sociali dell’esistenza. Il motivo principale di tale impegno va visto nell’orientamento culturale del mondo moderno di circoscrivere il desiderio dell’uomo di vita felice e salvata nell’orizzonte della storia. Convinto di poterlo realizzare unicamente con forze e strumenti umani, come hanno pensato i maestri del sospetto: “La religione è oppio del popolo che impedisce di raggiungere la società perfetta”; “Dio non esiste: è solo una proiezione psicologica del nostro inconscio”; “Dio è morto: pertanto rivendichiamo la volontà di potenza dell’uomo”. Però noi cristiani crediamo che la Rivelazione viene dall’alto come dono di Dio da accogliere e testimoniare: “E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è Amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,16.19). In dialogo critico con gli orientamenti culturali i teologi contemporanei si sono impegnati a mettere in luce dimensioni della salvezza biblico cristiana dimenticate e ad indicarne di nuove contenute nel dato di fede. Su questo sfondo sono da leggere l’impegno missionario del Vaticano II, che ha una profonda e ampia teologia della salvezza. E poi l’intento più profondo di varie correnti teologiche contemporanee come la teologia delle realtà terrene, della speranza, della liberazione, della famiglia, della misericordia, ecc. In sostanza sono tutte forme di teologia della salvezza per il mondo di oggi. Anche la teologia della liberazione, nella sua forma più genuina, si può comprendere come teologia della salvezza cristiana: una vita umana vera e autentica voluta da Dio in Gesù. E Gesù, che è ricco di misericordia, vuole che già ora (“già e non ancora”) nella nostra vita e nei rapporti umani inizi ad essere realtà quella vita che troverà la sua pienezza nei cieli nuovi e terra nuova promessi. Gesù paragona gli inizi umili del Regno di Dio a un piccolo seme e la sua realizzazione finale a un grande albero, frutto del nostro impegno e, soprattutto, del dono di Dio per noi e per il mondo (cfr Mr 4,30-34). In questa quaresima, che è cammino concreto verso la Pasqua di Gesù, prevalga in noi la preghiera per la pace, la sobrietà nel cibo e nella parola, l’abbondanza della Parola meditata, della Catechesi approfondita e della Carità vissuta: “Non stanchiamoci di fare il bene, se non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché ne abbiamo l’occasione operiamo il bene verso tutti” (Gal 6,9-10).   Don Francesco

Il Signore è la mia Salvezza

Pace e Benedizione sulla casa che ama il Signore

La benedizione del libro dei Numeri è una bella formula, che è usata ancora oggi. Il triplice richiamo del nome divino, che divide in tre parti il testo della benedizione, sottolinea che il bene e la prosperità del popolo di Dio dipendono strettamente da Jahvé: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26). La benedizione viene dall’alto, dal Signore, ma per essere completa ha bisogno di una risposta che viene dal basso, da noi: è il nostro Amen! Ti benedica il Signore e ti custodisca Il verbo ebraico “custodire” (smr) esprime la premura di Jahvè per ogni momento dell’esistenza del suo popolo alleato, quindi non è solo la protezione per un immediato pericolo, che permette di mantenersi in vita. Pensiamo al Salmo 121 dove Dio custodisce nel presente, ma anche nel futuro: “Il Signore è il tuo custode. Il Signore è come ombra che ti copre. Egli proteggerà la tua vita”. Lasciamoci custodire da Dio! Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia Il volto splendente di Jahvè sul popolo è un augurio di prosperità e di benevolenza, di grazia. L’immagine del volto luminoso di Dio, segno di protezione, è frequente nei Salmi, anche come invocazione fiduciosa: “Fa splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia” (cfr Sal 31); “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (cfr Sal 119). La Luce rischiara il nostro buio! Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace L’augurio di benedizione e di benevolenza è che il volto di Dio resti sempre rivolto verso Israele: “Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato” (cfr Sal 30). L’attenzione di Dio è la premessa per il dono pieno della vita, lo shalom, che di solito si traduce con “pace”, ma il suo significato è più ricco rispetto alla moderna concezione della pace. Shalom è uno stato in cui si è liberi dalla necessità dal male. Nelle forme di saluto diventa augurio di una vita serena, equilibrata nella felicità materiale e spirituale: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (cfr Sal 127). Il Dio con noi va accolto in famiglia! La benedizione del Signore sul popolo e in famiglia La benedizione di Aronne (Nm 6, 24-26) era molto amata da San Francesco per i suoi frati in missione e da Santa Chiara per le sue monache in preghiera. Questa formula si può usare in alcune occasioni liturgiche come benedizione solenne da parte del sacerdote. Però sarebbe bello che i genitori non si limitassero a organizzare la festa di compleanno ai figli. Che il segno di croce tracciato sulla fronte dei battezzati continui anche nel tempo da parte dei genitori e dei nonni. Magari usando la benedizione dei Numeri e a volte pregare insieme in famiglia. Tutto è possibile! Leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede Nella giornata mondiale di preghiera per la pace (1 gennaio 2022), il Papa nel suo messaggio dice che “gli strumenti per edificare una pace duratura sono l’educazione, il lavoro e il dialogo tra le generazioni”. Sono tre contesti estremamente attuali e complessi su cui Francesco invita a riflettere e ad agire per il bene di tutti. “La pace seminata nell’intimità personale trasformi l’umanità nella fraternità” (Mario). Buon anno nuovo: sia ricco di benedizione e di pace per tutti e tutte! Don Francesco

Pace e Benedizione sulla casa che ama il Signore

Hai sbagliato strada... Emmaus non è più la direzione giusta!

Il Signore Gesù non è qui, è risorto! Una notizia clamorosa, unica, imprevedibile. Non per Gesù, ma per noi! Perché adesso, libero dai limiti dello spazio e del tempo, è sempre accanto a noi. A ciascuno di noi.Ma come sta accanto a noi? Ce lo rivela lui stesso la sera di Pasqua. 1. Una presenza nuova, eppure da sempre conosciuta. Due uomini (due di noi!) stanchi e delusi sono in cammino verso Emmaus: la vita senza spiragli di grandezza e speranza di eternità. Stanchi e delusi come noi. Spesso. Ogni volta che il male (dentro di noi, intorno a noi, nel mondo) appare vittorioso sul bene. Gesù si accosta. Straordinario! Nel verbo c'è tutta la delicatezza e il rispetto dell'amico. Non irrompe con le insegne della sua potenza e divinità. Si accosta. I loro occhi vedono solo un pellegrino come loro. Cammina con loro. Ancor più straordinario. Non li forza a girare i tacchi per trascinarseli verso Gerusalemme. No! Lui, il risorto, che può camminare a mille, misura i suoi passi con la loro stanchezza. Con la nostra stanchezza. Poi domanda: "Perché questo volto triste? Cosa è successo?". Non sale sul pulpito, non predica, non rimprovera. Suscita domande, risponde, spiega. Senza buonismi, senza pacche sulle spalle, senza melensi "non è successo niente" e inconcludenti "se la pensate così.". Ma con l'energia che sprona a cercare la verità: "Stolti e tardi di cuore nel credere". Risponde e spiega senza formule fredde da imparare a memoria, senza luoghi comuni, senza retorica, ma in modo da fare ardere il cuore. Risponde e spiega come le cose di lassù stiano già dentro le cose di quaggiù: lievito dentro la massa. Come le Scritture non siano fantasie e sogni, ma occhi per vedere dietro l'apparenza delle cose e dei fatti. Arrivati al villaggio, fa come se dovesse andare più lontano. Incredibile! Non chiede niente, non esige propositi, non raccomanda più fede e coraggio per le prossime volte. Nemmeno un invito a tornare a Gerusalemme. Niente! Tutto gratis. Aspetta soltanto un invito a rimanere. E l'invito arriva: "Resta con noi!". Come si fa a non volere la compagnia di chi si accosta a te, cammina con te, risponde alle tue domande facendoti ardere il cuore? Lui resta. E si fa riconoscere. Come? Non sfodera gli attributi della sua divinità, della sua potenza ed eternità. Si fa riconoscere nello spezzar del pane: il gesto del papà e della mamma, dell'amico, di chi sa di non essere solo, di chi è consapevole che non può mangiarsi tutto, infischiandosene della fame degli altri. Di chi decide che tutto (sia poco o sia tanto) va condiviso con gli altri. Davanti a questo gesto, i loro occhi si aprono. E, prima stanchi e con il volto triste verso Emmaus, adesso corrono pieni di gioia verso Gerusalemme. 2. Il nostro cammino a partire dalla Pasqua. Così cammina con noi Gesù risorto. Vi siete riconosciuti in questo modo di sentirsi raggiunti dalla novità del Signore? Di strada ne abbiamo fatta parecchia anche quest’anno insieme e mi sento anche abbastanza soddisfatto del lavoro svolto. È vero, la sensazione del tempo buttato, della fatica sprecata, d’una vita che poteva andare meglio l’abbiamo dentro nel cuore. Forse in più occasioni anche in noi si è affacciata la domanda: “Ma allora abbiamo proprio buttato via tutto il cammino?” Ma no..., è la Pasqua del Signore! La vita germoglia ed esplode dentro ciascuno di noi. 3. La nostra reazione. Una bisaccia, i sandali, il bastone da viaggio: e via, pellegrini e poeti del Regno, per seminare speranza. Le nostre strade sono ormai le strade del mondo... a partire da quelle della nostra comunità pastorale; una croce e un risorto; uno scandalo e una follia: una persona. Resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta nella nostalgia di quest’ora, che ti cerca e ti invoca, sfiorando il mistero. Resta nel cuore che attende il tuo amore: resta con noi. Quella verso Emmaus non è più la nostra strada! Quella è la strada dei delusi, dei lamentosi, degli scoraggiati... noi siamo gente diversa, che ha imparato il gusto del vivere e non vede l’ora di comunicarlo! Don Giampietro

Hai sbagliato strada... Emmaus non è più la direzione giusta!

“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”

Domenica prossima la Chiesa italiana celebra la Giornata per la vita. I vescovi, nel loro messaggio, hanno sottolineato a più riprese il verbo custodire, che hanno proposto nel titolo del loro scritto: “Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”. LA PAROLA DI DIO. Il Salmo della Messa del 6 febbraio ci offre una felice espressione: “L’occhio del Signore è su chi lo teme” (cfr Sl 32). Cioè la protezione e la custodia del Signore sono date a chi lo venera, lo rispetta e lo ama anche nei fratelli più deboli, perché Dio si ricorda del bene fatto.Pure il Vangelo ci parla di custodia nella figura del centurione, che si prende a cuore il suo servo malato e chiede a Gesù una guarigione a distanza: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (cfr Mt 8). E Gesù, avendo colto una grande fede nel centurione, gli dice: “Va’, avvenga per te come hai creduto”. La cura e la custodia dei fratelli e delle sorelle più fragili, se non lasciati soli, può realizzare grandi cose anche nel nostro tempo! IL MESSAGGIO DEI VESCOVI. Vi offro solo qualche frase dello scritto. “Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione”. “Il diritto all’aborto e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente, così come alcune manifestazioni di egoismo durante la pandemia nascono da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti”. E certi “diritti” strozzano la vita! ”La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, incoraggiata e sostenuta, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza”. A questo forte invito dei vescovi ad essere custodi della vita, all’inizio e alla fine, non possiamo rispondere come Caino, dopo l’uccisione di Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (cfr Gn ). Credo che la custodia della vita passi dalla cura senza riserve che comunità, famiglie, istituzioni, associazioni, operatori vari e volontari percorrono per proteggere la vita. Non si può che ringraziare chi tiene sempre accesa con cura la speranza nella vita! L’ESEMPIO DI SAN GIUSEPPE. Il Papa, citato dai vescovi, ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano a custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (cfr Patris Corde). San Giuseppe pur rimanendo nell’ombra svolse un’azione decisiva nella custodia di Gesù e di Maria. Pertanto affidiamo a lui la nostra capacità di custodire sempre ogni vita! Don Francesco

“Ogni vita, all’inizio o alla fine, sia custodita”

Con Maria e Giuseppe andiamo fino a Betlemme

Con Maria è giovane: vive a Nazareth; riceve la visita improvvisa e inaspettata dall’angelo Gabriele. Le dice: “Sii contenta, Maria; il Signore ti vuole bene”.Nove mesi dopo, Maria è ormai vicina al momento in cui partorirà il figlio. Era gioiosa; aveva preparato bene la sua casa a Nazareth; ... ma deve, per il censimento imposto dall’imperatore Cesare Augusto, andare a Betlemme; per circa 100 km, in groppa a un asino... Si affida a Giuseppe; prega il Signore. È comunque serena. Gesù nasce in una grotta, nella più assoluta povertà. Maria pensava: “Com’era bella e accogliente la mia casa a Nazareth”. Ma è felice quando dà alla luce Gesù. Ci sono gli angeli che cantano: “Gloria nel cielo e pace sulla terra agli uomini amati dal Signore”. Ci sono i pastori che guardano Gesù con stupore e con gioia e annunziano la sua nascita a tutte le persone che incontrano.Arrivano i Magi, uomini sapienti, da lontano; portano dei doni importanti e preziosi; tutti gioiscono. Arriva il Santo Natale anche per noi; e Gesù Bambino ci dice: “Siate allegri; io vi sono vicino; cammino accanto a voi e vi indico la strada giusta da percorrere: quella del volerci bene, dello stimarsi a vicenda, dell’evitare ogni atteggiamento di prepotenza e di cattiveria. Siate contenti perché cercate di voler bene a tutti.”. L’importante è comunque muoversi; per incontrare Gesù vale la pena di lasciare consuetudini e sicurezza. Se invece di un Dio forte e rassicurante, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, in una accoglienza segnata dalla miseria, non ci deve venire il dubbio di aver sbagliato il percorso. Da quella notte le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della grandezza del Signore. Da quel Natale il volto spaurito degli oppressi, le membra affaticate dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tante donne e di tanti uomini sulla terra sono diventati un luogo privilegiato dove Lui continua a donare la sua presenza. A noi il compito di cercare cordialmente il Signore Gesù nella nostra società. E saremo felici se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Riprendiamo il cammino, forse un po' affannato, senza paura. Il Natale di quest’anno vuole farci trovare nuovamente Gesù e, con Lui, la gioia di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, il piacere della collaborazione, lo stupore della libertà che permea il nostro vissuto, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche i nostri sguardi verso il futuro saranno liberi dallo smog, privi di segnali di distruzione; saremo, invece, illuminati dalle stelle; dal nostro cuore, non più reso duro dalle delusioni, strariperà la speranza. “Qualcosa di misterioso, in questo universo, è complice di coloro che amano soltanto il bene” S. Weil. Un sereno Natale a tutti, Don Peppino

Con Maria e Giuseppe andiamo fino a Betlemme

Il dono di essere riconciliati

Ringrazio cordialmente Don Marco Paleari, parroco alla San Massimiliano Kolbe, per i testi che ci ha inviato per questo Quaresimale.Ci poniamo una prima domanda: perché ci è chiesto di confessarci? È opportuno riflettere innanzitutto sul senso e poi sulla modalità per vivere proficuamente il quarto Sacramento. Non può essere frutto di una imposizione; non può essere lasciato al flusso delle nostre emozioni. Non “vai a confessarti”; e neppure “vado quando me la sento”. Normalmente si afferma che nel Sacramento della Riconciliazione noi andiamo a chiedere la misericordia del Signore sul nostro peccato. Non è un'indicazione sbagliata.Occorre però compiere un passo che ci aiuti ad approfondire maggiormente la possibile qualità dell'esperienza di questo momento. E questo passo potrebbe essere descritto così: “È fondamentale trovare il desiderio di promuovere con maggiore intensità la relazione con il Signore, con le altre persone; in definitiva, con noi stessi”. L’introduzione al libro liturgico che racchiude il rito della Penitenza non mette l'accento sul fatto che noi ci presentiamo al Confessore per essere perdonati, bensì afferma che sarà resa più viva in noi l'identità di figli di Dio, anche attraverso il rinnovamento della nostra fraternità con chi ci cammina accanto. Il Signore ci conferma che desidererebbe che ci accorgessimo che è Lui, vivo è risorto, che si accompagna a noi, ci è vicino, ci accoglie e ci comprende nell'affannosa e non sempre illuminata ricerca di donare qualità alla nostra esistenza. Con il peccato, a volte inconsapevolmente, noi roviniamo relazioni belle, spontanee, libere con le persone vicine; la mediocrità e la superficialità possono disturbare la nostra crescita; la sofferenza ci può allontanare dall’avvertire la necessità di una presenza del Signore nella nostra vita.Occorre invece riconoscerci debitori della sua misericordia; occorre arrendersi al suo perdono e mutuare dalla sua Parola le modalità delle nostre relazioni. Significativa è, ad esempio, la scelta del padre misericordioso di attendere sulla soglia di casa, con un cuore pacificato e con uno sguardo limpido il possibile ritorno del “figlio prodigo”. Proprio perché ha un cuore pacificato da sempre il padre può corrergli incontro, non pretendere le sue scuse, abbracciarlo e fare festa. Dobbiamo restituire il primato alla grazia: il Signore ci faccia sempre più comprendere che la Riconciliazione non è innanzitutto un nostro passo verso Dio, ma è lui che ci chiama, ci stupisce con la sua misericordia e gioisce pienamente per il cammino che promuoviamo verso di Lui.Non trascuriamo la Riconciliazione. Il Signore ci conferma che la sua tenerezza materna è più importante delle nostre fragilità. Diventa opportuno cambiare atteggiamento; occorre rivivere il desiderio di convertirci, di mutare rotta, di determinarci per un incontro sistematico con la misericordia del Signore.Un cristiano che non vive la Sua benevolenza nei nostri confronti, che vive senza sperimentare il suo amore - è un'immagine di Papa Francesco -, è come un ago che punge, ferisce ma non cuce, non unisce. Senza un amore rivisitato sistematicamente dal Signore, che cosa offriremo al mondo? E Gesù ci conferma che la paura, forse più dell’egoismo, può toglierci energie e speranze; e ci conferma: “Non sia turbato il vostro cuore”. (Gv 14,1) Don Peppino

Il dono di essere riconciliati

Messaggio per la 44° giornata nazionale della vita: Custodire ogni vita

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15) Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale.[...] Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori. Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. [...] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione. La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013). Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata. Roma, 28 settembre 2021 Il Consiglio Episcopale permanente della Conferenza Episcopale Italiana

Messaggio per la 44° giornata nazionale della vita: Custodire ogni vita

"... Con Gentilezza": il discorso alla città di Milano dell'Arcivescovo Mario

«Con gentilezza» e «seminando fiducia» è possibile uscire «da questi tempi travagliati a causa della pandemia e di tutti gli altri drammi». Perché, ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nella Basilica di Sant’Ambrogio nel tradizionale “Discorso alla città e alla diocesi” citando il poeta Franco Arminio, «abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’inno alla crescita ci vorrebbe l’inno all’attenzione». Attenzione, ha spiegato ancora il presule, «a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza» e appunto «alla gentilezza». «Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti parlando della “rivoluzione della gentilezza” ci ha invitato a recuperarla con molta determinazione», ha detto con forza l’arcivescovo chiedendo poi «l’intercessione di sant’Ambrogio nostro patrono (della città di Milano, ndr) per imparare a praticare le virtù del buon governo e lo stile della gentilezza». Ma in questi tempi di resistenza, di insidie, dove - ha affermato ancora Delpini - «nella nostra società sono presenti persone e organizzazioni che disprezzano la vita umana, cercano in ogni modo il potere e il denaro», come si fa a praticare la virtù del buon governo e lo stile della gentilezza? Diventando, è la risposta del presule, «artigiani del bene comune». Perché «questi resistono nella fatica quotidiana, nelle prove della salute e del lavoro, nelle complicazioni della burocrazia», in una società in cui per Delpini «c’è chi si approfitta dei deboli, che fa soldi sulla rovina degli altri, distruggendo famiglie e aziende con l’usura, che induce alla resa prima della lotta e alla rassegnazione invece che alla reazione onesta». «La nostra società ha bisogno di abitare i territori dell’umano, ha bisogno di presidiare le relazioni interpersonali, a fronte di una deriva delle stesse nelle interminabili connessioni virtuali (relazioni tascabili e liquide), di lasciarsi interpellare dagli ultimi della fila, dai vuoti a perdere, dalle vite da scarto», ha detto ancora il presule. Non bisogna quindi lasciar spazio alla sfiducia ma i milanesi devono riscoprire «fierezza» e «riconoscenza». «Lo scandalo della violenza, in particolare alle donne impone una reazione», così come va promossa nuovamente la «partecipazione» dei cittadini alla vita politica: «La scarsa affluenza al voto nelle elezioni amministrative è un segnale allarmante», ha ammonito ancora Delpini. Anche per questo famiglia, giovani e ambiente devono ritornare ad essere priorità. «La Settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Taranto in ottobre, "Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso", ha messo in evidenza la tensione tra la difesa dei posti di lavoro e delle attività produttive e la salvaguardia dell’ambiente – ha spiegato Delpini –. La nostraterra è in grado di mostrare come i due beni da custodire e promuovere si possano conciliare» ma «i temi sono spesso affrontati con toni aspri e rivendicativi. La gentilezza fa immaginare percorsi più concordi, rispettosi, costruttivi. La gentilezza è il motore delle comunità “Laudato sì” che in modo spontaneo ed efficace nascono nella nostra diocesi». «Il pericolo di una “catastrofe educativa”, come si esprime papa Francesco, in questo tempo tribolato mi fa pensare», ha affermato ancora Delpini. «Nelle scuole – ha aggiunto – è necessario che le famiglie e le istituzioni siano alleate per contrastare le forze che insidiano e rovinano i giovani con le sostanze che creano dipendenza, con la pornografia, con la tolleranza per forme di bullismo, di abusi, di trasgressione del convivere». È quindi essenziale, è stata la sintesi dell’arcivescovo, «quella gentilezza della conversazione che trasmette la persuasione che la vita è una vocazione, non un enigma incomprensibile, che il futuro è promessa e responsabilità, non una minaccia, che ciascuno, così com’è, è adatto alla vita, è all’altezza delle sfide, è degno di essere amato e capace di amare. Bisogna offrire ai giovani buone ragioni per diventare adulti». «Noi, però, celebriamo sant’Ambrogio come patrono e dichiariamo che fa parte della nostra identità ambrosiana il trovarsi a proprio agio nella storia», ha detto ancora l’arcivescovo individuando poi nella famiglia e nella sua promozione quella costante che caratterizza da sempre la vita e la crescita dell’umanità. «La famiglia è principio generativo della società – ha concluso Delpini –. L’alleanza nella famiglia tra l’uomo e la donna, nella stima e nella gentilezza reciproche, è una promessa di bene per i figli. La crisi demografica che minaccia di condannare all’estinzione la nostra popolazione non si risolve solo con l’investimento di risorse materiali in incentivi e forme di assistenza, ma certo se gli investimenti e i provvedimenti, la legislazione e le delibere sono orientati a favorire chi preferisce non farsi una famiglia, non avere figli, chi vorrebbe formarsi una famiglia e avere figli si sentirà più solo. È necessaria però una mentalità nuova, una proposta di ideali di vita che sia offerta con la gentilezza della testimonianza, con l’argomento persuasivo della gioia di famiglie che donino con i figli e le figlie un futuro alla città. Le famiglie chiedono che nelle istituzioni si riconosca il volto gentile dell’alleanza piuttosto che la complicazione e la freddezza della burocrazia». Tratto da Avvenire del 7 dicembre cc: Davide Re

"... Con Gentilezza": il discorso alla città di Milano dell'Arcivescovo Mario

Il Peccato e i Peccati

Noi siamo abituati a pensare ai peccati come azioni commesse in dispregio alla legge morale o civica. Vale però la pena di ripensare a questo modo di intendere il peccato secondo quanto la Parola di Dio ci indica come lettura giusta. In questo senso il racconto del peccato originale è un ammaestramento fondamentale. Rileggiamo Genesi 3,1-19. Ci accorgiamo che il peccato ha la sua origine nella rottura di fiducia in Dio. Come se uno dicesse:"Dio è un contendente dell'uomo; vuole sottometterlo alla sua completa discrezione" e allora non ci si fida più di lui. "Voglio essere io il dio di me stesso e decido io ciò che è bene o male". Non si tratta, dunque di un frutto proibito (nella versione latina si parla di "malum" che significa "frutto" e che è stato interpretato come "mela") ma di un pensiero di sfiducia nella saggezza di Dio. Il peccato, perciò, parte da un atteggiamento interiore: quello di chi pensa che Dio non sia amico dell'uomo e ne vuole negare la libertà. Proprio nella terza domenica di Quaresima Gesù diceva: "Chi fa il peccato è schiavo del peccato" e solo la parola di Gesù ci può rendere liberi. Prima dei peccati c'è, dunque, il peccato. La conversione che ci è chiesta nella Quaresima consiste, perciò, nella "metanoia" cioè nel cambiamento di mentalità: il pensare che Dio è il bene più grande per l'uomo e l'uomo è il terminale di una attenzione privilegiata di Dio. Se cediamo a questo modo di pensare a Dio come avversario della libertà umana, tutto si sfascia dentro di noi e cadiamo nella insipienza, la mancanza di saggezza che ci mostra come debbano essere gestite le nostra vite e i nostri rapporti. Si ha paura di Dio: "Ho udito il rumore dei tuoi passi e mi sono nascosto". Si rompe l'equilibrio interiore con cui dominare i propri istinti: "Si accorsero di essere nudi". Cade il legame tra l'uomo e la donna: "La donna che tu mi hai dato". Cessa l'armonia con il mondo naturale: "Con il sudore della tua fronte...". Da qui nascono i peccati, tutte le prevaricazioni che ci portano ad essere sregolati dentro di noi, a voler dominare sugli altri, a non conservare il compito di essere custodi della terra a nome di Dio. I comandamenti dati dal Signore altro non sono se non l'esplicitazione dei modi di comportarsi che l'uomo terrebbe se fosse capace di riconoscere che solo in Dio c'è la saggezza che indica ciò che è giusto o sbagliato per l'essere umano. Così, l'uomo che non si fida di Dio cade nelle tenebre e si allontana da quella luce di Verità che sola ci può rendere liberi e diviene figlio di colui che è menzognero fin dalle origini, il satana. Il rimedio consiste nel metterci ancora sotto la luce della Parola di Dio, del Cristo, che con la sua vita, il suo esempio e il suo insegnamento ci indica la verità sull'uomo, amato in modo smisurato da lui, fino al dono totale della sua vita sulla croce. Così potremo ritrovare su di noi la bellezza e l'immagine secondo cui siamo stati creati. Quanto detto ci fa ritrovare anche tutte le dimensioni del peccato. Ci sono i peccati personali, quelli che più facilmente accusiamo nel sacramento della riconciliazione. Ci sono i peccati "sociali", che solitamente dimentichiamo di prendere in considerazione. Per questi dovremmo domandarci quanto ci sentiamo responsabili di tutte le brutture che tolleriamo nella nostra società e per questi dovremmo accostarci più frequentemente alle confessioni comunitarie nelle quali dichiariamo di essere un popolo di peccatori, colpevoli di atti che non dipendono da nessuno di noi in particolare, ma dalla nostra ignavia nel cambiare questo nostro mondo. Ci sono i peccati commessi contro il creato con i quali rinunciamo al compito datoci da Dio di essere "custodi" del creato. Il quarto Sacramento (Confessione, Penitenza, Riconciliazione) che restituisce a noi l'immagine e la dignità di figli di Dio, creata dai primi tre, dovrebbe essere valorizzato maggiormente da chi si dice credente perché ci riconduce alla piena comunione con la Trinità, con i fratelli e con ciò che Dio ci ha donato come dimora su questa terra.   Don Felice

Il Peccato e i Peccati

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Molti sono i momenti storici che hanno dato vita a questa iniziativa di preghiera ecumenica, a partire dal 1740 circa, quando in Scozia nasce un movimento pentecostale con legami in Nord America, il cui nuovo messaggio per il rinnovamento della fede chiamava a pregare per e con tutte le chiese. Il predicatore evangelico Jonathan Edwards invita ad un giorno di preghiera e di digiuno per l’unità, affinché le chiese ritrovino il comune slancio missionario. Fino al 1935 quando l’abate Paul Couturier, in Francia, promuove la “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” basata sulla preghiera per “l’unità voluta da Cristo, con i mezzi voluti da lui”. Da allora nel gennaio di ogni anno viene indetta questa settimana di preghiera che vuole coinvolgere tutti i cristiani nello sforzo di ricucire la tunica di Cristo. In precedenza questa settimana di preghiera era caratterizzata dall'idea che fosse una specie di crociata spirituale per il ritorno dei non cattolici. Ciò che si era affermato nella mentalità corrente era che la Chiesa di Oriente fosse la Chiesa della tradizione; che la Chiesa protestante fosse la comunità della Bibbia e la Chiesa cattolica quella dei Sacramenti e della gerarchia. Da questa mentalità ci siamo liberati solo con il Concilio Ecumenico Vaticano II, nonostante che ci siano stati spiriti profetici che hanno anticipato un pensiero nuovo. Tra questi, appunto, l'abate Couturier che scriveva: "L'ottavario ha per scopo una riunione di insieme di cui non sappiamo nient'altro che Dio la vuole, perché il Cristo ha pregato per l'unità. Si tratta di fare l'atto di completo abbandono e di assoluta fiducia nell'infinita bontà e nell'infinita potenza del Cristo risorto". Perciò lo spirito con cui dobbiamo affrontare questi giorni non è quello di pregare perché questi "eretici" o "separati" rientrino nella comunità della Chiesa cattolica ma che ogni credente, a partire dalla propria spiritualità, si renda docile allo Spirito, si lasci condurre da una fede viva verso la persona di Cristo, ma ciascuno nella propria confessione, dove, cioè, ha imparato ad amare Cristo. Questo non significa rinunciare alla pienezza della verità che appartiene alla Chiesa cattolica ma soltanto mettersi in sintonia con Cristo che nella sua preghiera sacerdotale ha pregato per l'unità. Di conseguenza la preghiera ecumenica non può domandare di ridurre gli altri alla nostra unità, bensì che "Dio realizzi l'unità che egli vorrà con i mezzi che egli vorrà". Questo modo di pensare ci ha permesso di superare quell'ecclesiocentrismo che ci soffocava; le Chiese hanno smesso di mettere se stesse al centro dell'universo religioso, misurando le altre con la propria misura: hanno messo Cristo al centro e si misurano con la sua grazia e le sue esigenze e si sono trovate tutte mancanti. Infine, dobbiamo all'ecumenismo l'approfondimento dell'idea stessa dell'unità della Chiesa: ci parla infatti dell'unità della Chiesa come "mistero" e non come "problema"; l'unità della Chiesa come partecipazione alla vita trinitaria. Non è questione di vivere NELL'UNITÀ ma di vivere DELL'UNITÀ. Bisogna, però, stare attenti a non ridurre la settimana di preghiera per l'unità ad un semplice fatto di devozione. Bisogna pregare "bene". Scrive il documento del Vaticano II: “Ora il Signore dei secoli, il quale con pazienza e sapienza persegue il disegno della sua grazia verso di noi peccatori, in questi ultimi tempi ha incominciato ad effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l'interiore ravvedimento e il desiderio dell'unione” (Unitatis Redintegratio 1). Il primo passo verso una spiritualità ecumenica consiste nell'accettare la pluralità delle spiritualità, conoscerle, apprezzarle e assimilarle nella misura del possibile, perché, come diceva il Card. Mercier, per unirsi bisogna amarsi e l'amore del Cristo dà la limpidità dello sguardo necessaria per conoscere l'altro nel suo mistero. Non si tratta solo di conoscere la dottrina delle altre Chiese, ma come diceva il Vaticano II, "bisogna conoscere l'animo dei fratelli separati". La speranza è che presto possiamo adempiere al desiderio di Cristo: "Che siano un sola cosa". Don Felice

Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio

Le tre venute del Signore Gesù

Prendo lo spunto per questa riflessione sull’Avvento dai “Discorsi” profondi di un santo, abate e dottore della Chiesa: “Noi conosciamo tre venute del Signore: presso gli uomini, negli uomini, a giudizio degli uomini. Egli viene presso tutti indistintamente, ma non ugualmente in tutti e nel giudizio di tutti. Il primo e il terzo avvento sono noti, in quanto manifesti; il secondo, invece, è spirituale e nascosto” (San Bernardo). Il primo Avvento: “presso gli uomini” Nel Credo diciamo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. È il mistero del Natale di Gesù, che sceglie con umiltà il luogo della sua nascita e, soprattutto, sceglie, grazie al “sì” della giovane donna Maria, di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di nascere da un grembo umano: “Così, colui che aveva creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, diventato uomo, si fece riconoscere dagli uomini” (San Bernardo). Il primo Avvento ci invita a entrare con semplicità nel mistero del Natale per celebrare la memoria della sua nascita al mondo. Gesù ci raccomanda l’umiltà, che nella sua vita è diventata realtà viva da Betlemme a Gerusalemme: umile Bambino con i pastori alla Grotta, umile Redentore con il ladrone al Calvario, umile Risorto con le donne al Giardino. La cifra sintetica dell’esistenza di Gesù è l’umiltà: da ricco si è fatto povero, da Dio è diventato anche uomo umiliando se stesso fino alla morte di croce. La scelta di Gesù ci insegna ad essere come l’acqua “umile” cantata da San Francesco: l’acqua è umile perché scende sempre in basso, ma dove passa fa fiorire la valle e il deserto. Per questo non dovrebbe mai mancare l’acqua nei nostri presepi, perché ci ricorda l’umiltà di Gesù e la nostra di discepoli. Il secondo Avvento: “negli uomini” L’originalità del testo del santo abate la troviamo in quella che definisce la seconda venuta del Signore: “Il secondo Avvento è spirituale e nascosto e di esso il Signore medesimo dice: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo onorerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv 14, 23). Beato, Signore Gesù, colui presso il quale dimorerai” (San Bernardo). La parola di Gesù ci comanda di amarci a vicenda. La dimora di Dio tra gli uomini è quella dell’amore. Chi ama Gesù diventa tempio di Dio, luogo della sua presenza. E anche in noi Padre e Figlio pongono la propria dimora. Per questo è scritto: “Amatevi gli uni gli altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4, 7). Che bello sapere che Dio vuole mettere su casa in noi e farci diventare tempio di Dio nello Spirito (cfr Gv 14, 26). Se amiamo Gesù e osserviamo la sua parola anche il Padre ci ama: vengono a noi e dimorano in noi. Da Gesù impariamo a entrare con rispetto nella vita delle persone perché Dio abita anche in loro. Il terzo Avvento: “a giudizio degli uomini” Nella Messa diciamo di essere in attesa della venuta del Signore, il quale verrà a giudicare, alla fine, tutta l’umanità. È quello che San Bernardo chiama il terzo Avvento. Non devono spaventarci le immagini bibliche di genere letterario apocalittico, che amano esagerare e quasi intimidirci: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze, vi saranno fatti terrificanti nel cielo. E gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere. Le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Lc 21, 10-11.26). Il linguaggio violento ci vuole indicare solo il desiderio di Dio di distruggere il male, che opprime gli uomini e la terra per aprirli al bene e alla sua attesa. Infatti noi non aspettiamo la distruzione di tutto, ma la venuta del Signore: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria” (Lc 21, 27). Un teologo ha attualizzato bene le immagini apocalittiche: “L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue trentacinque guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti ... Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita! Gesù ama la speranza non la paura. Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio. La fede ci ripete che Dio è alle porte, è vicino e viene come un abbraccio” (Ermes Ronchi). La qualità della nostra attesa del Signore Il tempo di Avvento è un invito a interrogarci sulla qualità della nostra attesa del Signore e sulle qualità della nostra vita spirituale. Allora, domandiamoci: come vanno nella nostra esistenza di  battezzati: la fede, la preghiera, l’eucaristia, la riconciliazione, la parola di Dio, la carità, il servizio agli altri? Se qualche aspetto della nostra vita va rivisto affidiamoci al Vangelo perché ci indica la strada giusta, che è la nostra conversione! Dunque accorgiamoci delle tre venute del Signore e perseveriamo nel fare il bene con amore, perché nel terzo Avvento il Signore glorioso giudicherà la qualità del nostro amore: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce). Buon Avvento 2021. Don Francesco

Le tre venute del Signore Gesù