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La nostra voce e il nostro cuore dalla Terra Santa

Ormai abbiamo quasi raggiunto 100 giorni di guerra… mai avrei immaginato di dover affrontare una situazione simile, in realtà neanche le persone che sono nate e vivono qui hanno mai dovuto affrontare una situazione del genere.

100 giorni ormai di dolore, tristezza, morte, violenza che non stanno portando nessuna delle due popolazioni ai risultati sperati. 

Tra i caduti purtroppo ci sono anche i cristiani, quella piccola minuscola fetta della popolazione fatta dai palestinesi di fede cristiana. È stata attaccata la chiesa ortodossa di S. Porfirio nei bombardamenti, due signore cattoliche cristiane sono state colpite da un cecchino israeliano mentre si recavano ai servizi all’interno del compound della chiesa cattolica e le suore di Madre Teresa che si occupano di prendersi cura dei disabili sono state colpite anche loro.

Il patriarcato latino cerca di fare il possibile per prendersi cura della piccola minuscola comunità cristiana all’interno di Gaza inviando cibo, acqua e controllando giorno dopo giorno come stanno tutte le persone. La chiesa cattolica della parrocchia di Gaza è diventata un punto fermo per gli anziani, i bambini, dove trovare rifugio anche per i musulmani. Il Patriarca Pierbattista Pizzaballa, il suo cancelliere, il parroco di Gaza Romanelli ancora bloccato a Gerusalemme (non permettono il suo ritorno all’interno della striscia) si preoccupano quotidianamente di queste persone a loro così care. Il papa stesso ha contattato una delle suore presenti lì per rincuorare la comunità. Questo per quanto riguarda cosa succede per i cristiani all’interno della Striscia. 

La situazione è molto complicata anche per tutti noi cristiani che non abitiamo a Gaza. Non tanto dal punto di vista dei bombardamenti, grazie al cielo a Gerusalemme, Betlemme, Ramallah non ci sono attacchi missilistici in questi giorni, ma dal punto di vista dell’umore generale e anche per tante famiglie di come poter portare qualche soldo a casa e il cibo.

Come sapete tutti dall’inizio della guerra Gerusalemme, la città vecchia e Betlemme sono diventate delle città fantasma. È molto triste ed inquietante muoversi tra questi luoghi di solito colmi di pellegrini e vedere tutte le saracinesche abbassate e le strade deserte. È davvero preoccupante perché questo vuol dire che purtroppo tante famiglie hanno perso il lavoro, dipendendo di solito dal turismo, tanti mariti hanno il permesso di lavoro per entrare anche in Israele a lavorare, spesso nei siti di costruzioni. La povertà sta aumentando anche per le famiglie cristiane, si vedono tante persone in code nelle parrocchie in attesa di un sacco con dentro i viveri fondamentali. La Custodia nonostante tutto, grazie soprattutto a padre Ibrahim Faltas, sta raccogliendo fondi per aiutare i nuclei cristiani, per far avere dei permessi di lavoro e anche sono stati fatti tanti sforzi per permettere almeno ai religiosi di celebrare a Betlemme le festività. 

La parte più difficile chiaramente oltre alla parte più concreta, è stare vicino alle persone, rincuorarle e non farle sentire sole.

Ho avuto la fortuna di sentire diverse volte il Patriarca parlare nelle prediche, nelle preghiere della comunità o nelle interviste. Ha detto una cosa secondo me verissima: tutti noi qui in Terra Santa abbiamo bisogno di un Pastore, di un Padre che ci stia vicino e che ci possa rincuorare. Tante persone sono tornate alle Messe, alle preghiere perché abbiamo bisogno di sentirci vicini e di stare insieme per quanto sia possibile. Alla fine della preghiera prima di Natale abbiamo cenato insieme noi della parrocchia di Gerusalemme, dopo la Messa del Primo dell’anno è stato offerto il pranzo in Patriarcato: ecco tutti questi sono stati momenti che ci hanno scaldato il cuore, in cui non ci siamo sentiti soli. Cenare o pranzare insieme, suore, frati, laici, Cardinali, Vescovi, preti gli uni vicini agli altri penso sia una delle immagini più belle e più vere di cristianesimo che abbia visto di recente. Partecipare a una fiaccolata nella scuola della Custodia, bimbi e adulti, camminare nella via Crucis dopo settimane che ci è stato impedito per motivi di sicurezza, sono chiari e forti simboli che la presenza cristiana in Terra Santa è importante, unica e fondamentale, ma soprattutto parte della vita quotidiana di tutti noi che siamo qui. 

 

Allora vorrei dirvi, noi cerchiamo di stare forti, di perseverare nella fede, di avere speranza che il Signore ci guidi sempre nella direzione giusta anche se a volte è faticosa o difficile da vedere. Dio esiste, ci è accanto anche in questi momenti terribili e ci ascolta nonostante tutta la violenza che abbiamo intorno. A voi, alla vostra comunità, chiediamo di pregare che arrivi presto la pace e se possibile, anche di aiutare per quanto ognuno può con qualche piccola donazione per aiutare le famiglie cristiane qui e che non lascino la Terra Santa.

Lucia D'Anna 

La nostra voce e il nostro cuore dalla Terra Santa

46a Giornata Nazionale per la Vita

«La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36)»

 

 

1. Molte, troppe “vite negate”

Sono numerose le circostanze in cui si è incapaci di riconoscere il valore della vita tanto che, per tutta una serie di ragioni, si decide di metterle fine o si tollera che venga messa a repentaglio.

La vita del nemico – soldato, civile, donna, bambino, anziano… – è un ostacolo ai propri obiettivi e può, anzi deve, essere stroncata con la forza delle armi o comunque annichilita con la violenza. La vita del migrante vale poco, per cui si tollera che si perda nei mari o nei deserti o che venga violentata e sfruttata in ogni possibile forma. La vita dei lavoratori è spesso considerata una merce, da “comprare” con paghe insufficienti, contratti precari o in nero, e mettere a rischio in situazioni di patente insicurezza. La vita delle donne viene ancora considerata proprietà dei maschi – persino dei padri, dei fidanzati e dei mariti – per cui può essere umiliata con la violenza o soffocata nel delitto. La vita dei malati e disabili gravi viene giudicata indegna di essere vissuta, lesinando i supporti medici e arrivando a presentare come gesto umanitario il suicidio assistito o la morte procurata. La vita dei bambini, nati e non nati, viene sempre più concepita come funzionale ai desideri degli adulti e sottoposta a pratiche come la tratta, la pedopornografia, l’utero in affitto o l’espianto di organi. In tale contesto l’aborto, indebitamente presentato come diritto, viene sempre più banalizzato, anche mediante il ricorso a farmaci abortivi o “del giorno dopo” facilmente reperibili.

Tante sono dunque le “vite negate”, cui la nostra società preclude di fatto la possibilità di esistere o la pari dignità con quelle delle altre persone.

 

2. La forza sorprendente della vita

Eppure, se si è capaci di superare visioni ideologiche, appare evidente che ciascuna vita, anche quella più segnata da limiti, ha un immenso valore ed è capace di donare qualcosa agli altri. Le tante storie di persone giudicate insignificanti o inferiori che hanno invece saputo diventare punti di riferimento o addirittura raggiungere un sorprendente successo stanno a dimostrare che nessuna vita va mai discriminata, violentata o eliminata in ragione di qualsivoglia considerazione.

Quante volte il capezzale di malati gravi diviene sorgente di consolazione per chi sta bene nel corpo, ma è disperato interiormente. Quanti poveri, semplici, piccoli, immigrati… sanno mettere il poco che hanno a servizio di chi ha più problemi di loro. Quanti disabili portano gioia nelle famiglie e nelle comunità, dove non “basta la salute” per essere felici. Quante volte colui che si riteneva nemico mortale compie gesti di fratellanza e perdono. Quanto spesso il bambino non voluto fa della propria vita una benedizione per sé e per gli altri. 

La vita, ogni vita, se la guardiamo con occhi limpidi e sinceri, si rivela un dono prezioso e possiede una stupefacente capacità di resilienza per fronteggiare limiti e problemi.

 

3. Le ragioni della vita

Al di là delle numerose esperienze che fanno dubitare delle frettolose e interessate negazioni, la vita ha solide ragioni che ne attestano sempre e comunque la dignità e il valore.

La scienza ha mostrato in passato l’inconsistenza di innumerevoli valutazioni discriminatorie, smascherandone la natura ideologica e le motivazioni egoistiche: chi, ad esempio, tentava di fondare scientificamente le discriminazioni razziali è rimasto senza alcuna valida ragione. Ma anche chi tenta di definire un tempo in cui la vita nel grembo materno inizi ad essere umana si trova sempre più privo di argomentazioni, dinanzi alle aumentate conoscenze sulla vita intrauterina, come ha mostrato la recente pubblicazione Il miracolo della vita, autorevolmente presentata dal Santo Padre.

Quando, poi, si stabilisce che qualcuno o qualcosa possieda la facoltà di decidere se e quando una vita abbia il diritto di esistere, arrogandosi per di più la potestà di porle fine o di considerarla una merce, risulta in seguito assai difficile individuare limiti certi, condivisi e invalicabili. Questi risultano alla fine arbitrari e meramente formali. D’altra parte, cos’è che rende una vita degna e un’altra no? Quali sono i criteri certi per misurare la felicità e la realizzazione di una persona? Il rischio che prevalgano considerazioni di carattere utilitaristico o funzionalistico metterebbe in guardia la retta ragione dall’assumere decisioni dirimenti in questi ambiti, come purtroppo è accaduto e accade. Da questo punto di vista, destano grande preoccupazione gli sviluppi legislativi locali e nazionali sul tema dell’eutanasia.

Così gli sbagli del passato si ripetono e nuovi continuamente vengono ad aggiungersi, favoriti dalle crescenti possibilità che la tecnologia oggi offre di manipolare e dominare l’essere umano, e dal progressivo sbiadirsi della consapevolezza sulla intangibilità della vita. Deprechiamo giustamente le negazioni della vita perpetrate nel passato, spesso legittimate in nome di visioni ideologiche o persino religiose per noi inaccettabili. Siamo sicuri che domani non si guarderà con orrore a quelle di cui siamo oggi indifferenti testimoni o cinici operatori? In tal caso non basterà invocare la liceità o la “necessità” di certe pratiche per venire assolti dal tribunale della storia.

 

4. Accogliere insieme ogni vita

Nella Giornata per la vita salga dunque, da parte di tutte le donne e gli uomini, un forte appello all’impossibilità morale e razionale di negare il valore della vita, ogni vita. Non ne siamo padroni né possiamo mai diventarlo; non è ragionevole e non è giusto, in nessuna occasione e con nessuna motivazione.

Il rispetto della vita non va ridotto a una questione confessionale, poiché una civiltà autenticamente umana esige che si guardi ad ogni vita con rispetto e la si accolga con l’impegno a farla fiorire in tutte le sue potenzialità, intervenendo con opportuni sostegni per rimuovere ostacoli economici o sociali. Papa Francesco ricorda che «il grado di progresso di una civiltà si misura dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili» (Discorso all’associazione Scienza & Vita, 30 maggio 2015). La drammatica crisi demografica attuale dovrebbe costituire uno sprone a tutelare la vita nascente.

 

5. Stare da credenti dalla parte della vita

Per i credenti, che guardano il mistero della vita riconoscendo in essa un dono del Creatore, la sua difesa e la sua promozione, in ogni circostanza, sono un inderogabile impegno di fede e di amore. Da questo punto di vista, la Giornata assume una valenza ecumenica e interreligiosa, richiamando i fedeli di ogni credo a onorare e servire Dio attraverso la custodia e la valorizzazione delle tante vite fragili che ci sono consegnate, testimoniando al mondo che ognuna di esse è un dono, degno di essere accolto e capace di offrire a propria volta grandi ricchezze di umanità e spiritualità a un mondo che ne ha sempre maggiore bisogno.

 

Roma, 26 settembre 2023

Il Consiglio Episcopale Permanente

della Conferenza Episcopale Italiana

46a Giornata Nazionale per la Vita

Lectio Divina del Vangelo della II domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12)

“Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio” L’evangelista Matteo concentra la sua attenzione non tanto sul Battesimo di Giovanni (è richiamato solo al versetto 6) ma sulla sua predicazione. Riassume le parole del Battista con gli stessi pensieri con i quali riassumerà, più avanti, l’evangelizzazione di Gesù: “Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio”. C’è continuità tra i due personaggi. La predicazione del Battista insiste sul tema del giudizio: “nella sua mano tiene il ventilabro”; infatti il giudizio è presentato come imminente e il fatto di appartenere al popolo di Dio non può essere una garanzia sufficiente. Nelle parole del Battista c’è come un duplice invito rivolto non ai pagani, ma ai pii israeliti che accorrevano ad ascoltarlo. C’è una prima riflessione, quella di non cullarsi in una facile e certa sicurezza, fondata su concetti sbagliati. La salvezza non è un fatto scontato per nessuno. Non soltanto il pagano o il peccatore devono convertirsi, anche il giusto si deve interrogare, è necessario che abbia a mutare gli atteggiamenti e le scelte meno corretti. Il pio israelita, poi, è invitato a uscire dalla propria visione particolaristica: il giudizio non riguarda solo il mondo ma anche Israele e segue criteri che non sono scontati. Dio infatti può suscitare dovunque figli di Abramo. “Convertitevi”: è il centro della predicazione profetica: Dio vuole salvare; chiede agli ascoltatori di cambiare il cuore. L’umanità che, fin dall’inizio, fugge da Dio, è chiamata a invertire la rotta, il suo modo di pensare e di agire. La conversione più difficile è quella “religiosa”; chiede di cambiare il modo di pensare Dio e di rapportarsi a Lui; occorre modificare le nostre idee su di Lui; e, nello stesso tempo, guardare in faccia ai “nostri idoli”. È necessario comprendere come Lui si rivela: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Salmo 34,6). La conversione si concretizza nel mettere al centro Dio e non il proprio io o le proprie immagini di Dio; è ristabilire l’ordine della creazione. Giovanni è il profeta che sta sulla soglia tra il passato e il futuro. Per lui la promessa non è la tomba, ma il grembo della novità; è l’”Elia che deve venire” (Mal. 3,23), che anticipa la presenza di Colui che donerà salvezza al popolo. Punto di arrivo della paziente fatica di Dio è di portarlo a custodire l’attesa e gioire della presenza di chi da sempre è stato promesso. Il Battista non è solo il profeta che incontra il Signore nella solitudine del deserto. È l’apostolo che vuole introdurre tutti ad accogliere il Messia e ad uniformarsi al suo annuncio della Buona Notizia. Lui è la “voce”, Gesù è la “Parola” di Dio, che annuncia la fine dell’esilio (Isaia 40,3). Il deserto posto tra l’Egitto e la “terra promessa” è lo spazio dove il popolo è uscito dalla schiavitù ma non è ancora arrivato alla libertà. È il luogo del cammino e del dubbio, dell’ascolto e della ribellione, dell’affidamento e del peccato, della rottura. Nel deserto la solitudine mette ognuno davanti a sé, agli altri, all’Altro, senza via di scampo. Lì è stata data la Parola e la manna, l’acqua e il cibo che hanno sostenuto il popolo ebreo, che lo hanno formato. Dopo i quarant’anni trascorsi nel deserto; gli ebrei hanno sempre fatto memoria di quel periodo come del tempo del fidanzamento, in cui il popolo e Dio si parlavano, si ascoltavano; proprio come due innamorati. Etty Hillesum, nel campo di concentramento dove era stata rinchiusa, nel suo “Diario” scrive: “Soprattutto quando vivi in una condizione di disagio, è importante fermarsi ad ascoltare; si riprende contatto con un frammento di eternità ...; non dovremmo mai stare un minuto, senza la preghiera ...”. L’Avvento è tempo in cui vegliare e abbandonarsi al Signore, l’obiettivo è cogliere e assimilare ciò che è essenziale nella nostra vita. Don Peppino

Lectio Divina del Vangelo della II domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12)

AMORE GUSTATO E DA FAR GUSTARE

Questo è il tempo per farsi carico di interpretare la dimensione affettiva nel reciproco dialogo con la cultura contemporanea, perché la sapienza cristiana non sia ridotta all’immagine di un volume impolverato in una biblioteca ma piuttosto sia da tutti riconoscibile come una buona pratica per essere lieti nel vivere la propria vocazione ad amare”.

Così il nostro Arcivescovo Mario scrive nella sua lettera pastorale di quest’anno. 

In questa Festa della Famiglia desideriamo richiamare alle famiglie di assumere con più consapevolezza la loro vocazione a essere “soggetti di evangelizzazione”, pensando in particolare al loro ruolo educativo, incoraggiandoli sulla convinzione che crescere un figlio non richiede delle competenze specialistiche, ma delle competenze umane, viene attivata la responsabilità di ciascuno. Ciascuno deve partire dalla convinzione che “Così come sei vai bene per annunciare il Vangelo!” senza rassegnarci a non essere capaci.

La proiezione per il domani a volte viene offuscata dai mali del mondo che ci affliggono oggi. I nostri ragazzi si stanno accorgendo di questo clima che rischia di annichilire uno sguardo ottimista sul futuro.

Ecco perché non vogliamo arrenderci e in questa occasione di festa in cui la famiglia è al centro della nostra preghiera rilanciamo con piena voce che c’è un’invincibile speranza che spinge le famiglie a costruire il futuro, pensando ad azioni piene di vita da vivere e realizzare già oggi.

Noi come comunità cristiana vogliamo contribuire ad animare la Festa alimentando questa speranza. La speranza ci apre alla gioia. Crediamo che, per essere famiglie che trasmettono ed educano alla speranza, occorre esercitare e avere uno sguardo positivo sul futuro convinti che, se i nostri figli seguiranno il Vangelo e continueranno a essere discepoli del Signore, avranno certamente “un domani PIENO DI VITA”!

 

Vorrei allora consegnare a tutte le nostre famiglie tre verbi

1. Partire

Ci sono giorni in cui occorre rischiare, ritrovare il coraggio, il desiderio. Forse essere creativi è il modo migliore per vivere senza sopravvivere. Le iniziative, gli incontri, gli inviti con i quali vi sollecitiamo durante l’anno pastorale vogliono essere quest’invito a lasciare la riva delle nostre comodità perché sono profondamente convinto che Dio è venuto a fare del vostro amore il luogo della sua rivelazione e lo spazio da cui si diparte la sua redenzione. Occorre però il coraggio di muoversi verso traguardi nuovi senza pigrizie e scuse. Non è difficile credere in Dio. Difficile è credere all’amore, La fede è una resa all’amore e al sogno.

 

2. Rispondere

Con questo secondo verbo vorrei invitare tutte le famiglie a guardare lontano 

  • senza restare con lo sguardo basso ma alzando la testa. Impariamo dall’orizzonte a scavalcare il muro di separazione, impariamo dal mare che scioglie il sale di tutto il male, impariamo da Dio che ci invita a sperare.
  • non accontentandosi della mediocrità del pensiero comune che vuole a tutti i costi convincerci. Impariamo dalla sabbia ad essere granello unito ad altri granelli, impariamo dalle nubi che cambiano forma ogni giorno senza cambiare sostanza, impariamo da Dio che ci spinge a camminare.
  • non lasciandosi imbrogliare nei tornaconti dei pessimisti. Impariamo dai poveri di spirito che sanno danzare sui lamenti, impariamo dal silenzio, maestro e guida dei nostri pensieri, impariamo da Dio che ci scaraventa nell’Amore.

Ogni giorno è un giorno buono per ricominciare. Se dai spazio alla vita, la vita ti ricompensa molto più di quanto si pensa.

 

3. Celebrare

Che non è solamente “il venire a Messa”, ma qualcosa di più grande. La consapevolezza che Dio cammina con noi, nella nostra quotidianità ci stimola a trasformare tutta la nostra vita nella celebrazione del Signore che passa tra noi.

… perché avete ricevuto una vocazione bellissima nella quale sperimentate il gusto dell’amore … e del quale vi chiediamo il grande regalo di farci assaporare il gusto!

 

Don Giampietro

AMORE GUSTATO E DA FAR GUSTARE

Dio ha pensato il suo Natale … a misura per te!

In queste settimane in cui sono venuto a benedire le vostre case e le vostre famiglie, ho visto parecchi presepi. E più li osservavo, più sorgeva in me questa considerazione: il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l'essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l'asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita. 

Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e ci chiede solamente di saper guardare nella giusta direzione perché lì scopri con sorpresa che Dio ha appena iniziato il suo capolavoro “in” e “con” te, anche se non appare così immediato.

Una mamma che ha portato in grembo un figlio lo sa. Conosce le ansie, le meraviglie, le fatiche, i sudori e lo stupore di quei nove mesi. Sa che la vita non nasce all'improvviso, ma che ha bisogno di un tempo per prepararsi. Un tempo di attesa. Un tempo in cui fuori niente sembra succedere e tutto invece accade, nel buio fitto di un grembo. Chi ha aspettato un figlio lo sa. Sentirsi culla di un mistero che sta prendendo forma e sangue è cosa che sgomenta, che fa battere il cuore all'impazzata. 

Eppure, quando festeggiamo il Natale dimentichiamo che la nascita che celebriamo, proprio quella nascita, ha avuto bisogno anche lei di prepararsi, ha dato il tempo a chi l'attendeva di stupirsi e sudare, di sentire stanchezze e gonfiori. 

Non sono dal nulla le nascite. 

Ma il Natale che dovremmo festeggiare è quello che accade dentro di noi, nel grembo della nostra vita o, se volete, della nostra storia. Anche quello succede nel buio. Anche quello si verifica attraverso fatiche e meraviglie. E mai così all'improvviso. 

Ha bisogno di tempo la nascita e ha bisogno di spazio: occorre un tempo per fare posto, nel pensiero e nella carne, a Dio

Ripensare al Natale significa ripensare al nostro essere "ruvida paglia", la fragile realtà su cui Dio si appoggia e chiede protezione, significa chiederci se questo Dio bambino può sentirsi al sicuro tra le nostre mani, nel nostro cuore. 

Sarà prezioso questo per chi vuole vivere un Natale che non sia solo una data sul calendario, ma quello scandito al ritmo lento di un’attesa che prepara uno spuntare di fragilità: un Dio bambino non si era mai visto, eppure il Verbo si fece carne. Notizia stupefacente: Dio nella carne, nel corpo, nella storia come uno di noi

Fa festa allora la nostra terra di fragilità e debolezza, perché il Natale ci parla di un Dio che non ha paura di sporcarsi. Ha percorso con amore le nostre strade: e perché non dovremmo con amore percorrerle noi? Ha creduto nell’uomo e nella donna, per quanto deboli e peccatori: e perché non dovremmo credere noi nell’uomo e nella donna così come sono? 

Il Natale ci porta più vicini a questo Dio: lo fa con parole discrete, profonde, facendoci provare il brivido e il calore di una tenerezza: la tenerezza verso un bambino caldo appena sgusciato dal ventre, lo stupore verso un Dio che si affida alle nostre mani, come se volesse insegnare che la vita è consegnarsi a una promessa.

Potrebbero in questo aiutarci i pastori il cui cantico diventa per noi una testimonianza.

“Non abbiamo meriti, non abbiamo sapienza, non abbiamo mandato. 

Abbiamo visto e rendiamo testimonianza.

Siamo stati disturbati nella notte e invitati a partire: ma vi diciamo che ne valeva la pena. 

L’umiltà del Bambino incoraggia anche noi che non valiamo niente e non godiamo di nessun prestigio a dire una parola, a contagiare con la gioia, a invitare al cammino. Siamo testimoni: non attiriamo l’attenzione su noi stessi, ma siamo lieti che anche voi andiate fin là, dove c’è il motivo della nostra letizia.

Siamo testimoni: dobbiamo dire semplicemente quello che abbiamo visto e nessun complicato ragionamento, nessun disprezzo che ci mette in ridicolo, nessuna minaccia che ci vuole zittire, nulla può convincerci a tacere quello che ci è stato donato. Siamo stati amati. Proprio noi, povera gente da nulla, siamo stati amati e quel bambino ci ha resi capaci di amare. Di questo diamo testimonianza”.

I pastori sono testimoni e il loro cantico condivide la sorpresa, l’esperienza e il suo frutto. 

Ecco l’invito di Natale che ho desiderio di rivolgere a ciascuno di voi: 

  1. Fidatevi della gioia che il Signore porta nelle vostre vite… non è prefabbricata, ma autentica
  2. Sentitevi invitati alla festa… il nostro Natale è più bello se ci sei anche tu!
  3. Mettete pace nelle vostre paure e preoccupazioni… Gesù non completa il suo Natale finché non vede arrivare anche te!

Sì, il Natale è proprio una festa a tua misura.

Don Giampietro

Giotto, presepe di Greccio

Lectio Divina del Vangelo della I domenica di Avvento (Marco 13,1-27)

Il Vangelo di Marco parla ripetutamente del mistero della Croce; è considerato come momento centrale della rivelazione e della salvezza. Il discorso del cap. 13 sposta invece l’attenzione sul ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. È una prospettiva che si innesca comunque sul mistero della Croce; e lo esalta. In questo testo si evidenzia positivamente l’efficacia nascosta della Croce, quella possibilità di vittoria che, al momento, non è ancora evidente ma, nei tempi, diventerà chiara e luminosa. È un testo che appartiene al genere apocalittico, un genere che si esprime attraverso un linguaggio pieno di immagini; racconta fatti lontani e grandiosi, che non vanno assunti “alla lettera”; sono parole e concetti simbolici. A introdurre nel discorso promosso da Gesù è la domanda degli Apostoli sulla maestosità del Tempio. Gesù afferma che, invece: “non resterà pietra su pietra”. È però in particolare, alla seconda domanda che Gesù risponde con una lunga riflessione. Innanzitutto la comunità cristiana verrà a ritrovarsi in situazioni difficili: “sorgeranno falsi profeti e falsi messia”. Promuoveranno segni allettanti, convincenti, allo scopo di confondere i credenti. E aggiunge: “sarete odiati da tutti”. Sono parole dirette all’esperienza delle prime comunità cristiane ma che attraversano i secoli. In simili situazioni il discepolo può trovarsi frastornato, deluso, preso dal dubbio che la croce di Cristo racconti un fatto che non porti alla speranza e alla consolazione. Gesù chiede di far crescere la forza interiore, la serenità e la vigilanza; sono scelte difficili da concretizzare; scelte che diventano possibili, solo se sostenute dalla determinazione di affidarsi totalmente. “Mentre Gesù usciva dal Tempio”. Pertanto Gesù lascia il Tempio e coloro che ne reggevano le sorti. È un’uscita decisamente simbolica. Dopo aver parlato ancora una volta con le autorità giudaiche (parecchie dispute sono registrate nei capp. 11 e 12) perché potessero aprire gli occhi, la mente, il cuore alla verità, Gesù prospetta conseguenze fatali che le avrebbero condotte alla cecità totale di fronte al messaggio di salvezza (si vedano gli episodi del fico rinsecchito e della purificazione del Tempio dai venditori, cfr. Mc 11,12-21); Gesù lascia pertanto il Tempio, coloro che lo reggono non hanno saputo cogliere la chiarezza dell’annuncio della salvezza. È necessario avere la volontà di distaccarsi dalla pretesa di avere ragione, squalificando, a volte, le riflessioni degli altri. Occorre misurarsi con le parole di chi desidera interloquire con noi sapendo apprezzare situazioni e parole sulle quali, magari, in precedenza, ci eravamo soffermati. Occorre essere vigili e disponibili alla verità, senza zavorre, senza rimpianti. I primi cristiani hanno compreso pertanto che, con la presenza di Gesù, il Tempio aveva terminato la sua funzione. Lui è la reale presenza del Signore sulla terra. Nella vita e nella morte di Gesù, Dio si presenta agli uomini e si dona loro totalmente. La sua presenza non può più essere contemporanea e limitata dal tempio di pietra. Il Signore è costantemente in mezzo al suo popolo e vive accanto a loro. Mi ritorna in mente una vecchia canzone slava “Già da tempo io cammino su un fiume di sabbia ... ovunque io vada, ovunque io sia il Signore lancia i suoi richiami ... io m’inchino alla protezione del Signore che possiede il segno della mia vita”. Gesù continuamente ci ricerca, per donare capacità di affidamento e pace interiore; vuole sempre allearsi con noi. Don Peppino

Lectio Divina del Vangelo della I domenica di Avvento (Marco 13,1-27)