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Dio ha pensato il suo Natale … a misura per te!

In queste settimane in cui sono venuto a benedire le vostre case e le vostre famiglie, ho visto parecchi presepi. E più li osservavo, più sorgeva in me questa considerazione: il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l'essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l'asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita. 

Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e ci chiede solamente di saper guardare nella giusta direzione perché lì scopri con sorpresa che Dio ha appena iniziato il suo capolavoro “in” e “con” te, anche se non appare così immediato.

Una mamma che ha portato in grembo un figlio lo sa. Conosce le ansie, le meraviglie, le fatiche, i sudori e lo stupore di quei nove mesi. Sa che la vita non nasce all'improvviso, ma che ha bisogno di un tempo per prepararsi. Un tempo di attesa. Un tempo in cui fuori niente sembra succedere e tutto invece accade, nel buio fitto di un grembo. Chi ha aspettato un figlio lo sa. Sentirsi culla di un mistero che sta prendendo forma e sangue è cosa che sgomenta, che fa battere il cuore all'impazzata. 

Eppure, quando festeggiamo il Natale dimentichiamo che la nascita che celebriamo, proprio quella nascita, ha avuto bisogno anche lei di prepararsi, ha dato il tempo a chi l'attendeva di stupirsi e sudare, di sentire stanchezze e gonfiori. 

Non sono dal nulla le nascite. 

Ma il Natale che dovremmo festeggiare è quello che accade dentro di noi, nel grembo della nostra vita o, se volete, della nostra storia. Anche quello succede nel buio. Anche quello si verifica attraverso fatiche e meraviglie. E mai così all'improvviso. 

Ha bisogno di tempo la nascita e ha bisogno di spazio: occorre un tempo per fare posto, nel pensiero e nella carne, a Dio

Ripensare al Natale significa ripensare al nostro essere "ruvida paglia", la fragile realtà su cui Dio si appoggia e chiede protezione, significa chiederci se questo Dio bambino può sentirsi al sicuro tra le nostre mani, nel nostro cuore. 

Sarà prezioso questo per chi vuole vivere un Natale che non sia solo una data sul calendario, ma quello scandito al ritmo lento di un’attesa che prepara uno spuntare di fragilità: un Dio bambino non si era mai visto, eppure il Verbo si fece carne. Notizia stupefacente: Dio nella carne, nel corpo, nella storia come uno di noi

Fa festa allora la nostra terra di fragilità e debolezza, perché il Natale ci parla di un Dio che non ha paura di sporcarsi. Ha percorso con amore le nostre strade: e perché non dovremmo con amore percorrerle noi? Ha creduto nell’uomo e nella donna, per quanto deboli e peccatori: e perché non dovremmo credere noi nell’uomo e nella donna così come sono? 

Il Natale ci porta più vicini a questo Dio: lo fa con parole discrete, profonde, facendoci provare il brivido e il calore di una tenerezza: la tenerezza verso un bambino caldo appena sgusciato dal ventre, lo stupore verso un Dio che si affida alle nostre mani, come se volesse insegnare che la vita è consegnarsi a una promessa.

Potrebbero in questo aiutarci i pastori il cui cantico diventa per noi una testimonianza.

“Non abbiamo meriti, non abbiamo sapienza, non abbiamo mandato. 

Abbiamo visto e rendiamo testimonianza.

Siamo stati disturbati nella notte e invitati a partire: ma vi diciamo che ne valeva la pena. 

L’umiltà del Bambino incoraggia anche noi che non valiamo niente e non godiamo di nessun prestigio a dire una parola, a contagiare con la gioia, a invitare al cammino. Siamo testimoni: non attiriamo l’attenzione su noi stessi, ma siamo lieti che anche voi andiate fin là, dove c’è il motivo della nostra letizia.

Siamo testimoni: dobbiamo dire semplicemente quello che abbiamo visto e nessun complicato ragionamento, nessun disprezzo che ci mette in ridicolo, nessuna minaccia che ci vuole zittire, nulla può convincerci a tacere quello che ci è stato donato. Siamo stati amati. Proprio noi, povera gente da nulla, siamo stati amati e quel bambino ci ha resi capaci di amare. Di questo diamo testimonianza”.

I pastori sono testimoni e il loro cantico condivide la sorpresa, l’esperienza e il suo frutto. 

Ecco l’invito di Natale che ho desiderio di rivolgere a ciascuno di voi: 

  1. Fidatevi della gioia che il Signore porta nelle vostre vite… non è prefabbricata, ma autentica
  2. Sentitevi invitati alla festa… il nostro Natale è più bello se ci sei anche tu!
  3. Mettete pace nelle vostre paure e preoccupazioni… Gesù non completa il suo Natale finché non vede arrivare anche te!

Sì, il Natale è proprio una festa a tua misura.

Don Giampietro

Giotto, presepe di Greccio

Sinodo della Chiesa: la necessità di restare aperta all’inedito del Padre

In questi mesi stiamo sentendo parlare molto di “sinodo”, ma forse non è ben chiaro a tutti cosa sia e a cosa sta lavorando. 1. Il sinodo della Chiesa cattolica... cosa è? Tecnicamente è il ritrovarsi insieme di vescovi, religiosi e laici con il Santo padre il Papa. Il processo sinodale è più simile a piantare un albero che a vincere una battaglia. Un tempo di attesa attiva, come una gravidanza, da cui prenderà vita una Chiesa rinnovata o al contrario sterile, se i semi gettati in queste settimane non saranno adeguatamente coltivati. È stato pensato e voluto in tre fasi:• La fase narrativa è costituita da un biennio in cui è stato dato spazio all’ascolto e al racconto della vita delle persone, delle comunità e dei territori. Nel primo anno (2021-22) sono state rilanciate le proposte della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi; nel secondo anno (2022-23) la consultazione del Popolo di Dio si è concentrata su alcune priorità che sono state individuate dall’Assemblea Generale della CEI del maggio 2022.• La fase sapienziale è rappresentata da un anno (2023-24) in cui le comunità, insieme ai loro pastori, s’impegneranno in una lettura spirituale delle narrazioni emerse nel biennio precedente, cercando di discernere “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” attraverso il senso di fede del Popolo di Dio. In questo esercizio sono coinvolte le Commissioni Episcopali e gli Uffici pastorali della CEI, le Istituzioni teologiche e culturali.• La fase profetica culminerà, nel 2025, in un evento assembleare nazionale da definire insieme strada facendo. In questo con-venire verranno assunte alcune scelte evangeliche, che le Chiese in Italia saranno chiamate a riconsegnare al Popolo di Dio, incarnandole nella vita delle comunità nella seconda parte del decennio (2025-30). 2. Chi ne è il vero protagonista? Qui ci viene in aiuto il Papa stesso con il suo discorso introduttivo a questa seconda fase. In maniera molto sintetica Papa Francesco lo individua nello Spirito Santo di cui descrive così l’azione:• Lo Spirito Santo è il protagonista della vita ecclesiale: il piano di salvezza degli uomini si compie per la grazia dello Spirito. È Lui a fare il protagonismo.• Lo Spirito Santo innesca nella comunità ecclesiale un dinamismo profondo e variegato: il “trambusto” della Pentecoste.• Lo Spirito Santo è il compositore armonico della storia della salvezza. Armonia non significa “sintesi”, ma “legame di comunione tra parti dissimili”. La Chiesa, un’unica armonia di voci, in molte voci, operata dallo Spirito Santo: così dobbiamo concepire la Chiesa. Ogni comunità cristiana, ogni persona ha la propria peculiarità, ma queste particolarità vanno inserite nella sinfonia della Chiesa e quella sinfonia giusta la fa lo Spirito: noi non possiamo farla.• Lo Spirito Santo ci conduce per mano e ci consola. La presenza dello Spirito quasi materna, come una mamma ci conduce, ci fa questa consolazione. È il Consolatore, uno dei nomi dello Spirito. L’azione consolatrice dello Spirito Santo è raffigurata dall’albergatore al quale è affidato l’uomo incappato nei briganti (cfr Lc 10,34-35): lo Spirito Santo che permette che la buona volontà di un uomo e il peccato di un altro vadano in una strada armonica. Dobbiamo imparare ad ascoltare le voci dello Spirito: sono tutte differenti. Imparare a discernere.• Lo Spirito è Colui che fa la Chiesa. C’è un legame molto importante tra la Parola e lo Spirito. Il chiacchiericcio è l’anti-Spirito Santo, va contro. È una malattia molto frequente fra noi.• Lo Spirito Santo ci conferma nella fede. È lui che lo fa continuamente...Mettiamoci in ascolto di quanto ci sta suggerendo lo Spirito Santo per il futuro della nostra Chiesa 3. Con quale atteggiamento accogliere ciò che lo Spirito suggerirà alla Chiesa? Qui ci aiutano alcune voci che stanno emergendo dai padri sinodali radunati a Roma in attesa del testo finale di questo loro lavoro.• all’insegna della speranza: i doni più preziosi non si ottengono andando a cercarli, ma aspettandoli.• con lo stile di Gesù, quello del seme: il sorprendente senso del piccolo come portatore di futuro. Tutto ciò dice i gusti di Dio. Gesù vede sé stesso nell’infimo e nudo e spregevole seme, inapparente, abietto, senza bellezza, finché, morendo, attraverso la consegna alla terra si anima in un dinamismo imprevedibile, inarrestabile, ospitale, per aprire un cammino verso la riforma - nuova forma -, che la vita richiede. E questo “più piccolo, carico di futuro”, diventa anche un atto profondamente sovversivo e rivoluzionario in una cultura della lotta per la supremazia, del profitto e dei ‘followers’, o dell’evasione.• desiderosi di fare la nostra parte: Dio sta aspettando la nostra risposta. VITA IN COMUNITÀ Don Giampietro

Sinodo della Chiesa: la necessità di restare aperta all’inedito del Padre

Due novità per una nuova partenza!

Pronti ad iniziare un nuovo anno pastorale?Spero che il riposo estivo abbia rigenerato le forze fisiche a tutti, ma soprattutto abbia contribuito a ridestare in ciascuno l’entusiasmo di essere comunità cristiana aperta e in comunione sempre più profonda e “simpatica” tra le nostre 8 parrocchie.Avrei desiderato iniziare il nuovo anno pastorale 2023-24 presentandovi il programma diocesano che l’Arcivescovo ha scelto. Purtroppo, invece quest’anno Mons. Mario ha deciso di non anticipare nulla fino all’8 settembre, giorno in cui lo presenterà ufficialmente alla diocesi in occasione della celebrazione in Duomo della festa di Maria Nascente, patrona della nostra cattedrale. Posso solo anticiparvi che il tema sul quale saremo chiamati a riflettere quest’anno sarà quello degli affetti... per il resto aspettiamo la settimana prossima.Colgo allora l’occasione per rendervi partecipi delle 2 grosse novità che in Consiglio Pastorale abbiamo già scelto di attivare: riguardano la pastorale battesimale e la catechesi adulti. 1. Circa la pastorale battesimale, abbiamo a cuore di accompagnare meglio le giovani coppie che si presentano alla Chiesa per chiedere il sacramento per i loro piccoli. E questa attenzione prenderà il volto di 3 scelte nuove qualificanti • L’ampliamento dell’equipe battesimale: oltre al parroco e a suor Daniela, la famiglia dei catechisti battesimali che accompagnerà e preparerà i genitori si arricchisce delle figure di suor Gioia e di 2 coppie di sposi che si rendono disponibili ad offrire la loro testimonianza di famiglia cristiana. Questo ampliamento ci permetterà un accostamento più personalizzato alle singole coppie. • Una diversa distribuzione delle date dei battesimi: Desideriamo renderli maggiormente espressione di Chiesa. Per questo motivo i battesimi a Masnago e Bobbiate continueranno ad essere nella forma comunitaria alla domenica pomeriggio ma alternati nei mesi: un mese a Masnago e quello successivo a Bobbiate. Questo permetterà di avere celebrazioni con più bambini. Nelle altre 6 parrocchie della Comunità Pastorale invece i battesimi saranno anch’essi ogni 2 mesi, in domeniche già stabilite dal calendario parrocchiale (non si potrà più scegliere la domenica personalizzata) e saranno celebrati con la presenza della comunità cristiana intera durante la S. Messa centrale della domenica mattina. Diventano così espressione di una comunità intera che accoglie e diventa partecipe. • La continuazione del cammino formativo e di confronto anche dopo il Battesimo: nell’anno successivo a quello in cui i propri figli sono stati battezzati, le famiglie verranno invitate in parrocchia a 3 incontri annuali per continuare il dialogo iniziato e crescere insieme anche con momenti di familiarità gioiosa. Come in tutte le novità, anche questa all’inizio prevederà qualche fatica di adattamento ai nuovi criteri, ma desideriamo veramente prenderci a carico queste nuove coppie che si affacciano per la prima volta alla Chiesa. 2. Circa la catechesi per gli adulti, proviamo ad andare nella direzione di renderla più familiare ... “entrando nelle vostre case”.Desideriamo creare una comunicazione di fede che possa aiutare tutti a sentire la vicinanza di Dio più concreta e presente. In questi anni abbiamo constatato la difficoltà a raggiungere tutti perché ognuno ha i propri impegni e tempi familiari e qualunque scelta di giorni e orari creava difficoltà. Ecco allora la scelta di ripristinare i centri di ascolto della Parola di Dio nelle case. Chiederemo a chiunque se la sentisse di aprire 5/6 volte nell’anno la propria casa per ospitare amici, vicini d’abitazione, colleghi di lavoro... Useremo le domeniche pomeriggio dedicate alla “giornata della Comunità” per preparaci assieme a condurre poi le serate nelle case perché nessuno si senta impreparato. Questa modalità ha il pregio di essere “a portata di famiglia” sia come luogo (si potrà discutere di fede davanti ad una buona torta e ad una tazza di caffè), sia come tempi: ciascuno potrà sentirsi libero di usare le sere piuttosto che i sabati o le domeniche pomeriggio... insomma, aprite le porte al Signore perché il Vangelo entri in molte case e raggiunga più cuori possibili. Avranno successo queste 2 novità? Non avendo la sfera di cristallo non posso anticiparne la bontà o meno dei risultati, ma come tutte le iniziative, avranno successo solo se insieme inizieremo a crederci e ad appoggiarle con slancio e simpatia. Don Giampietro

Due novità per una nuova partenza!

Credo la Comunione dei Santi

La Chiesa ci invita a professare la fede nel Credo Apostolico nel quale, tra l’altro, diciamo: “Credo la comunione del santi”. Offro tre spunti di riflessione, che ci aiutino a celebrare e a vivere da cristiani, ben oltre il 1° novembre, la grande festa di “Tutti i Santi” Nel Cristo morto e risorto noi siamo uniti in comunione piena come i tralci alla vite” (San Giovanni Paolo II) L’espressione “comunione dei santi” può essere interpretata in due modi. Il primo modo ci ricorda il senso della “comunione alle cose sante”, soprattutto ai doni eucaristici. Il secondo modo di interpretarlo ci indica il senso della “comunione di vita” che unisce tutti i fedeli.La tradizione della Chiesa ha conservato le due interpretazioni, che il Concilio ha richiamato: “Tutti, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, avendo il suo Spirito, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui (cfr. Ef 4, 16). Quindi l’unione di coloro che sono in cammino con i fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” (LG 49). Tutto ciò risulta visibile in particolare nel battesimo e nell’eucaristia, dove i fedeli che sono ancora pellegrini sulla terra e quelli che hanno conquistato il premio della fede in cielo partecipano ai beni spirituali per i meriti di Gesù, grazie al quale siamo uniti alla vite come i tralci (cfr Gv 15,4). Per questo la “comunione” indica il cuore stesso del mistero della Chiesa. “Padre santo, tu ci fai partecipi del tuo disegno di amore, per renderci santi come tu sei santo” (Canone I della Riconciliazione) La santità è l’essenza stessa di Dio, che è “separato”, degno di rispetto profondo, come dice il Signore stesso al profeta: “Sono Dio e non uomo” (Os 11, 9).In ogni uomo e donna la santità è una partecipazione per grazia alla santità di Dio, come ci ricorda il Libro del Levitico: “Siate santi perché io sono santo” (Lv 19, 2). Tre volte santo è Dio. Santa è l’umanità e la divinità di Cristo. Santa è Maria la Madre del Signore. Santi sono i cristiani in forza del battesimo e tutti nella Chiesa siamo chiamati alla santità secondo la parola dell’apostolo: “Questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione” (1Ts 4, 3). Il dono primo e più necessario per la santità è l’amore, la carità, con cui amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Dio. Il Concilio ci ricorda che tutti i fedeli sono invitati a tendere alla santità e alla perfezione secondo la propria vocazione “affinché dall’uso delle cose di questo mondo non siano impediti di tendere alla carità perfetta” (LG 42). “La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. l’infinito è la nostra patria. Da sempre siamo attesi in cielo” (Beato Carlo Acutis) Nella prassi ecclesiale viene riconosciuto il titolo di santo a quei cristiani che con maggiore pienezza hanno vissuto la loro appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Nella imminente festa solenne di “Tutti i Santi” ricorderemo quei santi riconosciuti dalla Chiesa e quelli anonimi che contemplano già il volto di Dio nella gloria dei cieli. La Chiesa che cammina nella storia ha la gioia di esaltare questi suoi membri eletti, che formano l’assemblea festosa dei fratelli, che sono “divenuti modelli di vita e insieme potenti intercessori” (LG 50). Lo scopo della festa ecclesiale di “Tutti i Santi” è quello di stimolare in noi la speranza e il desiderio di raggiungere la Patria celeste, la quale è pronta ad accoglierci. Ma la porta del Regno di Dio si aprirà se avremo amato e praticato la giustizia. È l’impegno che il Vangelo ci chiede. Per questo invochiamo l’intercessione di tutti i santi: per noi e per il nostro mondo lacerato da sanguinose guerre, affinché ritrovi la via della pace! Don Francesco

Credo la Comunione dei Santi

Per un discernimento di servizio nella comunità

Con i percorsi avviati per diventare una Chiesa sinodale, come Comunità Pastorale siamo chiamati a rilanciare molto l’annuncio evangelico facendo leva sulla responsabilità dei laici.Quelli che una volta erano il servizio di lettore, ministro straordinario dell’Eucaristia, catechista, oggi sono diventati dei veri “ministeri istituiti”, ossia un modo di essere partecipi dell’evangelizzazione della Chiesa in maniera attiva e da protagonisti. Si pone però il problema di “come” scegliere le persone adatte, di “chi” scegliere, secondo quali capacità... A questo proposito la nostra Chiesa diocesana ha appena redatto un nuovo documento intitolato: “I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale”. Alle porte della nostra estate, con davanti il tempo necessario per riflettere circa le disponibilità da offrire, pubblichiamo oggi l’introduzione che l’Arcivescovo Mario ha scritto per il sopracitato documento... ve la lasciamo con la speranza che possa favorire il discernimento di tanti. Da Gerusalemme o da Corinto? Si potrebbe domandare: da quale Chiesa vengono i ministeri istituiti? Da Gerusalemme o da Corinto? Dal malumore o dall’entusiasmo?Nelle comunità di Gerusalemme, secondo il racconto del libro degli Atti degli Apostoli (At 6,1-7) i Dodici hanno affrontato il malumore e la mormorazione perché alcuni si sentivano trascurati. Nel contesto polemico i Dodici non hanno pensato di contrastare il malumore con un impegno più intenso, con una frenesia di attività, mossi da un’ansia di prestazione. Hanno piuttosto riconosciuto di non essere adeguati alle necessità crescenti della comunità. Hanno sentito il dovere di essere coerenti con il loro compito specifico e la loro missione. Perciò hanno stimolato le comunità a indicare persone adatte per il servizio alle mense: «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (At 6,4). Nella Chiesa del malumore i ministeri sarebbero dunque una risorsa per soddisfare attese che non ricevono adeguata attenzione, un rimedio alla diminuzione, all’invecchiamento, all’inadeguatezza dei preti.Lo Spirito di Dio può rendere promettente anche la decisione che nasce da una radice amara. La comunità di Corinto, secondo la testimonianza di Paolo, vive un’esuberanza carismatica che l’Apostolo recepisce con entusiasmo, almeno secondo il tono dei convenevoli introduttivi alla Prima Lettera ai Corinzi. «La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,6 s). Nella comunità abbondano i doni dello Spirito e ne fanno una comunità vivace, in cui — si direbbe — non manca niente. Paolo sente però il dovere di intervenire orientando le espressioni carismatiche verso un ordine e uno spirito di servizio. Infatti — a quanto si può comprendere — nella comunità c’è confusione e una specie di rivalità tra le persone carismatiche, inclini più a esibire il proprio carisma e a rivendicarne l'importanza che a mettere i propri doni al servizio dell'utilità comune. Nella Chiesa dell'entusiasmo i ministeri sarebbero un dono dello Spirito che orienta l’originalità dei fedeli e l'esuberanza disordinata della comunità al servizio del bene di tutti e della missione della Chiesa. In quale Chiesa viviamo? Quale Chiesa vive secondo lo Spirito di Dio? Forse Efeso Non riusciamo a riconoscerci totalmente né nella Chiesa di Gerusalemme né in quella di Corinto. Si devono riconoscere i tratti dello scontento e del malumore che esprimono il disagio di un cambiamento d'epoca: le consuetudini si rivelano insostenibili. In particolare, le pretese verso i preti che, riducendosi di numero, facciano tutto e bene e subito quello che facevano preti più numerosi, più giovani, più popolari si rivelano lontane da uno spirito evangelico. Essere discepoli del Signore impegna a servire, non a essere serviti. Si devono riconoscere anche i tratti, più rari però, dell'entusiasmo di farsi avanti per chiedere che venga riconosciuto il carisma particolare. Anche la pretesa di riconoscimento porta i segni di uno stile lontano dallo spirito evangelico. Essere discepoli del Signore comporta di rinnegare sé stessi per seguire Gesù, piuttosto che esigere un riconoscimento e un ruolo. Diamo quindi avvio operativo a un percorso di discernimento, di formazione, di accompagnamento per giungere all’Istituzione dei ministeri dell’Accolitato, del Lettorato, del Catechista.Forse partiamo dal malumore, forse partiamo dall’entusiasmo: ma verso dove andiamo? Per continuare a fare riferimento alle immagini offerte dalle chiese degli inizi, invoco ogni dono dello Spirito Perché nella nostra Chiesa si possano riconoscere lo stile e le scelte che Paolo raccomanda alla Chiesa di Efeso. Propongo per tanto di leggere, meditare e assimilare le parole di Paolo che mettono in evidenza il tema della vocazione personale come responsabilità per l’edificazione dell’unico corpo di Cristo e dicono dello stile evangelico di questo cammino di Chiesa: Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. (Ef 4,1-7.11-13)

Per un discernimento di servizio nella comunità

Lectio Divina del Vangelo della II domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12)

“Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio” L’evangelista Matteo concentra la sua attenzione non tanto sul Battesimo di Giovanni (è richiamato solo al versetto 6) ma sulla sua predicazione. Riassume le parole del Battista con gli stessi pensieri con i quali riassumerà, più avanti, l’evangelizzazione di Gesù: “Convertitevi, è vicino a voi il Regno di Dio”. C’è continuità tra i due personaggi. La predicazione del Battista insiste sul tema del giudizio: “nella sua mano tiene il ventilabro”; infatti il giudizio è presentato come imminente e il fatto di appartenere al popolo di Dio non può essere una garanzia sufficiente. Nelle parole del Battista c’è come un duplice invito rivolto non ai pagani, ma ai pii israeliti che accorrevano ad ascoltarlo. C’è una prima riflessione, quella di non cullarsi in una facile e certa sicurezza, fondata su concetti sbagliati. La salvezza non è un fatto scontato per nessuno. Non soltanto il pagano o il peccatore devono convertirsi, anche il giusto si deve interrogare, è necessario che abbia a mutare gli atteggiamenti e le scelte meno corretti. Il pio israelita, poi, è invitato a uscire dalla propria visione particolaristica: il giudizio non riguarda solo il mondo ma anche Israele e segue criteri che non sono scontati. Dio infatti può suscitare dovunque figli di Abramo. “Convertitevi”: è il centro della predicazione profetica: Dio vuole salvare; chiede agli ascoltatori di cambiare il cuore. L’umanità che, fin dall’inizio, fugge da Dio, è chiamata a invertire la rotta, il suo modo di pensare e di agire. La conversione più difficile è quella “religiosa”; chiede di cambiare il modo di pensare Dio e di rapportarsi a Lui; occorre modificare le nostre idee su di Lui; e, nello stesso tempo, guardare in faccia ai “nostri idoli”. È necessario comprendere come Lui si rivela: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Salmo 34,6). La conversione si concretizza nel mettere al centro Dio e non il proprio io o le proprie immagini di Dio; è ristabilire l’ordine della creazione. Giovanni è il profeta che sta sulla soglia tra il passato e il futuro. Per lui la promessa non è la tomba, ma il grembo della novità; è l’”Elia che deve venire” (Mal. 3,23), che anticipa la presenza di Colui che donerà salvezza al popolo. Punto di arrivo della paziente fatica di Dio è di portarlo a custodire l’attesa e gioire della presenza di chi da sempre è stato promesso. Il Battista non è solo il profeta che incontra il Signore nella solitudine del deserto. È l’apostolo che vuole introdurre tutti ad accogliere il Messia e ad uniformarsi al suo annuncio della Buona Notizia. Lui è la “voce”, Gesù è la “Parola” di Dio, che annuncia la fine dell’esilio (Isaia 40,3). Il deserto posto tra l’Egitto e la “terra promessa” è lo spazio dove il popolo è uscito dalla schiavitù ma non è ancora arrivato alla libertà. È il luogo del cammino e del dubbio, dell’ascolto e della ribellione, dell’affidamento e del peccato, della rottura. Nel deserto la solitudine mette ognuno davanti a sé, agli altri, all’Altro, senza via di scampo. Lì è stata data la Parola e la manna, l’acqua e il cibo che hanno sostenuto il popolo ebreo, che lo hanno formato. Dopo i quarant’anni trascorsi nel deserto; gli ebrei hanno sempre fatto memoria di quel periodo come del tempo del fidanzamento, in cui il popolo e Dio si parlavano, si ascoltavano; proprio come due innamorati. Etty Hillesum, nel campo di concentramento dove era stata rinchiusa, nel suo “Diario” scrive: “Soprattutto quando vivi in una condizione di disagio, è importante fermarsi ad ascoltare; si riprende contatto con un frammento di eternità ...; non dovremmo mai stare un minuto, senza la preghiera ...”. L’Avvento è tempo in cui vegliare e abbandonarsi al Signore, l’obiettivo è cogliere e assimilare ciò che è essenziale nella nostra vita. Don Peppino

Lectio Divina del Vangelo della II domenica di Avvento (Matteo 3, 1-12)

Messaggio del Santo Padre "Cuori ardenti, piedi in cammino" (cfr Lc 24,13-35)

97a GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2023 22 ottobre 2023 Cari fratelli e sorelle! Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho scelto un tema che prende spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus, nel Vangelo di Luca (cfr 24,13-35): «Cuori ardenti, piedi in cammino». Quei due discepoli erano confusi e delusi, ma l’incontro con Cristo nella Parola e nel Pane spezzato accese in loro l’entusiasmo per rimettersi in cammino verso Gerusalemme e annunciare che il Signore era veramente risorto. Nel racconto evangelico, cogliamo la trasformazione dei discepoli da alcune immagini suggestive: cuori ardenti per le Scritture spiegate da Gesù, occhi aperti nel riconoscerlo e, come culmine, piedi in cammino. Meditando su questi tre aspetti, che delineano l’itinerario dei discepoli missionari, possiamo rinnovare il nostro zelo per l’evangelizzazione nel mondo odierno. 1. Cuori ardenti «quando ci spiegava le Scritture». La Parola di Dio illumina e trasforma il cuore nella missione. Sulla via da Gerusalemme a Emmaus, i cuori dei due discepoli erano tristi, a causa della morte di Gesù, nel quale avevano creduto. Di fronte al fallimento del Maestro crocifisso, la loro speranza che fosse Lui il Messia è crollata. Ed ecco, «mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro». Egli non si stanca mai di stare con noi, malgrado i nostri difetti, i dubbi, le debolezze. Oggi come allora, il Signore risorto è vicino ai suoi discepoli missionari e cammina accanto a loro, specialmente quando si sentono smarriti, scoraggiati, impauriti. Perciò, «non lasciamoci rubare la speranza!». Il Signore è più grande dei nostri problemi, soprattutto quando li incontriamo nell’annunciare il Vangelo, perché questa missione, in fin dei conti, è sua e noi siamo semplicemente i suoi umili collaboratori. Esprimo la mia vicinanza in Cristo a tutti i missionari e le missionarie nel mondo, in particolare a coloro che attraversano un momento difficile: il Signore risorto, carissimi, è sempre con voi e vede la vostra generosità e i vostri sacrifici. Dopo aver ascoltato i due discepoli sulla strada per Emmaus, Gesù risorto spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. E i cuori dei discepoli si riscaldarono. Gesù infatti è la Parola vivente, che sola può far ardere, illuminare e trasformare il cuore. Così comprendiamo meglio l’affermazione di San Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo». Perciò, la conoscenza della Scrittura è importante per la vita del cristiano, e ancora di più per l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo. Altrimenti, che cosa si trasmette agli altri se non le proprie idee e i propri progetti? Lasciamoci dunque sempre accompagnare dal Signore risorto che ci spiega il senso delle Scritture. Lasciamo che Egli faccia ardere il nostro cuore, ci illumini e ci trasformi, affinché possiamo annunciare al mondo il suo mistero di salvezza. 2. Occhi che «si aprirono e lo riconobbero» nello spezzare il pane. Gesù nell’Eucaristia è culmine e fonte della missione. I cuori ardenti per la Parola di Dio spinsero i discepoli di Emmaus a chiedere al misterioso Viandante di restare con loro sul far della sera. E, intorno alla mensa, i loro occhi si aprirono e lo riconobbero quando Lui spezzò il pane. Ma proprio nel momento in cui riconoscono Gesù in Colui-che-spezza-il-pane, «egli sparì dalla loro vista». È diventato invisibile, perché è entrato ora dentro i cuori dei discepoli per farli ardere ancora di più, spingendoli a riprendere il cammino senza indugio per comunicare a tutti l’esperienza unica dell’incontro con il Risorto! Così Cristo risorto è Colui-che-spezza-il-pane e al contempo è il Pane-spezzato-per-noi. E dunque ogni discepolo missionario è chiamato a diventare, come Gesù e in Lui, colui-che-spezza-il-pane e colui-che-è-pane-spezzato per il mondo. Per portare frutto dobbiamo restare uniti a Lui. E questa unione si realizza attraverso la preghiera quotidiana, in particolare nell’adorazione, nel rimanere in silenzio alla presenza del Signore, che rimane con noi nell’Eucaristia. 3. Piedi in cammino, con la gioia di raccontare il Cristo Risorto. L’eterna giovinezza di una Chiesa sempre in uscita. Dopo aver aperto gli occhi, riconoscendo Gesù nello «spezzare il pane», i discepoli «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» . Questo andare in fretta, per condividere con gli altri la gioia dell’incontro con il Signore, manifesta che «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Costoro possono testimoniare la vita che non muore mai, anche nelle situazioni più difficili e nei momenti più bui. L’immagine dei “piedi in cammino” ci ricorda ancora una volta la missione data alla Chiesa dal Signore risorto di evangelizzare ogni persona e ogni popolo sino ai confini della terra. I cristiani hanno il dovere di annunciare il Vangelo senza escludere nessuno, come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La conversione missionaria rimane l’obiettivo principale che dobbiamo proporci come singoli e come comunità. Come afferma l’apostolo Paolo, l’amore di Cristo ci avvince e ci spinge. Ed è questo amore che rende sempre giovane la Chiesa in uscita, con tutti i suoi membri in missione per annunciare il Vangelo di Cristo, convinti che «Egli è morto e risorto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro». L’urgenza dell’azione missionaria della Chiesa comporta naturalmente una cooperazione missionaria di tutti i suoi membri ad ogni livello, ascoltando il Signore Risorto che sempre viene in mezzo a noi per spiegarci il senso delle Scritture e spezzare il Pane per noi. Come quei due discepoli narrarono agli altri ciò che era accaduto lungo la via, così anche il nostro annuncio sarà un raccontare gioioso il Cristo Signore, la sua vita, la sua passione, morte e risurrezione, le meraviglie che il suo amore ha compiuto nella nostra vita. Ripartiamo dunque anche noi, illuminati dall’incontro con il Risorto e animati dal suo Spirito. Ripartiamo con cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino, per far ardere altri cuori con la Parola di Dio, aprire altri occhi a Gesù Eucaristia, e invitare tutti a camminare insieme sulla via della pace e della salvezza che Dio in Cristo ha donato all’umanità.   Papa Francesco

Messaggio del Santo Padre "Cuori ardenti, piedi in cammino" (cfr Lc 24,13-35)

Io vado a pescare

È ciò che dice S. Pietro, là sul lago di Galilea, un po' deluso dopo la risurrezione di Cristo; gli Apostoli erano ritornati là e non sapevano cosa fare. Era il desiderio di ritornare alla vita di prima, senza preoccupazioni e la fatica di annunciare il Cristo.Tutto questo mi ha fatto pensare alla situazione attuale, quando vediamo spopolarsi le nostre chiese e raffreddarsi lo spirito cristiano della gente. Qualcuno vorrebbe tornare alla condizione di prima, alle processioni solenni super frequentate, alle manifestazioni di massa dei fedeli, ai momenti in cui la voce della Chiesa era ascoltata e creava opinione comune. Ma non è più così! Dobbiamo fare i conti con i tempi che viviamo e trovare l'entusiasmo dei primi cristiani che hanno saputo cambiare il mondo. La chiatta che trasporterà la statua di S. Pietro pescatore è come una parabola, il Signore non ha bisogno di sfoggio di potenza: ha solo bisogno di uomini che si mettano volonterosamente al suo servizio con umiltà. Quando circa settant'anni fa don Severino Maestri dette origine alla tradizionale benedizione del lago, non si preoccupò di fare qualche cosa che impressionasse la gente di Calcinate ma di dare origine alla consacrazione del lavoro quotidiano dei pescatori del lago di Varese. Il nostro lavoro, oggi, dovrà essere solo quello di rianimare gli spiriti assopiti di tanti cristiani che dormono sulle ceneri di una fede ereditata dai nostri vecchi e non sono più capaci di parlare agli uomini d'oggi e ai giovani cui hanno dato la vita ma non stanno comunicando la fede. Questi sono i "pesci" da catturare oggi con la testimonianza di una fede convinta e l'impegno ad essere annunciatori del Signore, senza lamenti o nostalgie sterili di un passato vissuto solo nel ricordo. Don Felice

Io vado a pescare

Lectio Divina del Vangelo della I domenica di Avvento (Marco 13,1-27)

Il Vangelo di Marco parla ripetutamente del mistero della Croce; è considerato come momento centrale della rivelazione e della salvezza. Il discorso del cap. 13 sposta invece l’attenzione sul ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. È una prospettiva che si innesca comunque sul mistero della Croce; e lo esalta. In questo testo si evidenzia positivamente l’efficacia nascosta della Croce, quella possibilità di vittoria che, al momento, non è ancora evidente ma, nei tempi, diventerà chiara e luminosa. È un testo che appartiene al genere apocalittico, un genere che si esprime attraverso un linguaggio pieno di immagini; racconta fatti lontani e grandiosi, che non vanno assunti “alla lettera”; sono parole e concetti simbolici. A introdurre nel discorso promosso da Gesù è la domanda degli Apostoli sulla maestosità del Tempio. Gesù afferma che, invece: “non resterà pietra su pietra”. È però in particolare, alla seconda domanda che Gesù risponde con una lunga riflessione. Innanzitutto la comunità cristiana verrà a ritrovarsi in situazioni difficili: “sorgeranno falsi profeti e falsi messia”. Promuoveranno segni allettanti, convincenti, allo scopo di confondere i credenti. E aggiunge: “sarete odiati da tutti”. Sono parole dirette all’esperienza delle prime comunità cristiane ma che attraversano i secoli. In simili situazioni il discepolo può trovarsi frastornato, deluso, preso dal dubbio che la croce di Cristo racconti un fatto che non porti alla speranza e alla consolazione. Gesù chiede di far crescere la forza interiore, la serenità e la vigilanza; sono scelte difficili da concretizzare; scelte che diventano possibili, solo se sostenute dalla determinazione di affidarsi totalmente. “Mentre Gesù usciva dal Tempio”. Pertanto Gesù lascia il Tempio e coloro che ne reggevano le sorti. È un’uscita decisamente simbolica. Dopo aver parlato ancora una volta con le autorità giudaiche (parecchie dispute sono registrate nei capp. 11 e 12) perché potessero aprire gli occhi, la mente, il cuore alla verità, Gesù prospetta conseguenze fatali che le avrebbero condotte alla cecità totale di fronte al messaggio di salvezza (si vedano gli episodi del fico rinsecchito e della purificazione del Tempio dai venditori, cfr. Mc 11,12-21); Gesù lascia pertanto il Tempio, coloro che lo reggono non hanno saputo cogliere la chiarezza dell’annuncio della salvezza. È necessario avere la volontà di distaccarsi dalla pretesa di avere ragione, squalificando, a volte, le riflessioni degli altri. Occorre misurarsi con le parole di chi desidera interloquire con noi sapendo apprezzare situazioni e parole sulle quali, magari, in precedenza, ci eravamo soffermati. Occorre essere vigili e disponibili alla verità, senza zavorre, senza rimpianti. I primi cristiani hanno compreso pertanto che, con la presenza di Gesù, il Tempio aveva terminato la sua funzione. Lui è la reale presenza del Signore sulla terra. Nella vita e nella morte di Gesù, Dio si presenta agli uomini e si dona loro totalmente. La sua presenza non può più essere contemporanea e limitata dal tempio di pietra. Il Signore è costantemente in mezzo al suo popolo e vive accanto a loro. Mi ritorna in mente una vecchia canzone slava “Già da tempo io cammino su un fiume di sabbia ... ovunque io vada, ovunque io sia il Signore lancia i suoi richiami ... io m’inchino alla protezione del Signore che possiede il segno della mia vita”. Gesù continuamente ci ricerca, per donare capacità di affidamento e pace interiore; vuole sempre allearsi con noi. Don Peppino

Lectio Divina del Vangelo della I domenica di Avvento (Marco 13,1-27)

«La fede accoglie la vita come dono e vive la libertà come risposta alla chiamata di Dio»

Lo scorso 8 settembre l’Arcivescovo Mario ha reso noto il programma pastorale 2023/24 «L’origine prima di questa Proposta è stata la domanda se esista un rimedio al declino della società europea che sembra orientata ad avere una scarsa propensione a vivere di speranza. Allora, mi sono chiesto se esista un’alternativa. Più che una proposta, un programma di lavoro». D’altra parte, sono chiarissimi i temi che gli stanno a cuore e che trovano posto in altrettanti capitoli della pubblicazione: «La fragilità della famiglia, il fatto che i rapporti familiari tra uomo e donna siano così difficili». E, poi, il lavoro con le complessità di un incontro tra domanda e offerta, ma soprattutto le emergenze educative e la condizione giovanile. «Mi chiedo se tutti questi problemi fanno venire voglia di fare famiglia, di essere padri e madri e, se questo desiderio è oscurato, se potranno nascere ancora bambini in Europa. Il calo demografico è il segno che la nostra civiltà non ha desiderio di futuro. Il ricorso diffuso all’interruzione della gravidanza esprime un atteggiamento di morte e la confusione nell’identità sessuale significa, forse, che il rapporto di reciprocità uomo donna sia considerato, oggi, come mortificazione del desiderio e non come il suo compimento. Questi sintomi dicono che la civiltà europea sta declinando?». Da qui l’ipotesi dell’Arcivescovo «che lo scarso desiderio di futuro, di paternità e maternità, dipenda da una concentrazione spropositata sull’individuo», e la domanda che ne deriva. «In un contesto simile che proposta abbiamo come Chiesa? Come comunità cristiana, abbiamo qualcosa da dire? La mia persuasione è che noi cristiani possiamo proporre la vita come vocazione che è il contrario dell’individualismo». «Tutti siamo unici perché chiamati per nome, tutti veniamo al mondo perché siamo chiamati alla vita da Dio e questo è il principio di unicità di ciascuno e di responsabilità di ognuno verso tutti nella costruzione, attraverso la propria dinamica relazionale, di una società in cui sia desiderabile abitare con responsabilità. Nessuno può costruire il mondo da solo e facendo riferimento solo a sé stesso, ma solo in rapporto con gli altri, con Dio, con l’ambiente in cui viviamo. Questo è un principio promettente per vivere. Nelle scelte comunitarie e politiche, la vita come dono è un principio promettente perché l’Europa non sia condannata al triste declino di un mondo in cui la solitudine sia un valore inappellabile. Credo che i cristiani siano cittadini del mondo e, quindi, che come gli altri sono contagiati dall’ individualismo, ma occorre che ci rendiamo conto di questa tentazione, non immaginando un mondo a parte, ma trovando le risorse per farlo evolvere. Dobbiamo continuare il nostro cammino di conversione come discepoli di quel Signore che ha voluto convocare una comunità e non dei singoli». Parlando di difficoltà, il pensiero non può che essere rivolto, in primis, al disagio giovanile. «È responsabilità degli educatori avere qualcosa da dire sull’identità di genere fluida dei giovani, mentre pare che ci sia una reticenza anche da parte dei genitori. Non ho una proposta pedagogica, ma mi sembra che sia importante dissuadere dalla reticenza, perché c’è un messaggio che l’antropologia cristiana può offrire. Penso che essa parli di una convocazione a essere in relazione, come vocazione alla reciprocità. L’ossessione della sessualità finisce per dare un’enfasi a un aspetto certamente importante, ma che non è l’unico della relazione. Parlare di sessualità in termini generici fa torto alle relazioni umane. Non possiamo tacere, abbandonare le persone alle emozioni o alla pressione mediatica che sembra orientata a questa forma di fluidità dei rapporti. Penso che gli educatori, e i genitori in modo particolare, non devono ritrarsi dalla responsabilità. Talvolta si ha l’impressione che noi adulti siamo complessati perché non vediamo una predisposizione favorevole a essere ascoltati e questo riguarda anche i genitori: non siamo perfetti, non possediamo la verità in tasca, ma abbiamo la responsabilità della trasmissione di alcuni valori. Abbiamo qualcosa da dire, anche se il complesso di inferiorità della generazione adulta nei confronti dei giovani porta a una certa estraneità: il compito dei cristiani è abitare questo tempo». Non manca, in un tale contesto, il richiamo alle politiche securitarie del Governo: «Credo che il Governo debba fare il suo mestiere, ma è la società che deve essere attrezzata per affrontare il disagio di gruppi di adolescenti e preadolescenti incontrollabili. Questo ci fa pensare molto, perché rivela l’incapacità del mondo adulto ad assumere le proprie responsabilità educative. Si tratta di creare alleanze che vadano oltre gli interventi di repressione. Perché non c’è soluzione che passi solo da una maggiore vigilanza». L’invito è a una mobilitazione sinergica «anche con le società sportive, gli oratori, le scuole che non possono andare ognuno per proprio conto» altrimenti si crea «un popolo smarrito di cani sciolti che finisce per mordere».

«La fede accoglie la vita come dono e vive la libertà come risposta alla chiamata di Dio»

Pace in terra agli uomini che Dio ama (Lc 2,14)

A conclusione del mese in cui tutti noi sacerdoti abbiamo ricordato il nostro anniversario di ordinazione sacerdotale, riportiamo una vasta sintesi dell’omelia che l’Arcivescovo Mario ha tenuto in Duomo in occasione delle ordinazioni dei sacerdoti novelli 2023... per ricordarci tutti cosa significhi essere preti oggi.   Certo sarebbe bello che una moltitudine fosse disponibile a percorrere la terra per lodare Dio e dire: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama. E invece di una moltitudine si fa avanti ora un piccolo gruppo di uomini lieti e disponibili per farsi messaggeri di pace. Ma un gruppo così piccolo! Certo sarebbe bello che i messaggeri di pace fossero parte dell’esercito celeste, cioè – secondo l’immaginazione spontanea – angeli, esseri perfetti, instancabili, creature sottratte alla stanchezza, alle passioni umane, ai peccati e alla fragilità. E invece di angeli del cielo si fanno avanti uomini fragili come tutti i figli degli uomini, uomini animati da buone volontà, ma imperfetti, ma peccatori, uomini che si possono anche stancare, con risorse ed energie limitate. Certo sarebbe bello che i messaggeri di pace cantassero la lode di Dio e la parola della pace a una sola voce, con una armonia perfetta, concordi nella voce, nel pensiero, nel sentire. E invece si presentano candidati che certo si vogliono bene e si stimano, ma ragionano con la loro testa e vengono da storie diverse e hanno diverse sensibilità e non sempre così ovviamente armonizzati. Che farete, dunque, fratelli, così pochi, così umani, così diversi? E come continuerà la missione della Chiesa per portare pace nel mondo, questa Chiesa così segnata dal ridursi delle risorse, dalla fragilità delle persone, dalla complessa varietà di pensieri, sensibilità, posizioni? [...]Quale è dunque il mistero che celebriamo? Quale è la missione che vi affidiamo? Quali metodi, quali risorse, quali vie dovrete percorrere? In primo luogo, il bambino. Il Salvatore che porta la pace e la gioia per tutto il popolo è un bambino, avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Egli è la nostra pace: grazie a lui, per mezzo della sua carne crocifissa, i popoli sono stati riconciliati e coloro che erano lontani, divisi tra loro, stranieri, esclusi dalla cittadinanza nel popolo di Dio, sono diventati vicini, familiari, di Dio, hanno ricevuto l’annuncio della pace. Non dimenticatevi mai del bambino. Il Salvatore ha compiuto l’opera che il Padre gli ha affidato nella fragilità di una carne mortale, simile a quella di peccato. Non dimenticate mai che è Gesù la nostra pace. Lui solo è agnello che versa il sangue dell’alleanza. I discepoli di Gesù non devono mai abbandonare la via di Gesù. Non conta l’essere tanti o l’essere pochi: conta essere con Gesù, seguire lui, percorrere la sua via. Non conta l’essere potenti o fragili, non conta l’essere applauditi da tutti o guardati con disprezzo, non conta disporre di molte risorse o essere in miseria, conta solo essere con Gesù, condividere i suoi sentimenti, praticare il suo stile. È Gesù la nostra pace. Senza di lui non possiamo fare niente. Non potete fare niente neppure voi che oggi diventate preti, così bravi, così preparati, così applauditi. Così attesi. Senza Gesù non c’è nessuna pace, senza Gesù non potete fare niente per la pace. In secondo luogo, la costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore. Il segno della pace che Gesù ha realizzato nel suo sangue è la costruzione ben ordinata, è la comunità edificata per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito. La missione non è affidata a eroi chiamati a imprese solitarie, ma alla comunità edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare Cristo Signore. Perciò la missione di pace è missione di Chiesa, è il segno della Chiesa posto in mezzo alla storia degli uomini, fragile e discutibile come ogni storia umana, eppure solo una comunità può diffondere tra gli uomini che Dio ama la vocazione alla fraternità. I preti non sono ordinati per costruire la Chiesa su di sé, per mettersi al fondamento della Chiesa, il fondamento sono gli apostoli e i profeti e la pietra angolare è Cristo Signore. I preti non devono fare tutto, non devono essere il criterio di tutto, non possono pretendere di farsi maestri in tutto di tutti. I preti devono fare una cosa sola: curare che la costruzione cresca ben ordinata, che tutti i battezzati siano animati dallo Spirito, siano discepoli missionari. Il sacerdozio ministeriale è a servizio del sacerdozio battesimale, cioè si prende cura che ciascuno realizzi la sua vocazione. In terzo luogo, parlate del bambino: riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. La parola che la Chiesa ha da dire è la verità di Dio che si è rivelata nel bambino. Questo è il lieto annuncio: è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore. Non abbiamo altro da dire. Ma non possiamo tacere quello che ci è stato detto del bambino. Ci portiamo dietro enormi biblioteche e forse non riusciamo a dire l’essenziale. Ci consigliamo con molte discipline e forse ci lasciamo convincere che tutto quello che si deve fare è  ascoltare. O parliamo troppo o siamo muti a proposito dell’essenziale. Questa umanità ferita ha certo bisogno di comprensione, di antidolorifici, ma la salvezza, la speranza viene solo da Gesù, il bambino, nato nella città di Davide.Non so quanti fossero gli angeli della moltitudine dell’esercito celeste, ma forse i pastori erano quindici, o forse anche di meno, forse undici, come quelli convocati da Gesù sul monte di Galilea. E dunque voi, pochi come siete, imperfetti come siete, diversi come siete, andate con tutta la Chiesa a lodare Dio e cantare la gloria di Dio e la pace per l’umanità.

Pace in terra agli uomini che Dio ama (Lc 2,14)